OldClaudio

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  • in risposta a: L’Arte di scrivere con LaTeX: nuova edizione #108800
    OldClaudio
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      La guida per un neofita deve essere senza troppe elucubrazioni, sono perfettamante d’accordo.
      Mi tu porti esempi che vorrebbero contraddire le mie affermazioni, ma non hai letto con attenzione quello che ho scritto:
      Un documento che non faccia usa né direttamente né indirettamente di comandi nativi è compilabile con tutti e tre i programmi.

      Ora è chiarissimo a me che quando usi \includegraphics questo usa dei comandi nativi; li usa tanto quanto microtype. È ovvio che polyglossia e fontspec usino dei comandi nativi e quindi non siano compatibili, ma queste cose contraddico il “teorema” di compatibilità

      Se un file sorgente di un documento non usa direttamente comandi nativi e non invoca pacchetti che usano comandi nativi, esso è compilabile con pdflatex, xelatex, lualatex

      Mi dirai: come si fa a sapere se un pacchetto usa o non usa comandi nativi? Lo ammetto, questo è difficile, ma vale il teorema negato:

      Se un file sorgente di un documento non è compilabile con pdflatex, xelatex, lualatex, esso fa uso direttamente di comandi nativi oppure invoca pacchetti che fanno uso di comandi nativi

      Magra consolazione, lo ammetto, ma se ci sono delle condizioni di incompatibilità, non credo che si possa dire altro.

      D’altra parte, come ti ho detto, esistono generalmente strade abbastanza semplici, se fosse necessario avere un file sorgente compilabile con tutti e tre i comandi pdflatex, xelatex, o lualatex, e consiste nell’usare un pacchettino che distingua il programma di compilazione (a me piace usare iftex, ma qualcuno dice che la sua analisi non è sempre corretta — a me non risulta, o per lo meno, a me non è mai capitato) in modo che con opportuni if si possono distinguere i pacchetti e i comandi specifici da usare con ciascuno dei tre comandi di compilazione.

      Ti porto solo un esempio; la classe guidatematica.cls consente di usare tutti e tre i comandi di compilazione senza problemi, perché comincia con in \ifPDFTeX e contiene impostazioni specifiche per le lingue e i font, diverse da compilatore a compilatore. Si tratta di poche righe, piuttosto ovvie, che non richiedono una particolare immaginazione creativa per essere specificate.

      Ti porto un altro esempio contrario; il pacchetto guit.sty non solo non mi risulta che sia compatibile con xelatex e lualatex, ma anche con pdflatex singhiozza un po’ se si usano font diversi da quelli che l’autore ha preso in considerazione; tempo fa gli ho chiesto di renderlo compatibile almeno con i font Latin Modern e gentilmente l’autore lo ha aggiornato.

      Infine il compositore latex: esso non dispone direttamente di nessuna funzionalità per includere figure esterne; se il file DVI viene elaborato con dvips, il programma ghostscript riesce a vedere le figure, evidentemente solo se erano state immesse con il formato .eps e talvolta funzionava anche con figure con il formato .ps, purché non contenessero certi comandi PostScript. Data questa enorme limitazione da lungo tempo esistono dei visualizzatori di file DVI con figure .eps incluse, in grado di far vedere anche le figure; questi visualizzatori avanzati contengono al loro interno abbastanza codice per interpretare il linguaggio PostScript ridotto usato nei file .eps, altrimenti non sarebbero in grado di mostrare nient’altro che dei rettangoli bianchi con il nome del file .eps scritto dentro, come i visualizzatori inizialmente disponibili all’inizio degli anni ’80. In altre parole il formato DeVice Independent DVI, era il meglio che Knuth e il suo team di dottorandi riuscisse a fare con i mezzi primordiali della fine degli anni ’70. Direi che, sempre senza scendere nei dettagli in una guida come L’Arte, vada benissimo supporre che si stia compilando sempre con un compilatore aggiornato e con l’uscita in formato PDF che, proprio perché “Portable Document Format”, è portabile, leggibile, stampabile su qualsiasi macchina e qualsiasi sistema operativo. Di fatto, così facendo si esclude il compilatore latex dalle conoscnze dei neofiti, e ciò va benissimo, ma non lo ritiri fuori per avere una carta in più per dimostrare che i tre compilatori pdflatex, xelatex e lualatex sono incompatibili.

      Se ti limiti a questi tre compilatori e al “teorema di compatibilità” non ci sono differenze fra i formati delle figure immissibilo nel file PDF di uscita; le altre poche differenze sono implicite nei motivi per i quali i tre programmi si sono evoluti:

      1) In principio c’era solo pdftex che con pdflatex.ini creava il compositore pdflatex; aveva delle limitazioni sia nella gestione delle lingue sia nella gestione dei font.
      2) Poi venne xetex che con xelatex.ini creava il compositore xelatex; superava le mancanze di pdflatex nella gestione delle lingue e dei font, pa perdeva alcune funzionalità per il passaggio attraverso un formato di uscita intermedio, DVI esteso, che veniva subito passato con un(a) “pipe” al convertite xdvipdfmx per trasformarlo in formato PDF, ma questa procedura non permetteva di mettere nel file di uscita certe cose native del formato PDF.
      3) Ultimamente è uscito il programma luatex che con lualatex.ini creava il compositore lualatex; questo nuovo programma non solo supera le limitazioni di xelatex e pdflatex, ma aggiunge altre funzionalità speciali che gli permettono di dialogare con il linguaggio di scripting Lua e permette di fare altre cose nemmeno immaginabili con i precedenti due compositori.

      È ovvio che le funzionalità in più che hanno i programmi successivi non sono presenti nei compositori precedenti; ed è ovvio, quindi che i successivi siano in qualche modo compatibili con i precedenti riducendone le prestazioni, ma è altrettanto ovvio che non si possono fare con i compositori precedenti quelle cose che richiedono le funzionalità dei compositori successivi.

      Tutto sommato pdflatex, benché facente parte della storia “antica” del sistema TeX, funziona benissimo e lo usiamo tutti con grande piacere; chi si avvicina alle lingue straniere, con particolare riguardo a quelle che usano “alfabeti” diversi da quello latino, deve fare i conti con le limitazioni di pdflatex e magari deve rivolgersi a xelatex; se poi ha ulteriori esigenze deve salire un altro gradino della scala e usare lualatex.

      Io uso normalmente pdflatex; xelatex molto saltuariamente; lualatex relativamente spesso per le funzionalità particolari di sapersi caricare i pattern di sillabazione senza passare attraverso la creazione del file di formato, in quanto questa è una delle funzionalità avanzate che gli altri due compositori non hanno. Questo, secondo me, è il modo corretto di usare i tre compositori, senza porsi limiti di incompatibilità (che ci sono dal basso in alto) ma usando il programma giusto per le particolari necessità che si hanno. Il grosso del mark up “LaTeX” resta identico; le particolari funzionalità necessarie all’autore sono evidentemente diverse.

      in risposta a: L’Arte di scrivere con LaTeX: nuova edizione #108797
      OldClaudio
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        Lorenzo, come al solito resti in superficie ed eviti con cura di approfondire quello che dici o che lamenti.

        Intanto devi fare una distinzione tra un formato che è quasi equivalente a mark up, e programma
        ,
        LaTeX è un mark up. Lo sono anche plain e ConTeXt; eccetera

        tex, pdftex, xetex, luatex ed altri sono programmi.

        Facendo girare uno dei programmi suddetti con l’opzione –ini e un file di configurazione acconcio si ottengono i file di formato.

        Premesso che tex oggi non si usa più, ma al suo posto si usa solo pdftex che con opportune impostazioni si comporta come tex, con il giusto file di configurazione .ini, si creano diversi file di formato .fmt, per cui

        pdftex + latex.ini produce latex.fmt
        pdftex+ pdflatex.ini produce pdflatx.fmt
        xetex + xelatex.ini produce xelatex.fmt
        lualatex+ lualate.ini produce lualatex.fmt
        eccetera

        I comandi da terminale latex, pdflatex, xelatex, lualatex, eccetera sono delle specie di scorciatoie per fare quello che fin dalla prima versione di TeX78 si faceva e si può fare anche oggi, cioè

        latex corrisponde al comando pdftex &latex (l’estensione .fmt è sottintesa)
        pdflatex corrisponde al comando pdftex &pdflatex
        eccetera

        I file .ini che contengono nel loro nome la stringa latex, usano tutti lo stesso file latex.ltx che contiene i comandi primitivi e le macro necessarie per descrivere il mark up latex; quindi tutti i comandi da terminale che contengono la stringe latex nel loro nome contengono lo stesso mark up.

        In che cosa differiscono quindi le varie combinazioni di programma e file di formato quando questi contengono la stringa latex? Non differiscono nel mark up, ma nel modo in cui le varie macro del mark up sono tradotte in linguaggio nativo di ciascun programma; no solo ma ognuno rende disponibili agli utenti anche i suoi comandi nativi.

        Non ci sono incompatibilità nella compilazione dei documenti che non usano esplicitamente i comandi nativi di ciascun programma, ma solo le macro del mark up e le macro derivate da queste.

        Io ho constatato che un programma che non faccia usa di comandi nativi gira nello stesso modo lanciando sia pdflatex, sia xelatex, sia lualatex.
        Apparentemente esiste una incompatibilità nella fruizione del pacchetto microtype; ma non è colpa del mark up, bensì del fatto che microtype usa comandi nativi. Il che conferma quanto dicevo sopra,

        Quindi ciò che compare nel vecchio sito deriva da una mancanza di comprensione del funzionamento delle accoppiate (programma, file di formato).

        Nello stesso tempo oggi ci sono pacchettini spesso già caricati dal file .ini di configurazione, di cui l’utente non è cosciente se non legge con attenzione la prima parte di qualsiasi file .log, che permettono di sapere con quel programma viene compilato un dato documento scritto con il mark up LaTeX, in modo che, volendo, può confezionare un preambolo tale da poter far compilare qualunque specifico documento con tutti e tre i programmi pdflatex, xelatex, lualatex, non è nemmeno impossibile rendere il documento compilabile oltre che da quei tre programmi anche dal semplice latex (pdftex &latex) per produrre una uscita in formato DVI. L’ho fatto e so quel che dico; ma l’ho fatto solo per collaudare la fattibilità; in realtà personalmente considero il formato DVI di uscita un reperto archeologico,anche se Elrond dice che ci sono molte case editrici che accettano il formato DVI, ma non il formato PDF; le case editrici con le quali ho lavorato io hanno sempre accettato il formato PDF, quindi è una mia mancanza quella di non aver ancora avuto la sfortuna di incontrane una che accetta solo il formato DVI.

        Ho sperimentato invece alcune funzionalità che fanno uso di comandi in “directlua”; è chiaro che un documento, o una classe, o un pacchetto che usi del codice in directlua, può girare solo con lualatex. Si fanno cose interessanti, ma non riesco ancora ad appassionarmici. Ce ne è solo una che mi piace moltissimo: quella di poter caricare un file di pattern di sillabazione senza necessità di creare il file di formato; a me serve molto visto che lavoro molto con la sillabazione di diverse lingue. Ma questo è OT rispetto a quanto dicevi su fatto che i vari programmi sono incompatibili come si evince anche dal vecchio forum.

        Non restare in superficie: le cose non sono come appaiono, ma hanno una sostanza decisamente più profonda.

        in risposta a: Stile per un lavoro di Fotonica #108937
        OldClaudio
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          Senti, anche se sei iscritto da molto tempo al forum, ti meriti il tuo benvenuto!

          Come ti ha detto Lorenzo, elimina eulermath e la matematica ti verrà benissimo con i font matematici in stile Palatino, come il resto del testo. Anche lui ha eliminato gli eulermath dalla sua ultima revisione dell’Arte.

          In compenso ha messo a nuovo la sua guida L’arte di comporre con ClassicThesis, mi pare che sia intitolato; lo puoi scaricare dal lnk che compare nel filone di discussione che si trova nella sezione TeX e LaTeX del forum. Non è lungo e ti conviene leggerlo, perché ho l’impressioni che tu ricarichi pacchetti già caricati.

          Parlando di matematica, tanto per cominciare, da un lato mi congratulo del fatto che usi le equazioni di Maxwell come vanno scritte; d’altra parte ti suggerirei di usare per le equazioni di Maxwell l’ambiente subequations, di culi leggi la funzione e l’uso nella documentazione di amsmath (terminale; comando texdoc amsmath; esegui; leggi).

          C’è però un’altra cosa che mi lascia perplesso; l’allineamento delle equazioni a sinistra; ClassicThesis fa in modo che non siano troppo a sinistra; tuttavia io le lascerei centrate; se devono essere incolonnate, quando scrivi sistemi o cose del genere, ci pensano gli appositi ambienti di amsmath.

          Lorenzo ti ha suggerito di provare anche altre classi o pacchetti; il pacchetto LayAureo dimensiona la gabbia e i 4 margini in modo da tenere in conto le proporzioni auree; leggine la documentazione con il comando texdoc layaureo.

          La classe suftesi è anche molto elegante; personalmente la uso poco, ma la preferisco decisamente al risultato che si può ottenere con ClassicThesis+ArsClassica.
          Lo uso poco perché le classi me le scrivo da solo; tuttavia suftesi per me è una fonte di ispirazione. ne apprezzo in modo particolare l’aspetto classico dei vari layouto che si possono ottenere facilmente con la miriade di opzioni della forma chiave-valore con cui si può configurare quasi tutto; quasi perché l’autore dice espressamente: “Se non ti piacciono i [numerosi] layout di questa classe, scegli un’altra classe”. (La quadra è mia). Leggi comunque la documentazione con texdoc suftesi

          Un’altra classe configurabile in ogni dettaglio e che virtualmente non necessita di nessun altro pacchetto è la classe memoir; ha un solo difetto: la sua documentazione, che leggi con texdoc memoir è molto lunga; ma è anche ben strutturata, per cui virtualmente ogni capitolo può essere letto prescindendo dagli altri; tutto è documentato; ci sono numerosissimi esempi; puoi configurare ogni possibile infimo dettaglio; puoi emulare con comandi compatibili con il resto della classe le funzionalità di una trentina di pacchetti. Se scegli i font Palatino con il pacchetto mathpazo hai anche font coerenti, matematica compresa. Anche con memoir puoi rispettare alla lettera la larghezza della gabbia in modo da soddisfare la regola di Brinhurst per la leggibilità (come d’altra parte fa anche ClassicThesis). Se non specifichi nessuna opzione e non usi nesusn comando di configurazione ottieni lo stesso risultato che otterresti con la classe book; ma le opzioni e i comandi sono tali e tanti che puoi ottenere praticamente qualsiasi cosa. A ragion veduta si possono ottenere cose molto ben fatte anche se noi tutti siamo dei dilettanti; in quanto dilettanti potremmo anche non operare a ragion veduta, per cui potremmo anche creare dei veri orrori. È per questo che dobbiamo farci una culutra, ce non consiste solo nel prendere una buona classe e ad usarla; è il minimo che dobbiamo fare, ma possiamo fare anche di più.

          Insomma, la decisione è tua, purché leggi la documentazione; io ti suggerirei anche texdoc memdesign che sostanzialmente ti dà i principi del design della pagina e te la racconta con una visione storica. Benché non sia un trattato di Arte Tipografica, ne rappresenta una buona introduzione.

          in risposta a: antico problema, con le tabelle #108918
          OldClaudio
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            schwarz89it” post=109111Scusate se rispondo solo ora, ma è stato un 1 gennaio piuttosto impegnativo.
            Ringrazio entrambi per tutti i consigli che mi avete dato. La proposta di Lorenzo è molto bella, se posso permettermi, ho sempre preferito porre il [tt]caption[/tt] anche nelle tabelle al di sotto delle stesse, seppure si dica sempre di porlo al di sopra. Spero solo di non commettere un delitto operando in tal senso.

            In merito all’osservazione:

            @schwarz89it, da quando in qua il traforo del Monte Bianco si trova in Italia e il traforo del Frejus si trova in francia? […]

            Devo dire che l’attribuzione della nazionalità italiana al primo e francese al secondo non avvenuta per mano mia, io mi ero limitato a omettere i 2 paesi a cavallo dei quali si trovano queste strutture proprio perché la tabella era di per se orrenda e l’aggiunta di Italia-Francia era un’aggravante.
            In merito all’accento di Frejus mi ero limitato a prendere per valida la grafia riportata nel volume che ho consultato, grave errore mio non controllare in rete se fosse o meno corretta.

            Puoi ulteriormente ridurre la larghezza della tabella se al posto dei nomi delle nazioni usi le loro sigle internazionali: AU, FR, IT, CH; così ti stanno anche i doppi nomi/sigle di nazioni.:smile:

            in risposta a: L’arte di scrivere con ClassicThesis: nuova edizione #108927
            OldClaudio
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              2) Concettualmente è molto diverso; in pratica può sembrare la stessa cosa, ma mentre il file .sty offre certe funzionalità. il file .tex non le offre. Uno può fare a meno delle funzionalità del file .sty; uno può crearsi un intero preambolo, che gli da fastidio perché troppo ingombrante e perché bisogna scorrere deiverse schermate prima di arrivare a \begin{document}: allora se lo copia tutto intero (compresa la chiamata a classicthesis, per esempio) dentro un file .tex e, tra pacchetti personali e macro personali, libera il preambolo lasciandoci solo una riga. Va benissimo; ma talvolta deve aggiungere comunque dei \makeatletter e \makeatother che con il file .sty non sono necessari. Resta il fatto che \usepackage verifica il fatto che il file non venga caricato due vole, cosa che \input non può fare.

              3) La geometria della pagina è la stessa quando usi l’opzione “elements”; solo le intestazioni di capitoli e sezioni sono diverse; Anche il formato della carta (papersize) credo che sia quella del libro di Bringhurst. In sostanza ClassicThesis e suftesi non sono equivalenti; sia con l’uno stile che con l’altra classe sarebbe necessario impostare qualche cosa di personale per replicare non solo la geometria della pagina, ma anche l’aspetto degli altri elementi; solo che con suftesi la cosa è più facile, anche se fra le migliaia di cose che si possono fare con suftesi ce ne sono diverse preconfezionate che rendono la configurazione più facile che con le classi KomaScript.

              in risposta a: L’Arte di scrivere con LaTeX: nuova edizione #108782
              OldClaudio
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                Cioè l’utente deve scrivere una riga in più oltre a
                \usepackage[…]{biblatex}

                e se cambia il motore bibliografico deve cambiare di conseguenza la riga magica. Non mi sembra esattamente la stessa cosa (Nota: non sto dicendo che questo modo di procedere sia terribilmente complicato, anzi, però se l’informazione sul motore bibliografico è già contenuta da qualche parte mi sembra inutile duplicarla.)

                1) è vero che con emacs con o senza auktex si uò anche preparare il caffè; è noto; basta disporre del software e dell’hardware domotico necessario, ma l’iperbole del preparare il caffè non è poi tanto iperbolica.

                2) non sempre fra le specifiche della invocazione di biblatex si specifica anche la back-end, quindi anche con auktex è necessario scrivere qualcosa, cioè specificare quell’opzione.

                Detto questo non tolgo niente all’onnipotenza di emacs, al quale rimprovero solo il fatto di saper fare troppe cose con comandi da tastiera criptici che si imparano solo con lunga pratica; io non ci sono mai riuscito, e quindi rimango fedele a TeXShop senza rimpiangere nulla dei miracoli che avrei potuto fare com emacs ma che non sono mai riuscito a fare…:smile: 🙂 🙂

                in risposta a: L’Arte di scrivere con LaTeX: nuova edizione #108781
                OldClaudio
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                  Il bello di questo forum, di questa piazza, dove ci incontra e si discute, come si faceva una volta fisicamente quando internet non esisteva, e meno che mai i forum informatici.

                  Tuttavia la dimostrazione di Euclide, così come lui l’ha espressa, fa acqua secondo le nostre definizioni moderne, anche se rende l’idea. Si noti che la dimostrazione, ripetuta nel tutorial iniziale della documentazione di beamer, mi ha lasciato sempre perplesso, e me l’ero modificata a mio uso e consumo, con i miei mezzi rozzi di uno che ha usato molta matematica ma non è matematico, nel modo simile a quello riportato nel link che Elrond ci ha segnalato.

                  La dimostrazione di Kummer si basa su una affermazione non dimostrata e non intuitiva, che N-1 sia un prodotto di primi, mi pare che sia addirittura sbagliata. Ma ripeto, non sono un matematico e la mia intuitività è ridotta.
                  Ora Lorenzo potrebbe riferirsi alla dimostrazione indicata nel link che ci ha dato Elrond, oppure potrebbe riformulare la sua dimostrazione. Questo è il bello del forum, ma finché in qualche modo siamo parlando di cose che hanno a che fare anche indirettamente con LaTeX e gli altri formati.

                  Anche gli scacchi non sono direttamente connessi a LaTeX, ma LaTe serve anche per esporre strategie di gioco che richiedono font particolari e macor particolari per descrivere quelle cose mediante LaTeX, quindi di può anche parlare di scacchi, solo, però, nella loro connessione con LaTeX.

                  in risposta a: L’arte di scrivere con ClassicThesis: nuova edizione #108925
                  OldClaudio
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                    Ho letto e scaricato la versione di ieri, quindi quanto ti dico può essere parzialmente sorpassato.

                    1) Nella tabella 5 mancano tutti i profissi “var” dalla seconda riga in poi.

                    2) il discorso di classicthesis-config.tex, secondo il mio parere personale, che collide completamante con quello di Miede, è che questo file NON deve avere estensione .tex, ma .sty e deve essere caricato con \usepackage. in più il file frnito con il pacchetto classicthesis deve essere considerato un modello per costruire il proprio file di macro e pacchetti personali e per ogni documento composto con quello stile, il file di configurazione deve avare il “nome” del documento senza estensione; nel main file esso deve venire invocato con \usepackage{\jobname-config}. In altre parole il modello classicthesis-config.tex che contiene le macro e i comandi di caricamento dei pacchetti specifici al particolare documento “mainfile.tex” deve chiamarsi “mainfile-config.sty”, e nel main file viene appunto chiamato con \usepackage{\jobname-config}.

                    3) il file di configurazione è bene che contenga nelle prime righe, possibilmente fra le prime due la sequenza di comandi`\NeedTeXFormato{file di formato}[data del formato]
                    \ProvidesPackage{nome-del-pacchetto}{data versione scopo]`La prima istruzione è per prudenza, ma io la consiglierei sempre. La seocnda è quella che permette di identificare il pacchettino anche dal software in uso e che impedisce un secondo caricamento, oltre a produrre le debite informazioni nel file .log. È vero che Miede ammette nella documentazione di ClassicThesis di non avere conoscenze approfondite nella programmazione con il linguaggio TeX/LaTeX e che invita al comunità degli utenti di dargli suggerimenti per estendere il suo pacchetto anche ad altri compilatori. Tuttavia il file/guida clsguide.pdf è a disposizione di tutti coloro che si installano una distribuzione del sistema TeX, e basta leggerselo, non c’è bisogno di ricorrere a cose strane o a a guide criptiche o che riedano conoscenze avanzate di computer science; per chi scrive pacchetti come ClassicThesis o ArsClassica la lettura di quella guida è un obbligo.

                    Ci sono molti molti motivi per questo modo di procedere; Intanto nel main file la chiamata ha sempre la stessa forma, anche se il file di configurazione ha nomi diversi per diversi documenti; è vero che è buona regola gestire ogni documento in una sua cartella che fa da radice alle cartelle per le immagini, i capitoli, eccetera, ma si evitano confusioni terribili quando si cerca un documento nel proprio file system se i file di configurazione hanno nomi diversi. Caricare con \usepackage è utile sia per non caricarlo due volte in punti diversi del preambolo, sia per avere la diagnostica giusta nel file .log; sia per poter ridefinire comandi contenti la “lettera” @ senza dover arrampicarsi sui vetri con \makeatletter e \makeatother.

                    Sai come la penso a proposito delle classi KomaScript; sono certamente configurabili, ma riuscirci vuol dire essere in grado di decifrare la pessima guida di Markus Kohm; forse quella in tedesco è migliore di quella inglese, ma per chi non conosce il tedesco, resta solo la pessima traduzione inglese. A me, per riuscire a fare qualcosa, è necessario andare a leggere il codice, che a sua volta non è documentato quasi per niente, comunque in modo decisamente insufficiente.

                    Mi domando perché usare di base una classe KomaScript, quando per avere il page design di Bringhurst basta usare la classe suftesi di Ivan Valbusa, enormemente configurabile, ben documentata, e con una delle sue opzioni, elements, che serve appunto per avere non solo il disegno della gabbia di stampa alla Bringhurst, ma tutto il look alla Bringhurst.

                    Lo so che il primo amore non si scorda mai, ma in questo campo della tipografia elettronica la fedeltà al primo amore è fuori luogo; in questo solo caso la poligamia è consigliabile, e la monogamia condannabile. 🙂 🙂 🙂 Poi ci sono quelli che preferiscono il celibato, e non usano nessuna classe/pacchetto/stile e vanno avanti con Plain TeX (non so come classificare quelli che si servono solo di ConTeXt, ma onestamente non conosco questo software, e quindi mi astengo; so che chi lo usa fa cose molto belle e che quel software permette di fare cose che il formato LaTeX non consente nemmeno piangendo in turco, ma…)

                    in risposta a: L’Arte di scrivere con LaTeX: nuova edizione #108772
                    OldClaudio
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                      Tutto ciò è vero ancora oggi?

                      In altre parole, è vero che TeXworks è TeXShop sono tuttora impostati per lavorare con BiBTeX, e che per impostare Biber come motore tipografico occorre procedere a mano?

                      Per fortuna con TeXShop e TeXworks le cose stanno ancora così, ma credo che tu abbia sentito nominare le righe magiche; quindi la riga
                      `% !BIB TSprogram = *****`con gli asterischi sostituiti da biber o bibtex sono capiti da entrambi, indipendentemente da come sono configurati; è comodissimo, perché la riga magica configura TeXShop e TeXworks per i documento specifico; se devi ricompilare un documento creato prima dell’avvento di biber, fai molto prima con la riga magica che non riconfigurando l’editor o agendo a mano.

                      ArsTeXcnica funziona ancora con bibtex con un file .bst creato apposta 12 anni fa. Non sarebbe un problema passare ad una bella impostazione di biblatex per lavorare con biber, e Massimiliano ci ha già provato, ma si introducono piccole modifiche stilistiche rispetto al passato; ci si domanda se ne valga la pena.

                      La classe per le guide tematiche è più recente ma la sua bibliografia si gestisce con bibtex e un file di stile .bst creato apposta; Per le guide tematiche va benissimo e l’estrazione dei dati dal file .bib, è molto più veloce e non ha nessuno degli inconvenienti che talvolta sono richiesti usando biber, il quale si blocca e al quale bisogna cancellare la cache per farlo rifunzionare.

                      Ne L’Arte puoi tranquillamente rivolgerti ai lettori, presumibilmente neofiti, descrivendo solo l’uso di biber; gli utenti esperti non hanno nessun problema ad usare il motore di gestione della bibliografia che preferiscono. Io uso entrambi i programmi tramite le righe magiche e non mi lamento affatto, anzi sono libero di usare il programma necessario, o il programma più adatto.

                      AUKTeX distingue da solo il motore da usare? Ottimo. Ma anche TeXShop e TeXworks lo fanno tramite le righe magiche.

                      in risposta a: antico problema, con le tabelle #108914
                      OldClaudio
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                        @schwarz89it
                        , da quando in qua il traforo del Monte Bianco si trova in Italia e il traforo del Frejus si trova in francia?
                        Sono entrambi trafori che uniscono due nazioni; l’uno si chiama Traforo del Monte Bianco da noi e Tunnel du Mont Blanc in Francia; l’altro si chiama Traforo del Frejus, qui da noi (senza l’accento sulla e) e Tunnel di Fréjus in Francia.
                        Gli altri che citi, invece mi sembra che siano tutti dentro un’unica nazione.

                        in risposta a: L’arte della “correzione italica” #108921
                        OldClaudio
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                          La correzione italica, o correzione di pendenza, o correzione di inclinazione, non dipende solo dal corsivo come hai giustamante osservato ma è necessaria tutte le vole che un glifo esce dal suo bounding box; e lo chiamo cosò, eprche la terminologia di Metafont è questa; la dizione “rettangolo circoscritto” nonè la stessa cosa con i glifi.

                          Detto questo, direi che siccome questa correzione serve solo quando il font in uso lo richiede; quindi è ovvio che dipenda dai font; se col Computer Modern e i suoi discendenti è utile e necessario, non necessariamente lo è con altri font come tu hai sperimentato con il Palatino.
                          A spanne direi che questa correzione potrebbe essere necessaria quando il font contiene le legature della “f” con la “i” e/o la “l”, ma solo durante la revisione delle bozze, non in prima battuta, a meno che uno non sappia già che la cosa è necessaria. Inoltre non è detto che i font le cui informazioni metriche contenute nei oro file tfm (TeX Font Metrics) siano complete quando si parte dai dati dei file afm (Adobe Fonte Metrics), perché credo che nessun font sia dotato di tutte le raffinatezze previsti da font ricavati inizialmente da Knuth mediante METAFONT. Se ben ricorda dal TeXbook i font testuali sono dotati di una quindicina di parametri non tutti facili da determinare a cose fatte,ma impostati nei file sorgente METAFONT; I font matematici sono caratterizzati da una trentina di parametri, ma nesun font commerciale dispone di altrettante caratteristiche.

                          Quindi non si può essere assiomatici in merito all’uso del comando \/, quando usarlo e quando è superfluo. Si tratta sicuramente di un comando per l’aggiustamento fine del testo composto, che si può/deve usare solo durante la revisione delle bozze, né più né meno di dell’aggiustamento fine degli spazi sia nel testo sia in matematica; perché TeX e gli altri compositori fanno molto ma non sono onnipotenti.

                          Se ne vuoi parlare, ne parli nel capitolo Revisione.

                          in risposta a: antico problema, con le tabelle #108912
                          OldClaudio
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                            Le unità di misura non vanno ripetute in ogni casella, ma messe nell’intestazione di ogni colonna. Quindi non silo 1 canna, ma km, hour, celsius, eccetera, anche son non occupano tanto spazio quanto 1 canna. Poi in effetti tutti i trafori di cui perli sono stradali, quindi lo puoi specificare nella didascalia come ti ha suggerito Lorenzo.
                            Il fatto che le unità di misura siano nell’intestazione (una riga sotto al nome della grandezza) giustifica l’eventuale incolonnamento sul separatore decimale e l’eventuale presenza di zeri dopo la virgola; altrimenti le norme richiederebbero di non usar espressioni con zeri dopo la virgola, del tipo 0,05 cm, ma 0,5 mm.

                            in risposta a: margini itemize #108906
                            OldClaudio
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                              Usa il pacchetto enumitem; è potentissimo e consente di configurare e di definire qualunque qualunque lista, usando qualunque tipo di simboli, con ogni possibile spaziatura orizzontale e verticale. Devi però leggerne la documentazione: apri un terminale o prompt dei comandi, scrivici dentro il comando texdoc enumitem, premi il tasto Invio e leggi; funziona sicuramente con l’installazione TeXLive, ma non escludo che anche MiKTeX ci riesca.

                              in risposta a: pacchetto pdfpages, ma dove le mette le pagine?? #108904
                              OldClaudio
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                                Marcowip, pdfpages mette le pagine inserite dove gli dici tu di metterle., non produce oggetti flottanti, ma semplicemente un oggetto, presumibilmente di grandi dimensioni, quindi presumibilmente richiede una pagina nuova.
                                L’idea di \newpage non era sbagliata, ma se in coda (quindi in memoria) si sono diversi oggetti flottanti (bloccati in coda perché NON DEVI MAI USARE h (sa solo o con il punto esclamantivo) IN QUANTO NE BASTA UNO CHE NON RISPETTI I VINCOLI PER ESSERE COLLOCATO SULLA PAGINA DOVE COMPARIREBBE SE FOSSE MESSO PROPRIO LÌ, CHE BLOCCA LA CODA DI TUTTI I FLOAT SUCCESSIVI).

                                Quindi quanto ti ha detto correttamente Marluxia svuota le code prima di eseguire il comando \includepdf, e quindi la pagina inclusa va proprio lì nella nuova pagina creata con \clearpage. Marluxia ti ha trovato una soluzione, ma non ti ha spiegato l’errore che tu avevi fatto a monte.

                                Quindi l’errore, ciò che ti bloccava, era l’errore concettuale di usare il parametro di posizione h da solo. Questo errore è stato spiegato tante volte qui sul forum; la raccomandazione di non usare h da solo è spesso accompagnata dalle spiegazioni del perché non deve essere usato da solo.

                                Il meccanismo con cui LaTeX mette in posizione gli oggetti flottanti è molto complesso e di solito fa un lavoro ottimo e tipograficamente al livello dei migliori tipografi. Ma evidentemente una macchina fa quello che le viene detto di fare e lo fa secondo le istruzioni ricevute. Se vuoi approfondire, la guida tematica il LaTeX Reference Manual commentato descrive in modo relativamente succinto, ma abbastanza dettagliato, il posizionamento degli oggetti flottanti e di lì capisci anche quanto sia difficile comporre bene un documento con tutte le figure inserite in posizioni ottimali sia dal punto di vista tipografico sia da quello del lettore.

                                Se mi permetti, ti suggerirei di scaricare quella guida tematica che ti ho indicato; magari stampatela e fattela rilegare, e tienila a portata di mano; lì si parla solo di LaTeX, ma nei commenti aggiunti al testo tradotto dall’originale scritto nel 1994 (quindi relativamente vecchiotto) si indicano i pacchetti recenti che si possono usare per andare oltre i limiti del markup originale scritto da Leslie Lamport. Io uso LaTeX da circa 30 anni, ma consulto quella guida almeno una volta al giorno.

                                in risposta a: L’Arte di scrivere con LaTeX: nuova edizione #108753
                                OldClaudio
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                                  I cambiamenti che hai introdotto sono ben fatti; appresso in particolare che hai evitato di parlare di famiglia di font matematici. Come hai scritto tu non sei sceso nei dettagli, ma non hai detto cose errate come quando parlavi di una famiglia di font matematici; Sul libro di Knuth il concetto di famiglia matematica è esposto in un contensto, quello di TeX + plain.tex+un file di macro di personalizzazione per la composizione del TeXbook, i font testuali non erano raccolti in famiglie, quindi il nome di famiglia matematica era accettabile; con l’avvento di LsTeX2e e del Nuew Font Selection Scheme è necessario riservare il nome di famiglia ai soli font testuali (vedi i comandi per l’utente come \fontfmaily, \familydefault, eccetera) perché in matematica i font coerenti per disegno, forma, eccetera si chiamano math groups. Per i font testuali non c’è nessun limite al numero di font testuali che si possono usare nello stesso documento, se non la memoria riservata da TeX per lavorare; in matematica si possono usare al massimo solo 16 math groups nello stesso documento; è quindi evidente che si tratta di cose diverse ed è meglio chiamarle con nomi diviersi.
                                  Lo so; questo non sono concetti per guide introduttive, ma per chi scrive guide, tu, io, e i numerosi altri che si sono cimentati con queste cose (vedi le numerose guide tematiche del forum) e per chi scrive di font su ArsTeXnica la distinzione è importante e il concetto deve essere recepito in tutti i suoi dettagli e sfumature.

                                Stai visualizzando 15 risposte – dal 3,256 al 3,270 (di 11,286 totali)

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