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Excell stesso ti permette di farlo; o meglio: io procedo così: faccio un diagramma excel, ne seleziono il diagramma e lo copio; così cel’ho nel clipboad. Aproe il preview del Mio Mac (*): clicco nel nemù: new from clipbard, e poi salvo il disegno in formato pdf; magari dopo aver sfruttato le sue funzionalità di cliipng and cropping.(*) sono abbastanza sicuro che altri visualizzatori di file PDF possano fare altrettanto; non mi stupirei se lo facesse anche Adobe Reader; certamante lo fa Adobe Acrobat, ma disponendo di un Mac, sono soddisfatto dei vari software di prima installazione di cui dispongono i suoi siteemi operatvi (li ho avuti tutti da Tiger a Maverick, l’ultimo disponibile).
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@Giamma_Mo, nonostante anche gli altri ti abbaino indicato di leggere la documentazione e te la raccomandino tanto, non hanno recepito che per scrivere la tesi in inglese basta mettere english fra le opzioni della classe. Te guida da leggere per toptesi con texdoc sono due” toptesi, in inglese, serve essenzialmente per la documentazione tecnica; toptesi-doc, in italiano, serve per la documentazione sul suo uso.In particolare vi è scritto come usare \include e \includeonly. [@Dork, non è vero che \input è più moderno di \include: se leggi il codice in latex.ltx vedi che \input è, camuffato, lo stesso comando \input, comando primitivo di TeX, mentre \incudeonly e \include sono specifici di LaTeX].
Io preferisco usare \include, sapendo che ogni file viene incluso dopo aver esseguito un comando \clerapage e va bene per includere intere parti, o comunque interi capitoli. \input vi può essere tranquillamente annidato per spezzare capitoli troppo grandi. Se devi presentare al relatore un capitlo alla volta con i riferimenti incrociati completi, \includeonly e ‘include sono la sola via.
Altroeve, specialmente nella guida sulle codifiche, ho scritto che la psecificazione di inputenc con l’opzione utf8 serve anche epr scrivere in inglese, sebbene l’inglese moderno non usi accenti, l’inglese meno moderno li usa, e le citazioni di testi in altre lingue o i riferimenti bibliografici sono scritti anche in altre lingue; per lo stesso motivo bisogna caricare il pacchetto fontenc con almeno l’opzione T1 per poter scrivere in uscita qualunque testo che contenga anche una sola parola scritta in una lingua diversa dall’inglese, foss’anche solo il nome di un autore nella bibliografia.
Infine io specificherei anche l’uso dei font Latin Modern e Text Companion.
Il tuo preambolo, dunque dovrebbe essere:`\documentclass[english]{toptesi}
% i comandi \italiano e \english, nel copo della tessi possono essere usati per cambiare lingua
\usepackage[utf8]{inutenc}
\uspackage[T1]{fontenc}
\usepackage[lmodern,textcomp}
% altri pacchetti e definizioni personali
…
\includeonly{%
prelimminari,%
capitolo1,%
capitolo2,%
…
% appendici
appendiceA,%
appendiceB,%
…
}
\begin{document}
\include{preliminari}
\include{capitolo1}
\include{capitolo2}
…
\appendix
\include{appendiceA}
…
\end{document}`Sembra complicatissimo? Certo l’apparenza lo farebbe pensare, ma se anche commenti tutte le righe dell’argomento di \includeonly tranne una, ottieni la stampa di un solo capitolo con i riferimenti agli altri capitoli corretti, non sostituiti da due punti interrogativi. Scrivi qualche riga in più,, ma per selezionare che cosa compilare e cosa no, usi esattamente lo stesso numero di segni di commento.
::Giamma_Mo” post=91640Salve, sono un nuovo utente, dopo aver letto qualche guida e non riuscendo a risolvere la situazione scrivo qua.
Sto scrivendo la mia tesi con la classe book ( ho provato toptesi ma poi avevo dei problemi perchè devo scriverla in inglese e con toptesi mi veniva scritto capitolo 1 e non chapter)
il mio problema è quello di dover impostare il numero pagina in basso centrale e il nome del capitolo corrente in alto a sinistra o destra a seconda che la pagina sia fronte o retro.
e inoltre inserire anche una linea che divida lo spazio tra le testatine e il corpo e le note piè pagina.Ho letto che usando il pacchetto fancyhdr è possibile fare tutto questo, tuttavia leggendo il documento annesso al pacchetto non sono riuscito a farlo funzionare. ho provato anche a copia-incollare uno script impostato con questo pacchetto in un mio file ma non ho avuto nessun risultato.
come distribuzione ho quella nell’allegatoIl consiglio che ti ha dato @IlLinguista1972 è validissimo. Scrivi la tessi poi i dottegli li metti a posto quando sarai diventato più esperto.
Giocare con fancyhdr non è cosa da principianti; prima bisogna interiorizzare alcuni concetti, per esempio il sigificato di \leftmark e \rightmak; se vuoi approfondire nella sezione ArsTeXnica di questo forum di qualche anno fa c’è un articolo sui mark; non dico che sia facile, ma almeno si spiega che cosa c’è dietro le quinte, e quindi si può lavorare con fancyhdr con maggiore cognizione di causa. Sai, siamo stati principianti tutti, quindi tutti abbiamo cercato di fare cose che erano ancora fuori della nostra portata. Col tempo ci siamo riusciti (talvolta) ma sicuramente non al primo documento che abbiamo cercato di scrivere.
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Già fatto oggi pomeriggio, ma non ho ancora ricevuto risposte;In compenso prima di segnalare la stranezza di questa ridondanza, mi sono documentato e ho notato che \DeclareTextFontCommand definisce un comando robusto, quindi mi correggo sua quanto avevo scritto in precedenza. Non ha senso definire \textgreel come è stato fatto in greek.ldf.
::Dork” post=91626
PS2: @Claudio, se come dici, i caratteri matematici vengono caricati in mille modi incluso il nero, perché per le lettere greche minuscole e maiuscole (matematiche…) ho dovuto caricare bm per averle in nero? forse che sbagliavo qualcosa? (sono pronto alla fustigazione :-)…ma si potesse evitare sarei ben felice di non caricare un pacchetto inutile)La cosa è complessa: ogni carattere matematico ha una codifica di due byte, invece che di uno (parlo dei condi interni di pdflatex, non so come vengano trattate queste cose con xelatex e lualatex, non ci sono ancora andato a fondo); in uno c’è l’indirizzo nella polizza dei font, nell’altro ci sono diversi bit che identificano la famiglia matematica, la categoria del carattere, eccetera. il codice di categoria matematica che va da 0 a 7, salvo un valore che rappresenta la categoria di carattere matematico attivo che ha il valore esadecimale “8000. Ogni categoria ha certe sue particolarità; la categoria 0 contiene i simboli letterali a cui appartengono le lettere greche minuscole; la categoria 7 appartiene alla categoria delle lettere e dei simboli che sono gestibili con i comandi per gestire le forme e le serie; a cui appartengono le lettere greche maiuscole, e le lettere latine. In questo modo le lettere latine e quelle greche maisucole obbediscono la comando \mathbf} mentre per le altre bisogna arrampicarsi sui vetri per renderle con le famiglie matematiche nere, senza specificare (esplicitamente) \boldmath, che è un comando che si può dare solo prima di entrare in modo matematico; questo implica l’uso di \bolsymbol, ma funziona meglio \bm definito dal pacchetto bm. \bolsymbol è già definito da amsmath. e non occorrono altri pacchetti.
Questa tua domanda mi ha fatto venire in mente che dovrei mettere le mani sulla guida tematica relativa ai font, perché sono stato troppo superficiale nel trattare i font matematici.
Dork” post=91626
PS3: @Claudio, c’è un comando da dare, o un modo per vedere, (tipo [tt]\show[/tt] per le variabili…) quali (e quante) famiglie di caratteri sono caricate? Ovvero per sapere quali sono i caratteri usati nel testo nelle varie forme, quali nella matematica ecc?Forse c’è, ma non lo conosco; posso dire che se si legge il file .log ci osno informazioni sulle famiglie matematematiche via via installate, dopo le prime quattro; nel file .log che si genera quando si usa pdflatex le famiglie sono chiamate mathgroup; forse ci sono comandi specifici nelle estensioni descritte nella documentazione da leggere con texdoc etex, ma in questo momento non vorrei andarlo a cercar, perché sto andando a nanna, visto che domani devo alzarmi presto e poi guidare sotto l’acqua e la neve per un 600km. So che esiste la possibilità di dare il comando, per esempio, \showth\mathchar`\a per vedere come è identifica to il carattere a in matematica, e conoscendo un po’ di codici ASCII, si riesce a staccare l’indirizzo di a dalla aprte che contiene gli altri bit matematici. Però non è facile.
Buona notte
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Il consiglio di @dork è valido, ma tu vuoi tirare LaTeX per i capelli.Prima di usare un font devi domandarti se quel font va bene; in matematica i font con le loro forme e serie hanno dei significati precisi, non possono essere scelti a caso “tanto per fare un esempio”.
Quindi se non ti bastano né \mathcal, né \mathscr, vuol dire che stai scrivendo della matematica molto speciale, oppure che stai divertendoti a usare LATeX come se fosse Word; non farlo. Word moderno ora dispone di font OpenType con cui può scrivere la matematica in modo meno brutto che in passato, ma può, di fatto, usare solo il font Cambria; i font OpenType contengono migliaia di segni, quindi si può scegliere fra segni dai disegni più disparati, sempre all’interno di una sola polizza. Ma pdflatex lavora solo con font Type 1 che contengono al massimo 256 segni; quelli matematici ne contengono solo 128. Ma i Cambria non hanno i font con corpi ottici, mentre tutti i font nativi del sistema TeX hanno i copri ottici da usare in matematica per gli indici e gli apici di primo e di secondo livello. La qualità del risultato si vede senza essere esperti di font o di tipografia.Se davvero hai bisogno di installarti un font matematico diverso dai molti che puoi già usare, leggiti la guida fntguide.pdf (da terminale: texdoc fntguide); ti avviso che non è facile; non so se i creatori di LaTeX2e abbiano volutamente lascito le cose difficili per scoraggiare gli utenti a definire nuovi font, oppure se debba essere difficile per definizione. Probabilmente le due cose sono vere entrambe, perché ogni font matematico deve essere installato specificando a che cosa serve in matematica (operatori, lettere, simboli, grandi delimitatori, altro,…) e bisogna dire quali corpi usare (e quindi quali polizze nominare) per comporre i simboli del livello principale oppure quelli per gli indici egli apici di primo livello e per quelli di secondo livello; quali usare per la versione matematica normale e per quella nera, In sostanza per ogni font che vorresti usare in matematica, in realtà ne devi caricare una famiglia (in effetti in TeX base si chiamano families) e ogni famiglia contiene almeno sei font/polizze diverse, se non altro perché bisogna usare i corpi ottici e le serie media e nera. Infine la cosa è difficile anche perché si possono caricare solo 16 famiglie identificate con i numeri da 0 a 15 (esadecimale da 0 a F) e non se ne possono caricare di più. Sembra impossibile arrivare a quel numero di famiglie, ma a me è capitato.
Se hai seguito il ragionamento, ti rendi conto che non vale la pena giocare con le famiglie matematiche a meno che non si necessiti di font particolari con simboli particolari che risultano sparsi in font diversi e che bisogna caricare apposta. Nota che i simboli normali di LaTeX sono già quattro polizze da 128 caratteri ciascuna, ognuna nei suoi tre corpi; che i font della American Mathematical Society (caricabili con amssymb) sono altri 256 segni; e siamo ad un totale di 768 segni; i pacchetti euler e mathrsfs ne aggiungono altri 256 arrivando a 1024 segni; (tutti questi numeri vanno raddoppiati per tenere conto anche della serie nera); è mai possibile che 1024 simboli non bastino?
I conti che ho fatto sono approssimativi, perché alcune di queste polizze non contengono tutti i 128 simboli che potrebbero contenere. Tuttavia il numero resta comunque strepitosamente grande; Eppure esistono ancora altre polizze che contengono ancora altri segni — per esempio la tipografia francese richiede le lettere matematiche greche diritte e non inclinate; ecco, allora un’altra famiglia; in altri casi la tabella dei grandi operatori non contiene tutti i segni di integrale semplice e multiplo variamente decorati che si usano in matematica, ed ecco un’altra famiglia. Se ben ricordo se scrivi con la collezione di font kpfonts vi vengono caricate 14 famiglie di caratteri matematici. Non sto scherzando quando dico di non giocare con i font matematici, nemmeno per provare a farlo; perché si potrebbe eccedere il numero di 16 famiglie.
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Bè certo, il comando caption va semre inserito dentro l’ambiente figure o table, sotto le figure e (potendo) sopra le tabelle. Dico “potendo” perché di default LaTeX è configurato per mettere la didascalia sotto le tabelle; se lo metti sopra senza fare attenzione, sembra appoggiato alla tabella, perché manca la spaziatura; se usi, però, il pacchetto caption, dopo averne letto la documentazione, puoi configurare il comando perché stia sopra le tabella con l’adeguata spaziatura, e poi configurare la didascalia come ti piace di più, anche se quella composta con le impostazioni predefinite non è male.
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Il comando capiton ha una sintassi descritta in ogni guida:\caption[didascalia corta]{didascalia lunga}
La didascalia corta va a finire nella lista dlele figure, quella lunga va sopra o sotto l’oggetto a cui si riferisce.
Inoltre ricorda che una didascalia composta vicino all’oggetto a cui si riferisce è fatta di tre parti, come nell’esempio seguente:
Figura 35 Le gondole di Venezia. Si tratta di imbarcazioni a remi dallo scafo asimmetrico perché il rematore usa un solo remo laterale.
La parte nera è il titolino corrente, assolutamente obbligatorio.
La parte rossa è il titolo della figura o tabella; è raccomandabile usarlo, ma a stretto rigore non è obbligatorio; per altro una figura o una tabella senza un n titolo che cosa rappresenta; Il titolo, se non contiene verbi, come accade sempre con tutti i titoli, non vuole il punto finale. Se però e seguito dalla parte bo, allora ci vuole il punto finale al titolo.
La parte blu è facoltativa; essa descrive dettagliatamente la figura o la tabella e in pratica contiene sempre il verbo.Quindi, la didascalia corta è formata dal solo titolo, perché il titolino viene sempre composto di default. la didascalia lunga è formata da una variante del titolo e della descrizione.
::laurapau” post=91607Ciao,
mi sono appena iscritta al forum perché leggendo le guide e cercando tra i vari topic non sono riuscita a chiarire il mio dubbio, perciò vi chiedo aiuto. Non sono esperta di font, ho sempre scritto in Latex senza cambiare font rispetto a quello predefinito.
Ora vorrei scrivere alcune lettere (solo alcune) all’interno di formule matematiche utilizzando un font ttf (di tipo calligrafico). Con l’uso di \mathscr{} non ho il risultato che desidero.
Non ho ben capito neanche come fare a installare tale font, ma questo è un passo successivo. Il punto è che, cercando informazioni, ho capito che questo non si possa fare per le formule matematiche. Riesco a cambiare font nel “testo normale” utilizzando\fontencoding{T1}\fontfamily{}\selectfont
ma se lo faccio in una formula non funziona. Ho provato con un font che ho già installato, nel testo riesco a cambiare, mentre nelle formule no.
Spero di aver capito male e che ci sia una soluzione al mio quesito: posso utilizzare un qualunque font a mia scelta all’interno di formule matematiche, oltre a quello predefinito? In caso affermativo, come si fa?
Grazie a chi mi potrà aiutare.
LaurapauBenvenuta LauraPau.
I font matematici sono brutte bestie difficili da installare.
Ma di default il comando \matcal{ABC} in matematica fornisce le lettere calligrafiche; per uscare il comando \mathscr devi invece caricare il pacchetto mathrsfs, come sta scritto nella tabella 25 della guida L’Arte di scrivere con LaTeX da scaricare, se non l’hai gia fatto, dalla sezione Documentazione di questo sito.
::ivan” post=91600Considerato che la definizione di \greektext in babel-greek è
\DeclareRobustCommand{\greektext}{%
\fontencoding{LGR}\selectfont
\def\encodingdefault{LGR}}Perché nella ridefinizione si sceglie di omettere
\def\encodingdefault{LGR}
?
La definizione di \greektext imposta nche l’encoding di default, ma spero che lo faccia in un gruppo, altrimenti tutto il documento, dpo aver specificato quel comando viene composto in greco D’altra parte definsce anche \texlatin, che purtroppo viene inserito di default anche ogni volta che si volgiono i numeri romani; altrimenti le pagine scritte come \romannumeral mentre si sta componendo in greco vengono scritti in greco; Insomma G¨¨nter ha dovuto ricorrere a compromessi.
ivan” post=91600
Inoltre, perché usare\DeclareTextFontCommand{\textgreek}{\greektext}
quando abbiamo già, sempre in babel-greek
\DeclareRobustCommand{\textgreek}[1]{\leavevmode{\greektext #1}}
?
Sono alternativi? È meglio il primo?Ciao
IvanIl primo è migliore come prestazioni ma forse non è robusto; il secondo è robusto ma non gestisce in automatico la correzione italica che andrebbe inserita a mano, salvo che la maggior parte degli utenti non sa che cosa sia e quei pochi che lo sanno, se ne dimenticano.
Tutti i comandi textit, \textbf, eccetera, quindi anche \textgreek, devono provvedere in automatico alla correzione italica. Le dichiarazioni corrispondenti non possono falo perché non sanno su cosa operano, sono dichiarazioni incondizionate o limitate da un gruppo, i comandi sanno esattamente su cosa lavorano e possono tenerne conto.
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Ci do un occhiata.
ClaudioCi ho dato una occhiata e ho scoperto che anche prima delle modifiche di greek.ldf la cosa non poteva funzionare…:shock:
In realtà substitute font è comodo, ma…
Prima usava correttamente i font greci giusti nei tre esempi della documentazione perché vi usavi espressamente la dichiarazione esplicita della famigliadella famiglia, altrimenti, in generale avrebbe usato l’error font che è appunto quello della collezione cbgreek; se invece sostituivi \foreignlanguage{greek} con \textgreek, funzionava bene perché usavi la famiglia greca \SUF$greekfamily correttamante definita con l’opzione greekfont=… fra le opzioni della classe.Se non fai queste cose la cosa non può funzionare, in particolare se usi il font latino di default che è il Palatino. Siccome il passaggio al greco avviene solo cambiando la codicifica, è ed era evidente che se la famiglia latina era T1+pplj, la famiglia greca corrispondente sarebbe lgr+pplj; il file lgrpplj.fd non esiste, e le corrispondenti dichiarazioni non esistono, quindi bisogna crearle. Con il Porsono le ridefinizioni esplicite le hai indicate tu nel file suftesi, ma vanno bene solo per quando si usa la dichiarazione esplicita della classe, non quando il cambio di lingua avviene solo con il cambio della codifica.
In ogni caso occorrono le definizioni per per eseguire l’abbinamento del font latino con quello greco, ma bisogna farle \AtBeginDocument, perché solo allora le varie opzioni della classe sono sicuramente già state elaborate e definite.. Io quindi ti suggerirei di sostituire/modificare un pezzetto delle classe con il codice seguente:
`\RequirePackage[LGR,T1]{fontenc}
\RequirePackage{substitutefont} % <---- aggiunta \AtBeginDocument{\fontencoding{T1}\selectfont} \ifsuftesi@standardfont \RequirePackage{lmodern} \relax \else \RequirePackage[osf,sc]{mathpazo} \RequirePackage[scaled=0.8]{beramono} \renewcommand{\sfdefault}{iwona} \AtBeginDocument{% \substitutefont{LGR}{\rmdefault}{\SUF@greekfamily}% <---- aggiunta \DeclareRobustCommand{\greektext}{% \usefont{LGR}{\SUF@greekfamily}{\f@series}{\f@shape}}% \DeclareTextFontCommand{\textgreek}{\greektext} }` A questo punto mi pare che le cose funzionino correttamente sia con il comando \textgreek sia con il comando \foreignalnguae e gli altri comandi di cambiamento di lingua. Forse ci vorrebbero anche cambiamenti annaloghi per la famiglia sans serif, ma non è difficile aggiungerli; dubito che sia necessario aggiungerli per la famiglia tt. Ho provato queste due piccole modifiche con il file seguente:`% !TEX TS-program = pdflatex % !TEX encoding = UTF-8 Unicode \documentclass[documentstructure=article% %,greekfont=porson% %,greekfont=cbgreek% ]{suftesi} \usepackage[utf8]{inputenc} \usepackage[greek.polutoniko,italian]{babel} \begin{document} \foreignlanguage{greek}{% %\fontfamily{porson}\selectfont %\textgreek{% T`o g`ar kal`on >en meg'ejei ka`i t'axei >est'in.}~Il bello infatti
sta nella grandezza e nell'ordinata disposizione delle parti.\end{document}`
Mettendo, spostando o togliendo i segni di commento puoi provare le varie configurazioni per il greco.
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È vero, non vale la pena perderci il sonno; probabilmente [tt\expandafter\index\expandafter{|makeUppercase{b}}[/tt] potrebbe funzionare, ma potrebbe vare senso se al posto di b ci fosse un numero di argomento, per esempio #2. Il fatto è che \index sterilizza tutto il suo argomento per poterlo scrivere verbatim nel file ausiliario .idx, affinche makeindex ci lavori sopra; makeindex non è TeX, ha i suoi caratteri speciali (sono @, !, “, \) ma non è TeX. Makeindex non interpreta i comandi TeX o LaTeX, semplicemente agisce sulle stringhe di caratteri che ha ricevuto in pasto, ci lavora sopra un po’, poi trasferisce i tutto al file definitivo .ind che verrà letto ed elaborato da un programma del sistema TeX, nel tuo caso pdfLaTeX.
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@Marchetto, non so rispondere alla tua domanda perché vedo i due disegni perfettamente centrati; quindi non capisco a cosa tu alluda.Forse ti suggerirei, a livello di disegno, di tracciare il telaio con linee più nero per distinguerle dalle linee che formano i diagrammi di momento.
Infine vorrei saper che cosa significa quel numero $0,005,73\times 10^1$ visto che i numeri fratti non contengono due separatori decimali; se si tratta di $0,005\,73\times10^1$ allora scrivilo semplicemente senza la potenza di 10 e la virgola spostata: $0,0573$; se si ratta d’altro mi piacerebbe sapere che cosa significa; pura curiosità; se non hai voglia di dirmelo, va bene lo stesso.
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Come sai io sono quello che dice sempre di leggere la documentazione e il file .log fa parte della documentazione; un po’ strana, ma documenta quello che un determinato “job” di compilazione ha fatto. Non è certo una lettura facile e divertente, ma pur sempre il file .log documenta tutta la storia di quel particolare job di compilazione.Anche il comando listfiles indicatoti da Enrico è utilissimo.
Ma vorrei aggiungere una cosa che rende la lettura del file .log o dell’output di listfiles un po’ difficle da interpretare.
Un certo pacchetto può venire chaiamto da diversi altri pacchetti; oppure per sbaglio potrebbe essere caricato più volte nello stesso preambolo. i comandi \RequirePackage e \usepackage controllano se un dato file è già stato caricato; se sì, talvolta, non sempre (non ho capito da cosa dipenda questo comportamanto) quei coandi controlalno anche quali opzioni sono state chiamante nelle varie chiamate; se le chiamante sono fatte con le stesse opzioni, quei comandi evitano di caricare di nuovo il pacchetto chiamato; se le opzioni osno diverse viene emesso un messaggio d’errore che informa del conflitto di opzioni; in ogni caso, anche se al messaggio d’errore si ordina di proseguire, il pacchetto chiamanto per secondo non viene caricato.
Leggere il file .log o l’output di listfiles permette di trovare i pacchetti che sono stati effettivamente caricati; quindi non si vedono chiamate multple. nel file log le parentesi tonde aperte e chiuse aiutano a districarsi un po’, ma permettono solo di risalire al pacchetto o alla classe che ha effettivamente caricato il pacchetto, non ha quelle altre chiamate che sono state ignorate. Sempre meglio di niente, ma non è facile scovare l’intera verità. Bisognerebbe aprire tutti i pacchetti caricati e farsi una liste delle chiamante eseguite cone \RequirePackage, poi forse si riesce a scoprire davvero chi chiama che cosa.
Infatti come ti ha detto @cfiandra, pgf chiama tikz che a sua volta chiama graphicx; se tu direttamente o indirettamente hai chiamanto graphicx prima di pgf, quando è il turno di tikz di chiamare graphicx, si scopre che il pacchetto c’è già e non viene chiamato una seconda volta. Analogamante, ma viceversa se tu chiami graphicx dopo pgf.
Un altro tipico esempio è quello di molti che chiamano amsmath, amsymb e amsfonts; ma amsfonts è già chiamato da amssymb, quindi non viene caricato una seconda volta.
Sarebbe desiderabile che tutti i pacchetti siano chiamabili senza opzioni; e questo meccanismo sarebbe perfetto per non chiamare due volte lo stesso pacchetto; e che ogni pacchetto sia configurabile con un comando del tipo \nomepacchettosetup; in modo che si possano anche cambiare le opzioni specificate altrove e non si avrebbe il conflitto di opzioni, al massimo un messaggio, in caso di opzioni mutuamente esclusive, che la tal opzione è stata annullata, perché successivamente contrastata dall’opzione tal’altra. Ma il LaTeX Team non può stare dietro alla miriade di pacchetti (quasi 3000) di cui è composto TeXLive, e la responsabilità di fare queste cose rimane sulle spalle di chi ha creato i pacchetti. Peccato che i pacchetti esistono da almeno 20 anni, alcuni non sono obsoleti affatto, ma il loro autori nel frattempo siano morti; nessuno lo sa, quindi quei pacchetti non verranno mai aggiornati.
Ognuno dovrebbe aiutare i curatori dei vari pacchetti sengalando loro eventuali conflitti, in modo che i curatori possano provvedere. Spesso le cose non vannao così. Io ho avuto recentemente una conferma che un curatore può anche invitare gli utenti del suo pacchetto a segnalare gli errori; io curo anche il file di descrizione della lingua Latina, che fa parte di LaTeX2e da quando esso esiste; chiesi anche aiuto ad un docente di latino dell’università per darmi una mano su alcune cosette; in questi 20 anni ho avuto tre segnalazioni di cose da correggere da utenti tedeschi. Ma tre giorni fa il prof che mi aveva dato una mano mi ha detto che quel file è inutilizzabile, perché si riferisce al latino moderno (e poi neanche tanto benei…) ma non va bene per il latino classico. D’accodo ma cosa serve mettere la richiesta di segnalare errori e segnalando l’indirizzo e-mail a cui rivolgersi se poi non ci si rivolge a nessuno e non si usa il software o si reinventa l’acqua calda per fare una cosa che basterebbe segnalare?
Questo grido di dolore è un po’ Off Topic, ma è collegato ai famosi conflitti, a chi carica che cosa, a quali opzioni siano state specificate, eccetera.
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L3 è una abbreviazione per indicare il linguaggio interno di LaTeX3, che ora è l’argomento di studio di Enrico, il quale ha già prodotto diversi pacchetti basati su L3; xparse non è ufficialmente uno di quelli, perché risulta prodotto dal LaTeX3 Team, ma mi pare che Enrico ne faccia parte, almeno collateralmente. xpatch invece è proprio di Enrico.In sostanza si tratta di pacchetti epr usare il nuovo linguaggio rendene abbastanza trasparente le complicazioni interne.
Comunque va benissimo.
Invece il fatto che \index{\MakeUppercase{b}} si ocmporti diversamente da \index{B} è abbastanza ovvio; il primo viene messo fra i simboli perché manca una chiave per mettere in ordine alfabetico, cioè manca @ e la parte che viene prima; esso si comporterebbe come \index{B} se fosse scritto \index{B@\MakeUppercase{b}}.
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