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La risposta alla prima domanda è semplice: metti nel file .tex della tua tesi il comando [tt]\nocite{*}[/tt]LA seconda domanda può avere una risposta semplice se usi uno stile bibliografico particolare, che soddisfi i tuoi criteri. Se invece di usare bibtex come motore per estrarre i dati da un database bibliografico in formato .bib, usi il pacchetto biblatex e scegli un ordine di elencazione a tuo piacimento, devii usare biber come motore di estrazione.
Per dividere al bibliografia in sezioni si può fare con biblatex; ci sono moltissimi messaggi qui sul forum a proposito di come fare e se non ricordo male se ne parla anche nella guida, che hai sicuramente già scaricato (dalla sezione Documentazione di questo forum) e studiato L’Arte di scrivere con LaTeX nel capitolo dedicato alla bibliografia.
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Scommetto che hai installato MiKTeX in versione base.
Se perdo la scommessa, ne sarei contento, ma…
raccomandiamo sempre di installare il sistema TeX completo, anche se è improbabile che abbiamo da scrivere un documento in mongolo 🙂
Raccomandiamo di installare la distribuzione TeXLive, perché (oltre ad altre cose utili) di default installa il sistema completo, mentre MiKTeX di default instala la versione di base che forse è un decimo della versione completa.
Sembra che a te manchi il pacchetto eso-pic o qualcosa di equivalente; il comando \AlCentroPagina usa il comando \AddToShipoutPicture che si trova nel pacchetto eso-pic (e consimili); se non carichi quel pacchetto, o se ti manca perché hai una versione di base, non ci sono santi… 🙁
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Dipende dala classe, ma l’abstract non è un capitolo.
Ci sono vari modi per creare un abstract per una classse che non ce l’ha. in ogni caso sarebbe molto strano mettere l’abstract nell’indice.se proprio vuoi farne un capitolo, esso non deve essere numerato, quindi va posto nella front matter. Poi se riesci a mettere il bla bla in alto e devi spostare il “capitolo” più in basso, il comando \chapter accetta l’argomento facoltativo fra parentesi quadre che contiene quello che va nell’indice:`\chapter[Abstract]{\vspace*{13px}Abstract}`
Questo però si chiama arrampicarsi sui vetri; la cosa più semplice è non usare \chapter e non mettere il sommario nell’indice:`Title: bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla
Author: Mario Rossi
Sector: Bla bla bla
bla bla: bla bla\vspace{…} % probabilmente non è necessario
\begin{flushleft}\bfseries \LARGE
Abstract
\end{flushleft}
% proprio lo volessi nell'indice aggiungi (senza il segno di commento)
% \addcontentsline{toc}{chapter}{Abstract}bla bla bla bla bla bla bla
bla bla bla bla bla bla bla\newpage % o \clearpage o \cleardoublepage`
Il fatto che LaTeX e il sistama TeX in generale non preveda una cosa del genere è perché questo non si fa nei libri; magari si fa nelle tesi di certe università dove l’aspetto burocratico è più importante della correttezza tipografica; nel qual caso LaTeX permette di scrivere quello che si vuole, dove si vuole, come si vuole senza bisogno di scomodare ambneti o altri comandi messi a punto per la correttezza tipografica.
Le epigrafi sono un’altra cosa, come ti ho suggerito qualche messaggio fa; quelle si usano in certi testi classicheggianti e di solito sono composte in alto a destra, più spesso in una pagina a se stante.
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Non c’è da scomodare un forum inglese per una cosa già presente in LaTeX da quando è nato. Basta disporre del manuale di Leslie Lamport (il papà di LaTeX) oppure della sua parziale traduzione commentata Il LATeX Reference Manual commentato presente nella sezione guide tematiche della sezione Documentazione di questo sito.
Probabilmente non è il primo testo da leggere per un neofita (infatti Lamport l’aveva messo in un’appendice del suo manuale, mentre al parte centrale del suo testo spiegava come di usa LaTeX), ma una volta che un utente ha cominciato ad usae LaTeX, dovrebbe sempre avere a portata di mano o di mouse una versione stampata o una schermata per consultare il manuale ogni volta che ne abbia bisogno. Naturalmente sono passati più di trenta anni da quando Lamport ha scritto il suo manuale, e i commenti servono appunto per spiegare anche le vie altrnative che si sono rese disponibili i questo lungo lasso di tempo.
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@calciosacchi, sei padronissimo di preferire al tua tabella a quella che ti è stata suggerita, ma prima di fare pasticci e fare domande molto (troppo) naïves 😉 non sarebbe meglio se ti leggessi una guida per neofiti come L’Arte di scrivere con LaTeX?
Va da sé che leggere non vuol dire solo guardare le pagine, ma vuol dire capire quello che c’è scritto; scusami se mi esprimo in questo modo, ma la fretta di scorrere le pagine, spesso prevale sull’efficacia di quella rapida scorsa. Capita anche a me, quindi mi dico spesso da solo che devo capire quello che leggo; alla mia età faccio del mio meglio, ma non ci riesco sempre.Gli oggetti mobili (figure mobili, tabelle mobili, eccetera) sono spiegati qin qualunque guida, compresa ovviamente L’Arte; in inglese si chiamano floaitng objects (floating figures, floating tables, eccetera) e te lo segnalo anche in inglese perché quasi tutta la documentazione in rete e quella fornita con il sistema TeX è scritta in inglese.
Il bello degli ambienti mobili (o floating) è che la dicitura della didascalia dipende dal nome dell’ambiente, e non dal suo contenuto; si suppone, insomma che se uno scrive `\begin{table}\caption{didascalia}…\end{table}` al posto dei puntini ci metta una tabella; che questa sia eseguita con l’ambiente tabular o uno dei suoi affini, o sia un’immagine, o sia un disegno che riproduce qualcosa sotto forma di una “scacchiera” di elementi, non ha nessuna importanza: il contenuto può avere forme diverse, ma si tratta sempre di cose che il lettore interpreta come tabelle. Se invece al posto dei puntini chi compone il testo include una foto di Marilin Monroe, l’immagine può essere più gradevole di una tabella, ma non è una tabella, quindi la didascalia che comincia con Tabella 3.12, anche se il testo si riferisce a Marilin Monroe, è totalmente fuori luogo.
Ecco perché ti raccomando di leggere la documentazione: impari di più e perdi meno tempo ad aspettare risposte dal forum.
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Premetto che non ho ancora usato al versione caricata sulla versione (per ora sperimentale e in prova) di GregorioTeX su TeXLive 2016.
Ma uso con TeXLive 2015 GregorioTeX scaricato da https://github.com/gregorio-project/gregorio/releases.
è vero che io lavoro su un Mac, quiindi la versione scaricata da github lavora in tandem con una versione di TeXLive che non ha le limitazioni che ha la distribuzione TeXLive/Debian che ha tu.Ora direi che ti conviene aspettare, se puoi ancora spettare due mesi o poco più; ma se hai fretta di comporre il tuo innario gregoriano, allora prendi in considerazione di scaricare GregorioTeX dal sito che ti ho indicato.
Ma il consiglio più grosso che ti posso dare è di NON installare TeXLive?Debian sulla tua macchina Linux; se proprio non ne puoi fare a meno, hai due possibiilità: (a) installare accanto a TeXLive/Deban la distribuzione TeXLive 2015 di CTAN (anche se ora gli aggiornamenti sono congelati fino all’uscita della 2016) seguendo le indicazioni della guida di Enrico Gregorio (texlive-ubuntu.pdf), il cui link si trova nella sezione Documentazione di questo sito, oppure (b) disinstallare la TeXLive/Debian del tutto, e usare apt-get per indicare in un certo profilo che la TeXLive/debian e le sue dipendenze sono già presenti sul disco seguendo le indicazioni che mi pare si trovino nel blog di @robitex o che puoi trovare anche eseguendo una ricerca fra tutti imessaggi di questo forum, installando poi TeXLive 2015 (per ora; poi sostituirai con TeXLive 2016 quando sarà disponibile) seguendo le indicazioni di Enrico. In questo seocndo caso, quando installerai la 2016 dovrai ricordarti di disintallare GrEGorioTeX scaricato e installato dal sito github che ti ho indicato.
Attento, comunque; scrivere musica è difficile; scrivere musica gregoriana a suo modo è ancora più difficile; infatti bisogna scrivere dei file di puro testo con soli caratteri ASCII (un po’ cme i sorgenti .tex) dove ogni lettera dell’alfabeto maiuscola o minusncola, ogni segnno analfabetico hanno singificati particolari per GregorioTeX. Quando inserici questi file con icpmdi specifici del tipo \gregorioscore, il file che invochi è un file con estesnione gabc (quello con i caratteri ASCII) e luatex lo legge e lo traforma in codice latex affinché LaTeX possa comporre i righi di musca gregoriana. Per questa traformazione il programma LuaLaTeX che invochi deve avere “licenza di uccidere”, cioè deve avere la possibilità di eseguire programmi esterni senza protezione alcuna; di solito questa funzionalità viene indicate nel file log con una frase del tipo unprotected shell escape enabled. se non hai impostato quel famoso LuaLaTeX-se o se lo hai fatto ma non funziona, non puoi usare GregorioTeX.
25 Aprile 2016 alle 20:45 in risposta a: Mancato corsivo dei titoli nelle note di sezione corsivata #106139::
Il comando \footnote sostanzialmente si comporta con un comando \footnotemark seguito da \footnotetext{testo}.
\footnote mark mette subito il contrassegno della nota e attribuisce il valore del contrassegno a quello che \footnotetex metterà quando comporrà la nota. Il testo della nota con il suo alias del contrassegno vengono memorizzati in certe strutture di memoria chiamate “insert”, un po’ come se fossero dei float.
Quando il modulo che costruisce la pagina mette i capoversi l’uno sull’altro, fia via prende nota delle note che deve mettere in calce, e ne preleva il testo dagli “insert”, accodandoli ad una scatola verticale destinata alle note: via via che aggiunge note in calce e testo nella pagina, tiene conto delle altezze rispettive delle due parti e quando raggiunge il valore di \textheight, spedisce fuori la pagina e accoda quello che è avanzato della scatola 255 (quello della bozza non impaginata) e quello della scatola delle note a quanto servirà per la pagina successiva.
Naturalmente questa è una descrizione semplificata, ma il contrassegno e la nota vengono utilizzati in momenti diversi; tuttavia la parte {em…} cambia inclinazione al suo contenuto, e se il suo contento è già inclinato, lo raddrizza.Quindi se vuoi che le citazioni in nota restino in corsivo, devi scrivere \footnote{…} fuori di {\em …}.
@samiel, non mi cimento a testare il tuo codice, perché mi vien male a vedere quanto gli umanisti si complichino la vita con forme di riferimenti bibiografici tremendamente complesse, e citazioni in nota che nelle discipline di scienze sperimentali non si usano mai. Ma perché vi volete complicare al vita in questo modo? 😉 Naturalmente sto scherzando…
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La tua tabella è troppo larga e la si può ridurre solo riducendo il corpo dei font usati; in verticale ci sta male perché occuperebbe quasi tutta la pagina e sarebbe troppo smilza. Non credo che si otterrebbe qualcosa di meglio scambiando righe e colonne.Puoi comunque metterla dentro una \makebox di larghezza specificata a \textwidth; la scatola così ottenuta sarebbe senz’altro nella giustezza, ma la tabella che contiene uscirebbe metà a sinistra e metà a destra riducendo l’aspetto sgradevole della tabella che arriva fino al taglio della pagina.
Ma, per favore, non presentare una tabella con quelle unità di misura: il prefisso kilo si scrive con la k minuscola perché quella maiuscola vuol dire kelvin. I watt richiedono invece la W maiuscola; se poi nei numeri di più di quattro cifre riesci a separare i gruppi di tre cifre con uno spazio fine, sarebbe meglio. Se eviti i CV sarebbe ancora meglio, visto che non sono previsti dalle norme ISO-UNI-EN; le case automobilistiche li usano ancora per motivi di immagine perché il valore numerico della potenza massima è maggiore se espresso in cavalli, piuttosto che in kilowatt; togliendo i CV e il loro valore numerico dalla tabella, questa diventa un po’ meno larga, sempre più della giustezza del testo, ma sporgerebbe di meno e certamente l’uso della \makebox darebbe un risultato ancora meno sgradevole di quello di cui giustamente ti lamenti.
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Non è impossibile, ma è difficile. Un po’ meno difficile sarebbe riportare il numero invece del nome della sezione. Il principio è lo stesso, ma il risultato è evidentemente diverso. Tra le altre cose bisogna creare alcuni nuovi comandi, bisogna creare un nuovo file .ist, e poi sperimentare. Ma non sarebbe male se mostrassi un esempio (non composto con LaTeX, evidentemente) per indicare che cosa ti aspetteresti di ottenere.Tra l’altro bisogna anche comporre questo indice analitico su una sola colonna, perché i titoli delle sezioni possono essere anche abbastanza lunghi. Il pacchetto di riferimento è imakeidx per ottenere alcuni di questi effetti speciali.
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Ivan ti risponderà certamente in merito all’uso di biblatex.I tuoi punti:
1) è complicato da spiegare se non sai che cosa c’è dietro le quinte; ci provo. La prima esecuzione di pdflatex scrive nel file .aux le etichette di ciò che citi; la successiva esecuzione di biber o di bibtex, legge il file .aux le etichette ed estrae dal file .bib solo i riferimenti citati, scrivendoli in linguaggio LaTeX (ambiente thebibliography) in un file con estensione .bbl; la successiva esecuzione di pdflatex include il file .bbl dentro il documento quando esegue il comando \printbibliography, e scrive nel file .aux anche il significato delle etichette; una successiva ulteriore esecuzione di pdflatex permette di risolvere tutti i riferimenti, perché trova nel file .aux sia le etichette sia i loro significati, per cui non scrive più punti interrogativi o e chiavi in grassetto nel documento finito, ma scrive i rimandi corretti.2) la procedura migliore per creare un database bibliografico in formato .bib è quello di usare un programma dedicato; su Windows funziona benissimo JabReF, uno script Java che può funzionare con qualunque sistema operativo purché disponga dell’interprete Java; Ma ci sono altri editor, come per esempio TeXstudio che contengono il modulo per la bibliografia e generano il file .bib molto bene.
3) anche se se ne parla ne L’Arte, e anche nella guida GuIT, scrivere direttamente l’ambiente thebibliography è possibile, ma si va incontro a a problemi di disuniformità e all’impossibilità di usare il contenuto di quell’ambiente per altri documenti da comporre con un altro stile. Ti suggerisco di dimenticarti della possibilità di scrivere direttamente la bibliografia tramite l’ambiente thebibliography e di prendere la buona abitudine di usare il database in formato .bib. Te lo dico per esperienza diretta; ho usato quell’ambiente da quando ho cominciato ad usare il sistema TeX; ho cominciato ad usare il database .bib solo da circa 8 anni (su 30 che uso LaTeX) e mi prenderei da solo a calci nel di dietro per non aver cominciato subito con il piede giusto, anche se 30 anni fa il vantaggio di usare il database era solo marginale. Tu sei fortunato a cominciare oggi con tutto il software oggi disponibile per creare bibliografie e sitografie composte in modo molto professionale. Per giunta con gli URL automatici, sempre che tu abbia caricato il pacchetto hyperref.
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Non ho capito il tuo punto 6).
Hai usato Adobe Acrobat per validare il file, cioè per verificare che sia “pdf/x compliant”, oppure hai dovuto usare Il comando di “Verifica preliminare” per rendere il file conforme?
In quanto ho scritto io ho usato il nome “Preflight”, perché ho tutto il software in inglese e, strano a dirsi, con il software in italiano non mi ci trovo.
E, infatti, non capisco bene quanto c’è scritto nell’intestazione della schermata che hai inviato.
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