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Sì, Guido, è liscia, ma i font DC sono bitmapped, e il file che ottieni sgrana quando ingrandisci la pagina e perde dettagli quando la rimpicciolisci. Usare font bitmapped per un file PDF è quasi sacrilego 🙁
Visto che il file DVI contiene solo i nomi dei file .tfm, ma non contiene i font, cambiando i nomi in ec…, al posto di dc…, e passando il file DVI in pasto a dvips+pstopdf, o a dvipdfm vuol dire usare font vettoriali, perché le mappe dei font EC nella configurazione standard sia di TeXLive, sia di MiKTeX, mappano i font EC sui font CM-Super che sono vettoriali.Inoltre i font DC hanno dei difetti perché erano una versione beta, non definitiva, dei font EC che sono poi stati quelli finali.
Altra possibile soluzione: modificare le mappe in modo da mappare i font DC sui CM-Super, forse meno laboriosa che non installare la miriade di font DC come hai fatto. Ottieni praticamente lo stesso risultato a parte qualche minima variazione sulle metriche. Anzi ti consiglio questa strada.
Ultima possibile soluzione, lasciare così come hai fatto accontentandoti di quello che sei riuscito a recuperare.
Ottima soluzione quella di fare backup multipli su mezzi di memorizzazione diversi e possibilmente togliere tutto il possibile da vecchi dischetti da 5 pollici e da quelli da 3 pollici e spiccioli. I materiali magnetici disponibili allora non sono affidabili come quelli di oggi, ma, non gusta ricopiare i vecchi dischi, o i vecchi CD o i vecchi DVD su supporti nuovi, perché anche anche quei supporti non sono eterni; 20 anni sono tanti per i supporti magnetici di allora. 40 anni possono essere tanti anche per i supporti a lettura laser.
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Il problema che incontri è dovuto ad una “cattiva” comprensione del modo con cui in ambiente tabular vengo introdotti gli oggetti e come vengono allineati i contenuto delle celle.
La cosa è spiegata nella GuidaGuIT, scaricabile dalla sezione documentazione di questo forum; attento sono quasi ottocento pagine, quaindi non devi leggerla tutta ma devi usare l’indice delle tabelle dove si parla di figure nelle tabelle per andare a colpo sicuro.Il concetto è che il contenuto delle celle viene allineato tendo conto del punto di riferimento di ciascuna scatola che contiene il materiale della cella. Quindi bisogna capire dove sia il punto di riferimento dei vari oggetti che si mettono dentro le celle.
Le celle di tipi r, l, c, sono fatte di una sola riga, quindi il punto di riferimento corrisponde a quello del primo carattere della riga; le celle di tipo p sono fatte di solito di diverse righe, quindi il punto di riferimento è quello della prima riga.
che cosa succede se metti una figura dentro una cella? succede che il so punto di riferimento è quello della figura stessa, cioè quello della scatola che la contiene, cioè il punto in basso a sinistra del rettangolo circoscritto alla figura, in pratica il punto in basso a sinistra della figura. Se usi il pacchetto array, hai anche le celle di tipo m e quelle di tipo b; quelle di tipo b, che contengono più righe, hanno il punto di riferimento coincidente con quello dell’ultima riga; quelle di tipo m lo hanno nella mezzeria verticale della scatola che contiene la cella.Quindi devi domandarti esattamente che cosa vuoi fare e poi usare il tipo di cella che contenga la figura con il punto di riferimento al punto giusto; eventualmente devi racchiudere il comando \includegraphics con i suoi argomenti dentro scatole esplcitie di tipo \vbox, o \vtop o \vcenter, contenenti oltre all’\includegraphics anche altri oggetti che possano simulare una prima riga o un’ultima riga.
Come vedi la cosa non è semplice, anche se poi, capito il meccanismo, la cosa non è così complicata. Gli esempi della GuidaGuIT aiutano se li si legge bene prima, in modo da capire bene le finezze con cui “spostare” il punto apparente di riferimento di una figura.
Alternativamente, la guida tematica Il LaTeX Reference Manual commentato e tradotto in italiano, sempre scaricabile dalla sezione documentazione di questo forum, spiega la sintassi del comando \raisebox e come si possa fare con questo comando per fare apparire l’oggetto contenuto nella scatola di una altezza e di un profondità diverse da quelle sue naturali. Forse un po’ più ruspante, ma efficace.
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Per bacco, i font DC sono vecchi per davvero, non esistono più, credo dal 1996. Sostituiti con gli EC, di cui erano la versione sperimentale. Non so se il file dvi si possa in qualche modo editore con un editor di file binari, ma se lo fosse, cambierei tutte le istanze di dc con ec e riproverei con una distribuzione moderna; se così fosse trasformare il dvi in pdf è una cosa che dvips + pstopdf sanno fare benissimo.
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Io di matrici tridiagonali ne ho composte tante, ma mi sono trovato benissimo con l’ambiente array, ma suppongo che pmatrix e simili vadano altrettanto bene.
Basta scrivere solo gli elementi sulle tre diagonali, mettendo dei \ddots dove vuoi interrompere la diagonale e non metti niente nelle caselle vuote; se proprio ci tieni metti uno 0 (zero) in neretto al centro di ciascuno dei triangoli vuoti. Il tutto risulta molto più leggibile con non quelle righe diagonali con i pallini neri. Un trattamento simile, molto più semplice, si applica alla colonna delle incognite e a quella dei termini noti.
La situazione sarebbe molto diversa se dovessi creare delle matrici con delle suddivisioni contenti anche sotto-matrici rettangolari, perché il pacchetto amsmath ti mette a disposizione un comando per mettere una linea orizzontale di puntini che attraversa tutta la matrice, ma non mette a disposizione un comando equivalente per mettere una linea verticale di puntini. Ci si può arrangiare, ma non è banale.
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Il posizionamento degli oggetti flottanti è una delle cose più complesse che ci siano nel nucleo di LaTeX.
Nella guida tematica Il LaTeX Reference Manual commentato e tradotto in italiano il procedimento è spiegato con un certo dettaglio, ma la cosa resta complessa.Certo non bisogna mai usare i codici di posizione [h], [t], da soli; [h] assolutamante mi, atrimenti se non vengono soddisfatti i parametri per quella posizione, quell’oggetto mobile blocca tutta la coda. [t] e da soli potrebbero funzionare, perché almeno se non ci fosse posto in quelle posizioni, LaTeX trova il posto nella pagina successiva, ma così facendo si potrebbero risultati indesiderati.
Un’altra cosa, spesso trascurata, è il fatto che una figura non può apparire in testa ad una pagina prima del titolo di una sezione. Per questo io preferirei sempre usare almeno [tb] assieme. I codici di posizione di default sono quasi sempre impostati dalle classi al valore [tbp]. Il codice formato dal punto esclamativo riduce l’importanza di certi limiti posti ai codici t e b, ma volendo una impostazione [!tb] sarebbe meglio della sola [tb].
L’articolo si ArsTeXnica 19 spiega di più, ma non è facile capire ogni dettaglio; nello stesso numero di ArsTeXnica 19 c’è anche descritto un “trucco” per mettere figure a larghezza piena in calce a pagine composte a due colonne; interessante e capendo il trucco si capiscono tante cose.
Quel che dice illinguista1972 sono parole sante; tienine conto.
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dipende…
Prima domandati se sia una buona idea che con le tue immagini specifiche la prima, oltre ad essere scalata orizzontalmente alla dimensione della minipage che la contiene, sia anche scalata verticalmente; se cambia il rapporto di forma il risultato potrebbe essere veramente brutto.
Ma la sintassi di minipage, come hai visto nella guida tematica accetta finoo a tre argomenti facoltativi[tt]\begin{minipage}[allineamento della minipage][altezza della minipage][centraggio verticlae del contenuto]{giustezza][/tt]
Perciò l’esempio che ti ha fatto 2skevin93 potrebbe essere modificato così:`\documentclass{article}
\usepackage{mwe}\begin{document}
\begin{figure}
\centering
\begin{minipage}[c][50mm][c]{.49\textwidth}\centering
\includegraphics[width=\linewidth,height=\textheight,keepaspectratio]{example-image-a}
\end{minipage}
\hfill
\begin{minipage}[c][50mm]{.49\textwidth}
\includegraphics[width=\linewidth]{example-image-b}
\vfill
\includegraphics[width=\linewidth]{example-image-c}
\end{minipage}
\end{figure}
\end{document}
`Poi potresti dimensionare le due scatole diversamente, purché le loro larghezze non superino \textwidth, anzi ne siano qualche percento in meno.
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Il fatto che label nelle note vada messo dentro e non fuori, serve perché le note sono degli “insert”, qualcosa di simile agli oggetti flottanti; ma come caption è dentro l’oggetto flottnte e quindi il label messo dopo cattura sia il numero (inpostato da capton) dell’oggetto sia la pagina dove l’oggetto comparirà, non succede la stessa cosa con le note che possono anche non comparire dove appare il richiamo ma in una pagina successiva o addirittura alla fine del capitiol o del documento. Ecco quindi perché il comando ‘\label deve viaggiare con la nota.Per quel che riguarda TeXstudio e il suo visualizzatore sincronizzato interno (che non richiede la paziente configurazione fra TeXnicCenter e SumatraPDF) che non disturba affatto; anch’io uso un portatile e ho sempre le due finestre una accanto all’altra; ci stanno benissimo e in general non c’è bisogno di ingrandire il campo di visualizzazione.
Però ho un Mac e uso TeXShop che è solo per mac; le due finestre hanno al stessa grandezza, mentre con TeXstudio di default la finestra di visualizzazione è di dimensioni minori. Sono dettagli insignificanti, quindi vai tranquillo.
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@robitex, quello che dici sulle etichette fuori dell’argomento di \chapter è un’ottima raccomandazione, ma a stretto rigore non è sbagliato; ci sono altri comandi dove invece è sbagliato metterle fuori, per esempio \footnote. E con \footnotemark separato da \footnotetex le cose sono ancora più delicate.È un’ottima pratica metterle fuori, così si è sicuri che l’etichetta catturi il vero valore dei contatori a cui deve riferirsi, ma ci sono casi e casi; dipende.
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TeXnicCenter non mi sembra che capisca le righe di auto configurazione. È chiaro che i primi due file sono salvati con codifica utf8 e che il file del secondo esperimento è salvato con la codifica latin1.Altri editor più avanzati, o per meglio dire, più moderni, come TeXstudio, TeXworks, TeXShop capiscono le righe di auto configurazione. Nel tuo caso potrebbero essere:
`% !TEX TS program =pdfLaTeX
% !TEX encoding = UTF-8 Unicode
% !TEX root = ../MyMainFile.tex
% !BIB TS program = biber` Ne potresti usare anche altre, ma le puoi conoscere solo dalla documentazioni dei singoli pacchetti.Se mi consenti un consiglio non richiesto, ti suggerirei di installare TeXstudio, multi piattaforma e con la GUI non molto diversa da quella di TeXnicCenter. Ovviamente ci sono delle differenze ma ti ci abitui subito.
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Non me ne volere, ma 10 anni fa mi ero convertito a Debian abbaandonando Windows; imparato qualcosa di UNIX, ho poi comperato il mio primo Mac; sul mio esempio il presidente di un LUG (Linux Users Group) ha abbandonato Linux ed è passato a Mac.Per il Mac esiste la distribuzione MacTeX che contiene anche l’editor TeXShop che usa i dizionari ortografici opportuni perché riconosce le parole e la lingua a cui appartengono, e non ho i problemi che lamenti.
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Se leggi la documentazione per l’italiano babel-italian.pdf scopri facilmente come fare: c’è un paragrafo completo sulla virgola intelligente. ma cino sono altre persone diverse da te, che stai attento ai dettagli, che sono infastidite dalla virgola intelligente, quindi ora l’opzione per l’italiano disattiva di default quella funzionalità; se le vuoi, insieme a diverse altre funzionalità prima di \begin{document} devi dare il comando \setactivedoublequotes e, meraviglia, $3,14$ viene scritto giusto!
Naturalmente la soluzione di \num di siunitx funziona anche se non scrivi in italiano, ma pur avendo delle bellissime funzionalità, è decisamente più lungo da usare per ogni numero, quando un unico semplice comando fa lo stesso lavoro senza pensarci più.
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È un codice molto complicato che richiede il font calligra; richiede l’uso di comandi poco noti, ma reperibili sulla guida dei font fntguide.pdf; richiede il pacchetto xcolor; richiede altri comandi poco noti di LaTeX come \raisebox e crenature con comandi nativi di TeX, ancora meno noti.
Il resto del titolo inoltre è in small caps spazieggiato cosa che con microtype si può fare facilmente, ma se compili con xelatex non è banale. Io sono riuscito a replicarlo per comporre con XeLaTeX, ma non è identico all’originale; molto somigliante, ma non identico.
Non cimentarti se non hai una buona competenza di LaTeX e di TeX in generale; se poi vuoi usare XeLaTeX devi leggerti bene bene la documentazione del pacchetto fontspec.Lascia quindi che quell’L resti un segreto di Lorenzo (e di Ivan che gliel’ha suggerito).
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Meno male che hai scoperto l’inghippo; nessuno di noi avrebbe potuto farlo!Ciò non toglie che dovresti/potresti rivedere il tuo codice; scoprendo per esempio che nel mio esempio quasi minimo compilabile non ho caricato graphics, eppure ho potuto usare \includegraphics definito da quel pacchetto. Come mai? Evidentemente lo carica qualche altro pacchetto e puoi scoprire quale leggendo la prima parte del file log: ogni parentesi tonda indica l’inizio della lettura di un file e ogni parentesi chiusa indica le fine della lettura di un file.
Ma dal tuo style.sty vedo che componi usando solo la lingua italiana; nel mio EQMC vedi che ho caricato anche un pacchetto per scegliere font con la codifica T1: perché? Ho anche caricato il pacchetto lmodern per usare i font Latin Modern: perché? Tu non specifichi né la codifica dei font. È un errore veniale, ma è pur sempre un errore. Poi sceglierei font che vuoi anche diversi da Latin Modern, ma se usi tanta matematica te li consiglio; invece la codifica T1 è essenziale; per una migliore composizione potresti anche caricare il pacchetto microtype che lavora sui font vettoriali com e Latin Modern in modo eccellente, anche se l’occhio non esercitato all’inizio non se ne accorge.
Tutte le guide consigliano di farlo; poche ne spiegano il perché. Io l’ho spiegato in tutte le guide che ho scritto o che ho curato, ma se ben ricordo è spiegato anche nella bellissima guida L’Arte di scrivere con LaTeX, scaricabile liberamente dalla sezione Documentazione di questo sito, scritta da Lorenzo Pantieri e Tommaso Gordini. Se non l’hai ancora fatto, scaricala e leggila; il tempo che consumi per farlo è tutto tempo risparmiato dopo.
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