OldClaudio

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  • in risposta a: Consiglio dimensione font #75521
    OldClaudio
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      Esisterebbe un’altra via per usare il Linux Libertine O, e impostando i 10.5pt per il testo normale;.

      Il file di classe che stai usando o ricorre ad un file .clo per le opzioni di corpo, oppure contiene direttamante i comandi per il corpo; apri il file .clo oppure il file .cls e cerca la definzione di normalsize; tanto per darti un esempio, nel file bk10.clo la definizione è questa:
      `
      \renewcommand\normalsize{%
      \@setfontsize\normalsize\@xpt\@xiipt
      \abovedisplayskip 10\p@ \@plus2\p@ \@minus5\p@
      \abovedisplayshortskip \z@ \@plus3\p@
      \belowdisplayshortskip 6\p@ \@plus3\p@ \@minus3\p@
      \belowdisplayskip \abovedisplayskip
      \let\@listi\@listI}
      \normalsize
      `

      L’ultima riga imposta il \normalisize come default; non è da modificare ma è da lasciare.
      Non è un codice difficile da leggere anche se fa uso di diversi comandi “strani”. Ricopia tutto quanto alla fine del tuo preambolo premettendogli un \makeatletter, e cambia i vari \@xpt in 10.5pt; io non cambierei nient’altro. La riga che conta è la prima della definizione: dove la definizione di default dice di impostare le dimensioni del font corrispondenti a \normalsize a 10/12, cioè 10pt per il corpo e 12pt per l’avanzamento di riga (\baselineskip).
      Se cambi corpo e lo metti 10.5pt ma lasci l’avanzamento di riga costante, le righe ti appariranno un pochino più raccolta, perché resta un po’ meno spazio bianco in mezzo; se ti sembra troppo raccolto sostituisci \@xiipt con 12.6pt.

      Non cambierei nessuno degli altri comandi di corpo.

      In questo modo il corpo corrispondente a \small continua ad essere di 9pt, quello corrispondente a \footnotesize rimane al valore di 8pt, e altrettanto succede per i copri superiori. Hai rispettato le specifiche e usi un font che sia abbastanza completo e regolarmente crenato con tutte le bellezze dei font OpenType.

      Certo puoi anche provare a mettere le mani sul font GFS Baskerville, come ti è stato suggerito, e resta sempre un’altra possibilità. Quello che ti ho detto sopra è un metodo praticabile per far corrispondere i soliti comandi di copro di \LaTeX a esigenze particolari dei “committenti”. Funziona benissimo con i font continuamente scalabili, in particolare con tutti i font vettoriali distribuiti in un solo corpo come, per esempio, i Linux Libertine O.

      Se non si vuole ridefinire il comando \normalsize, ogni volta che si torna al, o si vuole scegliere il corpo normale, bisognerebbe specificare \fontsize{10.5}{12.6}\selectfont; l’idea di dover ripetere questo comando ogni volta permette di capire subito che la ridefinizione di \normalize è decisamaente la via più pratica.

      in risposta a: L’arte di disegnare grafici con LaTeX #74099
      OldClaudio
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        Probabilmente la risposta c’è nella documentazione di pgfplots, ma…

        Il lettore che legge grafici.pdf, sperando di risparmiarsi le centinaia di pagine del amnuale di pgf/TiKz e pgfplots, resta con una domanda priva di risposta, a cui magari un rinvio al paragrafo giusto del manuale potrebbe bastare.

        E se uno volesse disegnare un grafico 3D di un linea tridimensionale o di una superficie ma volesse riferirsi a coordinate cilindriche o sferiche invece che cartesiane?

        Un esempio molto semplice come una sfera (la Terra, approssimativamente) con alcuni meridiani e alcuni paralleli disegnati sulla superficie, e con un minimo di gradiente di colore sulla superficie per dare l’idea della superficie sferica?

        Un altro esempio molto semplice, che sfrutta il primo: Terra con meridiani e paralleli con il disegno di una rotta ortodromica e una lossodromica. (l’ortodromica e la linea più breve che unisce due punti sulla sfera; la lossodromica è la linea che unisce due punti sulla sfera formando un angolo costante con i meridiani). L’ortodromica è un arco di cerchio massimo, quindi potendo disegnare i meridiani che sono cerchi massimi, non dovrebbe essere difficile disegnare un cerchio massimo inclinato che passa per due punti dati. La lossodromica è una specie di spirale sferica che si avvolge sempre più fitta attorno ai due poli; questa forse è più difficile da descrivere analiticamente e quindi da disegnare,

        Non sto mettendo in piedi un caso difficile apposta per mostrare i limiti di pgfplots, nel caso che questo pacchetto non sia capace di fare quanto ho descritto. Sto facendo un esempio molto pratico che potrebbe apparire su un libro delle scuole medie, su un manualetto di navigazione a vela o per il brevetto da pilota di aereo; potrebbe essere anche un modo per confrontare le corrispondenti rotte sulla sfera e a confronto con quelle dalla carta di Mercatore, usata per la navigazione. Insomma sarebbero entrambi due esempi “minimi”… 😐 ehm, non sto prendendo in giro nessuno, nemmeno me stesso: io non sarei capace 😳 , ma con tutti i matematici che stanno mettendo mano a questi pacchetti di disegno assistito mi auguro che una soluzione salti fuori 😎 .

        in risposta a: Evitare la numerazione delle pagine iniziali #75496
        OldClaudio
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          Ho controllato i miei libri; il mio editore mi ha prescritto di numerare da 1 (anche se il numero non viene scritto) la prima pagina di destra dopo la copertina; siccome desidera che in questa pagina compia l’occhiello io ho:
          pagina numero stile pagina tipo di pagina
          1 assente empty occhiello
          2 assente empty pagina vuota
          3 assente empty pagina del titolo
          4 assente empty retrotitolo
          5 romano plain Presentazione
          6 romano plain segue presentazione
          7 romano plain Indice
          … … … …

          Se vuoi lasciar perdere la numerazione romana nella front matter, piuttosto specifica \pagestyle{empty} ma questo non funzionerebbe nella prima paigna dei capitoli impliciti, come l’indice o la presentazione; allora:
          `
          \begin{document}
          \frontmatter %implicito con la classe book
          \begingroup
          \makeatletter
          \let\ps@plain\ps@empty % Questa equivalenza rimane valida solo dentro il gruppo
          \chapter{Presentazione}
          …
          \tableofcontents
          …
          \endgroup

          \mainmatter

          \chapter{Primo capitolo}
          …
          `

          in risposta a: Concatenare file .tex multipli come unico file finale #75400
          OldClaudio
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            Questa discussione non contiene off topic secondo me. Ad una prima domanda su come concatenare file multipli in un unico file si sono date diverse risposte e si è cercato di indirizzare l’utente novizio verso una procedura semplice e funzionale.
            Certo sono stati emessi anche commenti sull’inutilità di mettere in pratica procedure che diano luogo a caricamento di pacchetti inutili per la compilazioni di particolari parti del documento.

            Si sono anche fatte affermazioni sul fatto che l’utente novizio non ha bisogno di sapere che cosa sia un file .sty. Si è anche dimenticato che ci sono alcuni vincoli da rispettare nel caricare i pacchetti.

            Si è affermato che non sarebbe improponibile che si voglia dar da leggere un capitolo alla volta a qualcun altro, ma questo sì, forse, è un po’ fuori tema, perché qualunque procedura va bene per comporre una parte alla volta.

            Secondo me, non è molto importante che si usi l’accoppiata \includeonly + \include oppure il solo \input; si ottengono o si possono ottenere cose diverse e uno può scegliere a seconda delle proprie esigenze.

            Invece ci si è dimenticati che LaTeX impone che i pacchetti siano caricati direttamente o indirettamente solo nel preambolo e che siano caricati una volta sola; ci si è dimenticati che se nelle direttive per il capitolo 3 si carica il pacchetto A con certe opzioni, non si può ricaricare lo stesso pacchetto con opzioni diverse per comporre il capitolo 5. Certo si può fare attenzione ad avitare cose di questo genere, ma queste sono molto più sottili che non quella di distinguere un file .tex con definizioni personali da un file con lo stesso contenuto e l’estensione .sty; anche il secondo può essere caricato con input , purché si espliciti l’estensione, che di default è solo .tex. Certo ci sono delle differenze, altrimenti non avrebbero estensioni diverse; ma in entrambi i casi si tratta di file di estensione: essi estendono le funzionalità di LaTeX con le definizioni personali.

            La possibilità di fare cose esiziali separando i file da caricare è tale che tovo le soluzioni proposte assolutamente improponibili per un utente novizio, proprio perché bisognerebbe spiegargli che cosa sta facendo e i rischi che corre, e questo sarebbe più difficile che non semplicemente dirgli “carica tutti i pacchetti che ti servono con le loro opzioni e le loro configurazioni nel preambolo e scrivi nel preambolo le tue definizioni personali, oppure scrivile in un tuo file personale da immettere nel preambolo, poi usa \includeonly+\include oppure \input a tuo piacimento e commenta le righe necessarie per far compilare solo un capitolo alla volta. Questo grosso preambolo potrà essere sovrabbondante per compilare un dato capitolo, ma tanto quando comporrai il documento completo dovrai usarlo tutto. Non caricare invece pacchetti di cui non usi le funzionalità; questi sono inutili per un dato capitolo, ma restano inutili per l’intero documento.”

            Mi sembra molto più semplice per l’utente novizio che non spiegargli i pericoli che corre a caricare pacchetti selettivamente a seconda del capitolo che vuole comporre; che non spiegargli il pericolo dell’option clash; che non spiegargli il fatto che anche senza option clash LaTeX non ricarica mai un pacchetto già caricato, e via di questo passo. Che con i pacchetti caricati con \usepackage si può usare il segno @ nei comandi senza usare \makeatletter, \makeatother, ma che così facendo richia di modificare comandi del nucleo di LaTeX e di combinare un pasticcio immane.

            Insomma, la via maestra è quella di usare un solo preambolo fisso senza personalizzazioni per i singoli capitoli.

            Poi con \includeonly + \include oppure con \input può, con risultati diversi (*), compilare un capitolo alla volta; può anche stamparlo e darlo da leggere, per esempio, al relatore.

            Claudio

            (*) I risultati diversi consistono nel fatto che con \includeonly+\include si mantengono i riferimenti incrociati anche dei capitoli già composti ma non ricomposti nella compilazione del capitolo corrente; con \input questo non si può fare. Altra caratteristica: \include genera sempre i comandi per svuotare le code degli oggetti mobili ancora in memoria e ricomincia a comporre su una nuova pagine, mentre \input immette subito il file specificato nel flusso di lettura del programma di composizione senza fare nessuna delle cose accessorie che fa \include.

            in risposta a: Simboli in indice (itemize, enumerate, description) #75486
            OldClaudio
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              Qual è il problema? Vuoi mettere i semi delle carte come indici di itemize? o vuoi semplicemente mettere nel testo i semi delle carte?

              I comandi \clubsuit (fiori) e \spadesuite (picche) neri esistono già; i comandi \diamondsuit (quadri) e \heartsuit sono fatti solo col contorno nero e l’interno bianco; non ho vito da nessuna parte questi segni pieni, neri, ma colorabili. Non ne ho trovati nemmeno sul catalogo dei simboli di Pakin. La cosa ha un senso; stampare qualcosa a colori costa molto di più che stampare in bianco e nero o in sfumature di grigio.

              Però mi pare di avere visto alcune applicazioni di PSTriks, che io non uso quasi mai, dove sembrava essere possibile colorare l’interno del contorno di un glifo; chissà se non sia applicabile anche all’interno bianco dei segni quadri e cuori? Non loso so, ma suggerirei di usare i simboli così come sono, sarà meno vivace, ma certamente è una soluzione valida.

              in risposta a: [RISOLTO]ref e label metodi alternativi #75482
              OldClaudio
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                No, \ref recupera da una macro generata da \label solo quello che \label ha tratto dalle informazioni che gli sono disponibili, cioè l’ultimo contatore “referenziabile”, cioè incrementato con \refstepcounter, e il numero di pagina che al momento di spedire la pagina nel file di uscita le viene assegnato dal programma di composizione.

                Caricando hyperref, \label memorizza altre cose oltre alle due che ho detto, ma \ref non le recupera; per recuperarle bisogna usare altri comandi.

                Certo ci sarebbero anche altri metodi; per esempio quello di usare \pdfbookmark per aggiungere un’altra voce nella barra laterale con i link che servono e, credo, anche per usarne il label come oggetto di \href. Ma tutto ciò dovrebbe apparire nella documentazione di hyperref.

                in risposta a: [RISOLTO]ref e label metodi alternativi #75480
                OldClaudio
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                  Non c’è bisogno di cercare in rete, basta leggere la documentazione della classe e dei pacchetti che usi.

                  Il tuo problema di rendere cliccabile una data cosa, come la frase Allegato 1 è spiegato nella documentazione di hyperref.
                  Se leggessi la documentazione di toptesi vedresti che il pacchetto topfront lo carica lei, non hai bisogno di caricarlo tu.
                  Se leggessi la documentazione di amsmath e amssymb vedresti che non bisogna assolutamente caricare il pacchetto latexsym i cui simboli sono già forniti da amssymb.

                  Ora leggiti bene la documentazione di hyperref e troverai la soluzione.

                  in risposta a: Testatina, con immagini e testo bilingue #75467
                  OldClaudio
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                    i tre campi delle testatiine create con fancyhdr in sostanza sono tre scatle \makebox con l’opzione per l’allineamanto tutto a sinistra per la parte di sinistra, tutto al centro per la parte centrale, tutto a destra per la parte di destra.

                    Quinid accettano solo materiale che sta su una riga e i comandi \flushright, \flushleft \centering e \\ non hanno senso in modo orizzontale.

                    Quindi DEVI usare delle tabelle con le clonne allineate come occorre, e per li logo centrale devi stare attento al suo allineamento cone le altre tabelle, perché è più in alto. Ti conviene definire le due tabella delee parti laterali in modo che occupino solo una parte dallo soazio a disposizione; ti suggerisco di inserirle in un’altra scatola allineata giusta, ma di larghezza specificata un po’ meno della larghezza di mezza tastaina per lasciare lo spazio per il logo della provincia.\una cosa simile a questa:
                    `
                    \lheda{%
                    \makebox[0.45\teextwidth]{%
                    \tabular{r}
                    AUTONOME PROVINZ BOZEN – SÜDTIROL\\
                    Italienisches Bildungsressort\\
                    Bereich Berufsbildung\\
                    Landesberufsschule für Handel, Tourismus\\
                    und Dienstleistungen “Luigi Einaudi'' Bozen
                    \endtabular}}

                    \chead{\tabualr{c}
                    ~\\
                    \includegraphics[width=0.08\textwidth]{Logo_Prov}
                    \endtabular}
                    `

                    \rhead{%
                    \makebox[0.45\textwidth]{%
                    \tabualr{l}
                    PROVINCIA AUTONOMA DI BOLZANO – ALTO ADIGE\\
                    Dipartimento istruzione e formazione italiana\\
                    Area formazione professionale\\
                    Scuola professionale provinciale per il commercio,\\
                    turismo e i servizi “Luigi Einaudi” di Bolzano
                    \endtabular}}
                    [/code]

                    Naturalmente aggiusta i coefficienti 0.45 e 0.08 in modo che le cose stiano bene assieme, con un debito piccolo spazio a cavallo del logo (io ho mess un 1/100 di \textwidth, ma puoi decidere tu.

                    Poi nel campo centrale puoi mettere piò righe vuote sotto il logo per metterlo all’altezza giustta rispetto alla deu tabelle adiacenti.

                    Comunque il mio non è il codice definitivo; è solo un suggerimento per affrontare il problema, e lo devi adattare alle tue necessità.

                    Non ti preoccupare di \tabular e \edtabular senza i soliti \begin \end; è uno sporco trucco che è meglio evitare quando scrivi tabelle, ma qui va bene perché le due tabelle giacciono dentro una scatola orizzontale. Se vuoi puoi ancora aggiungere il codice di posizione [tt]\tabular{r}[/tt] per allineare le scatole come vuoi tu — naturalmente puoi fare diversamente, ma questi sono i passi che io proverei per primi.

                    in risposta a: Modifica al Layout delle pagine #75464
                    OldClaudio
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                      la classe book è fatta per scrivere, guarda caso, i libri; questi sono tradizionalmente composti fronte retro con i margini diversi.
                      Certo puoi scrivere solo fronte, lasciando bianco il retro; basta specificare alla classe l’opzione [tt]oneside[/tt] come ti è già stato detto’

                      La classe report ha più o meno le stesse prerogative della classe book, ma i rapporti sono solitamente composti solo fronte, quindi se con questa classe volessi stampare fronte/retro dovresti specificarglielo con l’opzione [tt]twoside[/tt].

                      Ora il problema è: la tesi è classificabile come libro o come rapporto? Dipende, e solo tu puoi dirlo; dipende dalle dimensioni dalla struttura, dal contenuto, eccetera.

                      Io però mi domando se poi la tesi viene stampata e rilegata oppure se viene letta a schermo; in questo secondo caso non c’è dubbio che è meglio avere tutte le pagine con gli stessi margini, in particolare i margini laterali uguali. Nel primo caso sarebbe meglio se fosse stampata frote retro con i margini diversi e quello interno più piccolo di quello esterno.

                      Ma la classe book stampata fronte retro permette di avere le testatine di sinistra con il titolo del capitolo e quella di destra con il titolo del paragrafo. Questo non è possibile specificando l’opzione oneside.

                      Poi allora lasciare le cose come stanno e se proprio, proprio, proprio vuoi, puoi usare il pacchetto geometry per specificare i margini uguali.

                      in risposta a: Regole tipografiche di Fabrizio Serra #75461
                      OldClaudio
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                        Fossi in te non mi preoccuperei troppo del libro di Serra. L’ho già descritto nella GuidaGuIT, ma non ho detto tutta la verità; nel senso che non ho riportato la lista di errori o di corbellerie che Serra ha scritto in quel testo e che gli ho inviato; mi ha risposto ringraziandomi, ma ho avuto la sensazione che si trattasse di una risposta di cortesia, ma che non avesse nessuna intenzione di pubblicare una versione riveduta e corretta del suo libro.

                        La corbelleria più grossa riguardava la minima densità di pixel per le foto pubblicabili, che lui indicava in 300 dpi al pollice quadrato 😯

                        Altre cose meno gravi riguardavano le figure e le tabelle da mettere in fondo al libro, invece che nel posto tipograficamente più consono ma vicinissimo al punto dove vi si fa riferimento.

                        Il piccoli spazio, quello finissimo, di cui parla Serra è una sottigliezza che ricorda al tipografia francese, ma che è molto più contenuta. Lo spazio finissimo che certi programmi di impaginazione riescono a introdurre ammontano a circa la metà dello spazio fine di LaTeX; se proprio vuoi inserirlo definisci una nuova lunghezza \verythinspace e crei una macro simile a quella che viene attivata con \, ma secondo me non vale la pena. Mi spiego; lo spazio fine di LaTeX vale 3pt, vale a dire un millimetro, se definisci lo spazio finissimo come 1pt inserisci uno spazio di un terzo di millimetro; questo spazio finissimo è certamente visibile e non guasta di sicuro, ma non cambia molto il risultato finale. Credo che Serra lo consigli sia perché non fa male a nessuno, sia perché le sue pubblicazioni sono composte con il font Dante; ora dipende molto da questo font, dalla forma dei suoi glifi, ma specialmente dal valore delle sue crenature. Probabilmente, se ci tieni, puoi configurare i segni di interpunzione alti con microtype in modo che abbaino di defaulkt a destra o a sinistra lo spazio finissimo che vuoi inserire.

                        Con i font che io uso abitualmente non ho mai sentito il bisogno di inserire questi spazi finissimi; ma ovviamente io non sono un maestro di bella tipografia, anzi, certe volte mi vergogno da solo per certe cose che mi sfuggono. ma fossi in te non mi preoccuperei troppo di quello spazio finissimo.

                        Se sono virgolette semplici alte o degli apostrofi quelli che hai indicato nel brano citato? Mah, alla grandezza in cui riesco a vederli sullo schermo non sono in grado di dirlo. Per altro prendi il Platino e guarda come sono fatte le virgolette inglesi; sembrano identiche; ma se ingrandisci la schermata vedi che sono dei tratti obliqui con la stessa inclinazione, ma quelle aperte sono più spesse e arrotondate on asso a sinistra, mentre quelle chiuso sono più spesse e arrotondate in alto a destra; a me non piacciono, perché anche a stampa non le distinguo bene. Metterci uno spazio finissimo dopo quelle aperte e prima di quelle chiuse non cambierebbe la situazione, preferisco le virgolette a forma di virgola diritta o capovolta.

                        [edit]
                        Per quel che indichi nel link che hai riportato, si tratta di une estratto del libroa cui mi riferivo a proposito degli errori e delle corbellerie. Per altro anche in questo estratto del libro alla sezione ILLUSTRAZIONI, si parla di immagini a 600 pixel e di immagini a colori di 300 pixel; che è una corbelleria decisamente meno grave; se non si specifica la lunghezza su cui sono distribuiti quei 600 o 300 pixel, l’informazione non vuol dire niente; la scrittura giusta sarebbe 600 pixel al pollice, o 300 pixel al pollice. Ma questo modo di sbagliare è talmente frequente che non serve nemmeno più fare il Don Chisciotte per invocare la precisione e correttezza metrologica necessarie quando si parla di misure, specialmente se si tratta di specifiche con valore normativo.

                        Il fatto che le tipografie di Serra richiedano le foto in formato eps o tiff rispecchia il fatto che Serra è rimasto agli anni ’90 del secolo scorso. Luigi Scarso mi pare che lavori senza problemi, anzi con soddisfazione, con il formato pdf.

                        Sottolineo ancora che l’estratto delle norme le il libro completo riguardano esclusivamente i lavori da presentare per la pubblicazione alle società di Serra; se contengono delle buone idee, tanto meglio, ma si tratta pur sempre di norme editoriali di una casa editrice (una terna di case editrici possedute dallo stesso imprenditore), non di norme UNI o ISO, valide e cogenti per tutta l’Italia o per tutte le nazioni che hanno aderito all’ISO.

                        Ciao
                        Claudio

                        in risposta a: spaziatura titolo capitolo e titlesec #75452
                        OldClaudio
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                          Quanto sta scritto nella nota 3 della pagine 3 della documentazione di titlesec potrebbe essere una spiegazione; forse…

                          in risposta a: [RISOLTO]Numerazione non standard delle appendici #75419
                          OldClaudio
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                            Se lo vuoi aggiungere all’indice aggiungi anche \addcontentsline con i suoi argomenti; è noto che \chapter* non mette niente nell’indice.

                            in risposta a: Concatenare file .tex multipli come unico file finale #75392
                            OldClaudio
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                              Mmmm! siamo sicuri che sia una buona idea?

                              Così per compilare un capitolo alla volta, bisogna decommentare o commentare direttive diverse.

                              Mi sembra una stortura.

                              I pacchetti “inutili” per comporre un dato capitolo quanta memoria impegnao rispetto alla memoria già impegnata dal nucleo di LaTeX?

                              Perché poi, visto che il nucleo di latex contiene migliaia di macro che non vengono usate tutte in una data composizone anche LaTeX non è modulare e non si possono caricare solo le macro che servono?

                              Perché poi compilando un capitolo alla volta con questo sistema bisogna ignorare i punti interrogativi e i warning di fine composizione per i riferimenti incrociati mancanti/ Come si fa ad essere sicuri che un dato punto interrogativo (semplice o doppio che sia) sia un riferimento ad una etichetta messa in un altro capitolo un una etichetta mancante per davvero? Ci se ne accorge poi quando si compone l’intero documento, ma è fastidioso.

                              Insomma, caricare per ogni capitolo solo i pacchetti strettamente indispensabili non è una buona idea anche se da un punto di vista di programmazione informatica è sicuramente meglio; ma ricordiamoci che il meglio è nemico del bene. Io mi accontenterei di comporre bene e vi garantisco: uso da sempre la procedura descritta nel §4.7 della GuidaGuit quando ho almeno 5 capitoli; con meno capitoli il gioco non vale la candela; per il libro di 500 pagine di Tommaso va sicuramente bene, ma per una tesi non logorroica direi che non vale la pena, anche se può essere utile.

                              Trovo inoltre che per il lavoro cooperativo la procedura del §4.7 sia essenziale; L’ho adattata anche al caso di scrivere lo stesso testo in un solo volume oppure in tre tomi, conservando in ogni tomo parti comuni a tutte e tre.

                              in risposta a: TOPtesi rientro #75438
                              OldClaudio
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                                OK, OK, sono calmissimo, non mi sono mai agitato; semplicemente ripeto quello che ripeto frequentemente.

                                Però anche una relazione di 100 pagine merita di essere composta con stile, non la si deve tirare via perché tanto è una relazione 😉

                                in risposta a: Elementi dello stile tipografico #75448
                                OldClaudio
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                                  The elements of typographic style, nella sua versione inglese, è delizioso sia per la prosa sia per le informazioni utilissime che contiene.

                                  Tuttavia ricordiamoci sempre che le “norme” dettate da tutti questi book designer sono “norme’ forse applicabili a testi che contengono poche o nessuna figura, niente matematica e altre cose in evidenza fuori testo, nessuna tabella, nessun codice, nessun testo poetico con le annotazioni filologiche, e simili. Bringhusrt non usa sezionare il suo testo in modo minuzioso, ma usa un gran numero di note marginali, che oggi sono decisamente fuori moda e contengono per lo più delle ridondanze, non sempre, ma spesso; diventano perciò una “decorazione” dei margini. Tschichold non è meglio.
                                  Ciò no toglie che questi libri contengano delle informazioni utilissimi e dimostrino la loro validità compositiva anche solo aprendoli in mano e sfogliandoli senza leggerne il contenuto; il senso di tranquillità e di conforto visivo che essi ispirano al primo colpo indica che sono ben disegnati e ben composti.

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