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Indipendentemente dal fatto che il collegamento simbolico funzioni a dovere e che venga o non venga usato lo script texlive.sh, direi che comunque il path sia corretto; siccome non uso più Ubuntu da un pezzo (non ho più una sua macchina virtuale, perché con il simulatore sprecavo troppi gibibyte, una cinquantina di GiB, e sono troppi per una cosa che non usa=o quasi mai).
Tuttavia puoi fare una semplice prova: compila qualche cosa (perché TeXMaker? prova il suo fork TeXstudio, che secondo me è più performante), poi april il file ,og della compilazione e leggi che cosa c’è scritto nella prima riga: se vi figura la parola Debian, allora non hai installato bene secondo le linee guida di Enrico Gregorio.
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Il pacchetto ClassicThesis dispone del comando \ctparttext{…} dove al posto dei puntini puoi metterci quello che vuoi, per esempio \csparttext{Parte}.
Ma ti ripeto, non è una questione di essere imbarazzati, ma se a te occorre ricorrere a sporchi trucchi, oppure al comando che ti ho indicato, vuol dire che nel preambolo o prima di dare il primo comando \part hai fatto qualcosa che non c’entra con il tuo documento,ma che imposta l’inglese, o comunque reimposta i nomi di default impostati dall’opzione italian di babel.
Non c’è motivo perché a noi funzioni bene con solo una parte del tuo preambolo,mentre a te non venga con il preambolo completo, se non, apponto, che la parte di preambolo mancante contenga qualcosa di strano.
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Ho ripreso esattamente il tuo codice`
\documentclass[9pt,a5paper,footinclude=true,headinclude=true]{scrbook}
\usepackage[T1]{fontenc}
\usepackage[utf8]{inputenc}
\usepackage[italian]{babel}
\usepackage[parts]{classicthesis}
\usepackage{multicol}
\usepackage{xcolor}
\newcommand{\redd}[1]{\textcolor[HTML]{AF2432}{#1}}
\newcommand{\redx}[1]{\noindent\textcolor[HTML]{AF2432}{\large{#1}}}
\newcommand{\redm}[1]{\noindent\textcolor[HTML]{AF2432}{\textit{\footnotesize{#1}}}}\begin{document}
\cleardoublepage\part{pinco}
\end{document}`ho compilato e risulta scritto Parte I, anche senza la giusta indicazione di Enrico.Ne deduco che la causa del fatto che a te venga in inglese, anche con il patch di Enrico, non dipenda da quello che ci hai mostrato ma da qualcosa che hai messo nel resto del preambolo.
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Nella didascalia puoi aggiungere anche frasi lunghe. Nella tabella puoi scrivere che x-height è circa uguale l’altezza della `x’ nel font in uso e che m-width generalmente approssima la larghezza della `M’ nel font in uso.Mi sembrano frasi sufficientemente corte e anche sufficientemente esatte; se nella didascalia vuoi precisare che 1em approssima bene il corpo del font in uso e che spesso la larghezza della ‘M’ approssima bene il valore del corpo, puoi aggiungerlo senz’altro; non scenderei nel dettaglio che le divergenze maggiori, anche molto forti, sono nei font monospaziati.
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Per la tabella 12 non so che cos’altro dirti; quello che posso darti è il seguente piccolo file`% !TEX encoding = UTF-8 Unicode
% !TEX TS-program = pdflatex
\documentclass{article}
\usepackage[T1]{fontenc}\begin{document}
\newcommand\CMR[1]{\usefont{T1}{cmr}{m}{n}\setbox0\hbox{#1}}
\newcommand\PAL[1]{\usefont{T1}{pxr}{m}{n}\setbox0\hbox{#1}}
\newcommand\HEL[1]{\usefont{T1}{phv}{m}{n}\setbox0\hbox{#1}}
\newcommand\CMT[1]{\usefont{T1}{cmtt}{m}{n}\setbox0\hbox{#1}}\begin{tabular}{*5l}
Font & x-height & M-width & 1\,ex & 1\,em \\
\hline
\CMR{}cmr at 10pt & \CMR{x}\the\ht0 & \CMR{M}\the\wd0 &\CMR{\rule{0pt}{1ex}}\the\ht0 & \CMR{\rule{1em}{0pt}}\the\wd0\\
\CMT{}cmtt at 10pt & \CMT{x}\the\ht0 & \CMT{M}\the\wd0 &\CMT{\rule{0pt}{1ex}}\the\ht0 & \CMT{\rule{1em}{0pt}}\the\wd0\\
\PAL{}palatino at 10pt & \PAL{x}\the\ht0 & \PAL{M}\the\wd0 &\PAL{\rule{0pt}{1ex}}\the\ht0 & \PAL{\rule{1em}{0pt}}\the\wd0\\
\HEL{}helvetica at 10pt & \HEL{x}\the\ht0 & \HEL{M}\the\wd0 &\HEL{\rule{0pt}{1ex}}\the\ht0 & \HEL{\rule{1em}{0pt}}\the\wd0\\
\end{tabular}
\end{document}
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Compilalo leggendo bene le intestazioni delle colonne; Nella prima c’è il nome del font usato; nella seconda e nella terza ci sono le misurazioni dell’altezza della lettera “x” e della lettera”M”; nella quarte e nella quinta ci sono i valori caratteristici del font di 1ex e 1 em.
Nelle righe ci sono in sequenza il font Computer Modern tondo medio normale, il font Computer Modrn monospaziato medio normale; il font Palatino tondo medio normale, e il font Helvetica sanserif diritto medio normale.
Come vedi per tutti tranne il monospaziato 1em è circa uguale al corpo del font in uso, talvolta proprio uguale; invece 1ex e la’tezza della lettera “x” sono sempre molto simili ma non esattamante identiche tranne per il Computer Modern tondo.Usare la parola “circa” per 1ex potrebbe anche andare, ma per 1em non va propriobene a causa dell’anomalia del monospaziato.
Per il corsivo di et.al. bisogna che te la cavi da solo: io non dispongo della versione 2013 di MacTeX; ma se a Ivan funziona la soluzione che ti ha dato e a te non funziona, è “colpa” della tua versione di MacTeX.
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Tabella 12 della paigna 39x-height ex praticamente uguale all’altezza delle lettere minuscole senza ascendenti del font in uso
M-width em praticamente uguale al corpo del font in usoSe Ivan ti dice che philosophy-modern ha quella caratteristica di et. al. in tondo, non ci sono comandi di alto livello né parole chiave che possano farti il miracolo. ´se è una caratteristica specifica di quello stile, non è nemmeno che aggiornando ilMacTeX alla versione 2016 tu possa superare lo scoglio.
Dunque, se non te lo fa Ivan, devi fartelo da solo, andando a cercare la definizione del comando che effettivamente compone et. al. e modificandola mediante i comandi di patching del pacchetto etoolbox (sempre che etoolbox sia presente in MacTeX2013). Non sperare che te lo facciano altri, che non siano Ivan. Penso che non sia difficile, ma in questo periodo io ho troppe cose da fare.
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Per la pagina 124 direi che quanto proponi di scrivere sia correttissimo.È voro che le dimensioni di un em e di un ex sono definiti nel file tfm di ciascun font; ma mentre 1ex coincide in pratica con l’altezza della x minuscola, non è vero per 1em. In generale 1 em non è molto diverso dalla larghezza di una M, ma se prendi i font tt, trovi che la M è larga circa 0.5em; dunque…
La spiegazione è in quadrato e di conseguenza il quadratone; Il quadrato era il blocco spaziatore di metallo quando si componva in piumbo; era un blocchetto di metallo alto come tutti i font della polizza, escludendo, naturalmente lo spessore del glifo, e di sezione quadrata; siccome l’altezza era il corpo, la larghezza doveva essere uguale al corpo; nei font proporzionali la M andava da un alto all’altro del blocchetto, salvo una piccolissima spalla; quindi ache allora c’era una piccola disparità fra larghezza della M e la bse quadrata su cui lo spessore della M era ricavato.Per la x, invece, si faceva riferimento a questo segno perché i suoi bracci finivano con delle grazie il cui bordo orizzontale era senza arrotondamenti (in realtà c’era una piccolissima concavità, ma visibile solo con la lente); le altre minuscole come a c e m n o r s u v z (trascuro la w perché almeno in Italia non era di uso comune) finiscono sopra e/o sotto con delle linee curve e la v con una cuspide, tranne in certi corsivi. Ora l’incisore quando incideva le linee curve eseguiva un leggero overshoot per compensare la curva e il riempimento del tratto in curva. di fatto una o, per esempio, scend un pochino sotto la linea di base e sporge un pochino sopra la linea ad 1 ex di altezza; per la x non succede così.
Ma con i ofnt elettronici, che sono immateriali è evidente che ogni segno è un disegno che deve solamente essere gradevole e associarsi otticamente con gli altri segni adiacenti; ecco quindi che scegliere per 1 ex un valore convenzionale più grande o più piccolo è irrilevante quando invece el curve di Bézier che delimitano il contorno fossero specificate in modo assoluto, invece che relativo. Oggi, disegnando font con METAFONT, imposti le v=caratteristiche del font con parametri globali e disegni i contorni dei segni usando solo coordinate relative; riferirsi alla dimensione ex definita nelle impostazioni generali del font vol dire essere agevolati nel disegnare segni il cui occhio mediano sia lo stesso; ecco, a rigore, a parte il nome, 1 ex è l’altzza dell’occhio mediano del font.
Prova: scrivi nello stesso documento qualcosa in helvetica e in palatino o in computer modern; scegli font della stessa grandezza, per esempio 12pt, ma se vuoi impostali molto più grandi prendendo un corpo di 50mm (\fontsize{50mm}{50mm}\selectfont); inserisci M\quad M componendolo con i tre font diversi e controlla le distanze dei segni; vedrai che sono sostanzialmente uguali, non esattamente, ma sostanzialmente, visto che hanno lo stesso corpo.
Poi aggiungi in ogni gruppo dove hai specificato al famiglia qualcosa come \dimen0=1ex\the\dimen0, con cui stampi il valore di 1 ex; vedrai che i tre valori sono decisamente diversi con quello dell’Helvetica circa il 20% più grande del valore per il computer modern; 1 eme è sostanzialmente lo stesso, perché il copro è lo stesso; 1ex è sostanzialmente diverso perché l’occhio mediano è sostanzialmente diverso.Spero di averti spiegato da dove vengono sia i nomi delle unità sia la loro vera realtà.
Per Asymptote, certamente puoi disegnare; forse puoi anche modificare; leggi l’articolo di Agostino De Marco su Una delle ArsTeXniche di qualche anno fa, dove ci ha mostrato le traiettorie degli aerei con gli aerei stessi visti da angoli diversi; ha disegnato tutto con asymptote e lo descrive abbastanza dettagliatamente da utente, non da sviluppatore.
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Ci ho messo un po di tempo a ritrovartelo, ma c’è un pacchetto che potrebbe fare al caso tuo.
Ma vediamo le cose alla luce di quello che hai scritto.
1) devi comporre delle figure usando dei font sans serif che dispongano anche della matematica
2) devi comporre un intero documento usando solo font sans serif.La seconda possibilità non escluda la prima, perché se componi ogni figura come un file contenente solo font sans serif, non devi far coesistere i ont snas con i font testuali con grazie e non devi fare coesistere due tipi di font di gruppi matematici (o famiglie matematiche) perché pdfLaTeX ne può usare solo 16 e un minimo di 6 le usa per i font matematici normali uniti a quelli dei simboli di amsfonts.
Cominciamo dal caso 2); la soluzione è semplice: basta usare il pacchetto arev (che a sua volta carica arevtext e arevmath) che ti compone tutto il documento in sans serif, matematica compresa.le varianti matematiche delle lettere latine (scelte di default) sono sufficientemente diverse le une dalla altra perché sono arricchite da “pseudo grazie” che non disturbano la configurazione sans serif di questi font. La combinazione testo-matematica è particolarmente felice; nella documentazione che leggi con texdoc arev ci sono degli esempi composti anche con altri font sans serif, anche con Helvetica (leggendo con attenzione puoi anche scoprire come usare dei font matematici che si accompagnano con Helvetica — però fossi in te non seguirei questa strada; i font arev mi piacciono di più).
Leggendo la documentazione scopri anche da dove viene il nome arev, legato ai font Vera e ai vont Bitstream Vera, che si chiamano Bera.1) Apparentemente i font matematici arev con il pacchetto arevmath possono essere usati senza preoccuparsi di quali siano i font testuali; quindi ecco un modo per usare font sans serif per etichettare i tuoi grafici.
Ma non escluderei di usare il pacchetto per l’elvetica, come già fai e di “sostituire” il font matematici legati generalmente al Computer Modern, con quelli che si possono usare scegliendo i sans serif dei Computer modern, quelli che usi quando usi il comando \mathsf in ambiente matematico. Non è facile, ma la cosa è descritta nella guida che leggi con texdoc fntguide. Non lo escluderei, ma te lo sconsiglio, perché i font Computer Modern sans serif sono visibilmente più stretti e bassi dei font testuali Helvetica e vi si accordano male.
Finisco con un commento del tutto personale che non è completamente fuori tema. Mi stupisco che Elsevier, una nota e rinomata casa editrice specializzata in testi scientifici, deliberatamente voglia violare le norme ISO relativa alla matematica delle scienze sperimentali e della tecnologia; queste richedono per gli operatori un font diritto con grazie e per la variabili letterali un font inclinato con grazie. Ecco perché fin dalla sua nascita LaTeX disponeva di un corsivo testuale e un corsivo matematico; ecco perché i caratteri greci si trovano nello stesso font dove si trovano i caratteri latini corsivi matematici; questi font matematici oltre ad avere l’inclinazione e il disegno del corsivo, sono privi di spazi e di crenature, per cui non possono venire usati per scrivere qualcosa in lingue occidentali e/o in greco. Prova, del resto, a scrivere $affidabile$ e \textit{affidabile} e ti rendi ocnto immediatamente di che cosa voglio dire.
Anche la documentazione di arev sembra ignorare le prescrizioni della norma ISO; lo si vede dal fatto che il segno di differenziale, nell’integrale che appare come esempio, è corsivo invece che diritto, lasciando perdere l’assenza delle grazie.
Per tua comodità trovi nella GuidaGuIT le lunghe tabelle che definiscono i simboli usabili nella matematica delle grandezze, quella che si usa nelle scienze sperimentali e in tecnologia (ingegneria in primo luogo). Tu fai pure come ti prescrive Elsevier, ma ti suggerirei di chiedere esplicita conferma citando la norma ISO di cui trovi i riferimenti nella GuidaGuIT.
PS: La guidaGuIT, caso mai non ne disponessi ancora, si trova nella sezione Documentazione di questo forum.
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La parte iniziale va bene. Poi, inveceSe, infine, servisse un’interlinea ancora diverso, si può dare nel preambolo il comando standard che moltiplica lo scartamento per il
. In alternativa, il pacchetto definisce l’ambiente spacing da impostare come \linespread:
\begin{spacing}{}
…
\end{spacing}non sono sicuro che questo codice sia giusto; L\l’hai provato misurando su un foglio l’effettivo scartamento ottenuto? Non ho voglia di leggermi il codice, per altro poco documentato, né ho voglia di fare esperimenti; tieni presente che \linespread modifica lo scartamento, mentre \singlespace, \onehalfspace e \doublespace tengono già conto del copro del fonte aggiustano \linespread per tenere conto che esso è già il 20% in più del corpo.
Sperimenta e vedi che cosa si ottiene; metti un fattore di scala grandino, così si amplifica l’effetto del fattore di scala ed è più facile capire quello che succede per davvero.
::lucaiacolettig” post=108960Sono capitato in questa discussione cercando una soluzione al mio problema.
Scrivo qui come ho risolto, casomai torni utile ad altri: un nuovo comando con un solo argomento, definito una tantum, senza dover pensare se la nota comparirà a sinistra o a destra.
Questo rende più compatto il codice ed evita di dover ripetere due volte il testo della nota a margine.`\newcommand{\sidenote}[1]{\marginpar[\flushright \footnotesize \itshape{#1}]{\footnotesize \itshape{#1}}} % note a margine piccole ed in corsivo`
L’uso del comando è semplicissimo
`Corpo del testo \sidenote{Testo della nota a margine}`
Il tuo codice contiene due errori derivanti da inesperienza, non da cattiva capacità inventiva; anzi, hai fatto benissimo a definire il tuo nuovo comando, ma la sintassi giusta sarebbe questa`\newcommand{\sidenote}[1]{\marginpar[\raggedleft \footnotesize \itshape#1]{\footnotesize \itshape#1}} % note a margine piccole ed in corsivo`
1) \flushright è i comando interno che LaTeX esegue quando sviluppa i comandi per aprire l’ambiente flushright con \begin{flushright}, e questo implica anche uno spazio verticale prima del testo; la dichiarazione giusta è \raggedleft, che non inserisce nessuno spazio verticale.
2) \itshape è una dichiarazione, non un comando con un argomento; la differenza fra dichiarazioni e comandi è sottile e la puoi approfondire su altre guide, ma sicuramante {\footnotesize \itshpape #1} confina le due dichiarazioni \footnotesize e \itshape nel gruppo definiti dalla due graffe. Le seconde graffe in cui racchiudi l’argomento sono superflue e controproducenti, anche perché obbligano il programma di composizione a mettere tutto quanto aveva in memoria in uno stack, a re-inizializzare tutti i registri che ha salvato nello stack, a reimpostare il font per poi, con la parentesi chiusa, a scaricare lo stack ripristinando tutti i registri e a reimpostare il font: un mucchio di lavoro inutile causato da graffe inutili.Visto che hai studiato bene l’Arte di Lorenzo, ora puoi fare un passo in più e puoi studiarti la guida tematica Il LaTeX Reference Manual commentato e successivamente la cosiddetta GuidaGuIT, tutti nella sezione Documentazione di questo sito. Secondo me è molto bello e interessante approfondire il linguaggio LaTeX e conseguentemente il linguaggio nativo dell’interprete TeX.
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Le indicazioni di correzione o certi commenti puntigliosi che ti ho mandato sono per lo più mie idee fisse.
Però non sono d’accordo sul modo con cui vuoi maltrattare interlinea e scartamento, entrambi termini ufficiali della tipografia e che hanno significati diversi.
Come ho spiegato l’interlinea è lo spazio fra due righe adiacenti, non lo spazio fra le righe di base; lo scartamento è lo spazio fra le righe di base di due righe adiacenti composte con lo stesso font.
Il fatto che siamo abituati a pensare allo scartamento come la distanza delle rotaie di una linea ferroviaria non toglie niente al suo significato di base che è quello della distanza fra due cose che devono scorrere parallele sempre alla stessa distanza; i binari fanno anche le curve, le righe di testo di solito non fanno curve, anche se volendo gliele si possono far fare; ma in un dépliant reclamistico, non in un testo come una tesi o un libro.
Inoltre hanno corrispondenti precisi nella lingua di TeX;]:scartamento –> \baselinskip
interlinea –> \lineskipOra tu puoi chiamarli come ti pare, ma chi impara ad usare termini errati quando diventando un utente più esperto, leggesse il TeXbook di Knuth, o qualunque documentazione di pacchetto in inglese non riuscirebbe a capire di che cosa si parla o sarebbe portato a fraintendere. Come insegnante tu conosci benissimo l’importanza di usare i termini giusti. quindi perché vuoi deliberatamente e scientemente usarli sbagliati?
E tanto per non uscire dal seminato, quando l’utente usa setspace.sty e prova a leggere non solo la documentazione ma anche il codice, scoprirebbe che:
\singlespace imposta \linespread al valore 1
\onehalfspace imposta \linespread al valore al valore 1.25 di default e per i corpi di 10pt, 11pt e 12pt imposta rispettivamente i valori 1.25, 1.213 e 1.241
\doublespace imposta \linespread al valore di default di 1.667 e per i corpi 10pt, 11pt e 12pt rispettivamente i valori 1.667, 1.618 e 1.655Quindi dove sono i valor1 1.5 e 2 impliciti nei nomi onehalfspacing (che sta per one and a half spacing) e doublespacing? Per fortuna l’autore Geoffrey Tobin conosceva la differenza fra scartamento e interlinea.
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