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matraz” post=73611In un momento delirio di grandezza ho pensato che fosse possibile modificare la definizione di \maketitle chiedendogli di inserisrci un logo (dato che in beamer è possibile)…
sono andata vedermi la definizione di \maketitle sui file di classe (book) e ci ho provato…. con un banale \includegraphics…. 🙁
Inutile dire che latex si è arrabbiato moltissimo….
Ora mi chiedo, sono io incapace o per aggiungere solo un logo bisogna creare davvero un frontespizio da capo?
Un pò mi vergogno ma inserisco anche il mio fallimentare codice….
%\makeatletter
%\def\@maketitle{%
% \cleardoublepage \thispagestyle{empty}%
% \begingroup \topskip\z@skip
% \null\vfil
% \begingroup
% \LARGE\bfseries \centering
% \openup\medskipamount
% \@title\par\vspace{24pt}%
% \def\and{\par\medskip}\centering
% \mdseries\authors\par\bigskip
% \endgroup
% \vfil
%
% \ifx\@empty\addresses \else \@setaddresses \fi
% \vfil
% \ifx\@empty\@dedicatory
% \else \begingroup
% \centering{\footnotesize\itshape\@dedicatory\@@par}%
% \includegraphics[height=1cm]{figure/ARS_logo_colori_rifilato.jpg}
%\makeatotherSenza poterlo provare in un conteso completo (esempio minimo compilabile) a me è difficile dire dove sia sbagliato; ma se laTeX si è arrabbiato, vuol dire tante cose, che però si possono ricavare dal file .log; quindi per capire dove hai sbagliato dovresti avere al pazienza di aprire il file con l’estensione .log e il nome uguale a quello del tuo mainfile e che si trova nella stessa cartella; Non è una lettura divertente, ma se hai la pazienza di arrivare fino a dove sono riportate le righe dei tuoi errori, cerca di decifrare il messaggio che spiega ciascun errore.
Certamente l’ultimo tuo \ifx non è chiuso con \fi e il \begingroup che apri dopo \else non contiene il corrispondente \endgrop. Forse non sono il soli errori.
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Non ricordo quale classe usi, ma con book puoi controllare nei file bk10.clo e bk12.clo che \headheigth rimane assolutamente costante, sempre 12pt; anche \headsep rimane pressoché costante da 0.275in a 0,25in (25 millesimi di pollice sono una inezia.I margini laterali: puoi controllare anche quelli negli stessi file indicati sopra; ma devi ricordare che una riga è tanto più facilmente leggibile se è lunga un certo numero di caratteri, indipendentemente dal loro corpo; quindi se con 10pt la riga ottimale fosse lunga 100mm con 12pt la riga ottimale sarebbe lunga 120mm; è ovvio che se la riga è più lunga, i margini sulla carta A4 sono più stretti.
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L’indice e l’introduzione NON devono essere numerati per niente.O meglio, l’indice non deve essere numerato; l’introduzione può essere numerata se costituisce un capitolo corposo diviso in sezioni, sottosezioni e simili, ma allora costituisce un capitolo facente parte del corpo del testo, e va numerato 1. Se invece è una presentazione di poche pagine, o un sommario di una o due pagine al massimo, sta benissimo senza numero, dopo l’indice e pria del capitolo 1.
I dubbi sulle appendici potrebbero nascere se la domanda fosse: fanno parte della main matter e vanno numerate con una numerazione diversa, oppure fanno parte della back matter e non vanno numerate?
Ecco, questa è una domanda che si sono posti diversi book designer e (ovviamente) sono di pareri discordi. Secondo me in una tesi o in un documento tecnico (non vedo l’utilità delle appendici in documenti che non siano tecnici; ma con questa parola non indico solo i campi della matematica, delle scienze applicate e dell’ingegneria, ma ogni campo: diritto, economia,…, fino a filologia, filosofia, teologia 🙂 ) le appendici possono essere molto importanti e piuttosto corpose; è meglio che siano numerate e tradizionalmente vengono numerate con lettere maiuscole. Nessuno ti vieta di cambiare numerazione, ma certamente ti sconsiglierei la numerazione romana, specialmente se sono più di tre; I numeri romani tendono a diventare molto lunghi e il campo destinato loro negli indici rischia di diventare troppo corto col risultato che il numero sporge fuori dal proprio campo e ricopre in parte il titolo dell’appendice.
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Benvenuto!Se hai una versione recente del sistema TeX sappi che i file da includere devono essere nella cartella di lavoro o in cartelle subalternee che:
1) latex include solo i file .eps
2) pdflatex include i file pdf. jpg, .png e dalla versione 2011 in poi include anche gli .eps.Tutto ciò, naturalmente NON funziona trascinando le figure nel file sorgente .tex, come faresti cona Word, ma usando il pacchetto graphicx e usando il comando [tt]\includegraphics[…]{…}[/tt] (le istruzioni sono nella documentazione che leggi aprendo una finstra chiamata Prompt dei comandi e digitandovi texdoc grfguide seguito da
. Probabilmente stai già facendo così, ma casomai facessi diversamente, questo è il modo di procedere.
Devi inoltre sapere con TeXnicCenter (che spero vorrai sostituire quanto prima con qualcosa di meno antidiluviano) quale programma stai lanciando; se proprio non riesci a capirlo dalle impostazioni di TeXnicCenter, guarda che file ottienei in uscita: se in uscita ottieni un file con estensione DVI stai usando LaTeX; se ottieni direttamente (vale a dire senza premere i bottoni per usare dvips e poi ps2pdf, oppure dvipdfm, o simili) un file di uscita con estensione .pdf, allora stai usando pdfLaTeX. È importante saperlo, perché come ho detto sopra le funzionalità di latex e quelle di pdflatex sono piuttosto diverse.
Oggigiorno non si usa più latex, ma si usa sempre pdflatex; TeXnicCenter forse non lo sa ancora…:shock:
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Se spieghi meglio perché la soluzione dei symbolic link non ti soddisfa, forse posso capire meglio il tuo problema.La soluzione è certamente più semplce e indolore che cambiare l’estensione a tutti i 1300 e passa file o a scrivere degli script iniziali come suggeriresti mel tuo messaggio e non vedo inconvenienti di sorta a creare una cartella virtuale nella cartelal del tuto file principlae mediante un symbolic link; è una operazione di qualche secondo una tantum e non da ripetere ogni volata che esegui i tuoi programmi.
Se non mi sono spiegato bene, ripeto: i tuoi 1300 e passa file si trovano tutti nella tua cartella ~/Bibbia. Compili il tuo documento il cui main faile si trova nella cartella ~/CitazioniBibliche. Apri il terminale e con qualche comando cd (cd
, cd CitazioniBibibliche) ti sposti in questa cartella di lavoro; poi scrivi:
`
ln -s ~/Bibbia Bibbia
`
e poi dai. Se guardi nel Finder, ora nella cartella Citazioni Bibliche vedi una cartella Bibbia; se guardi bene, vedi che il disegno celeste della cartellina nell’angolo in basso a sinistra contiene una frecciolina orientata a NE; quella frecciolina caratterizza una cartella (in generale un file) che si trova altrove, ma che appare virtualmente presente nella cartella locale. Naturalmente puoi ripetere questa operazione per le cartelle del texmf tuo personale o per quelle del texmf-local (ti serve davvero questa ramificazione? serve per tutti gli utenti della tua macchina; quanti siete? di solito non è scrivibile, perché si assume che vi possa accedere solo l’amministratore della macchina in nome e per conto di tutti gli utenti, e non si consente ad ogni utente di pasticciarci a suo piacimento). Detto questo ora la cartella simbolica Bibbia fa credere ai programmi di compilazione di TeX (tex, pdftex, xetex,luatex, eccetera) che i file che si trovano nella cartella simbolica siano subalterni alla cartella del tuo main file.
Ripeto: pochi secondi per creare ciascun link virtuale e sei a posto per sempre; e quando creerai una altro documento chil cui main si trova altrove, spenderai pochi secondi di nuovo per creare un’altra cartella simbolica in quella del tuo nuovo mainfile. Tutto questo senza spostare mai i file veri dal luogo dove si trovano, senza cambiare loro i nomi, senza trucchi e senza inganni. 🙂
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Io non ho detto che il punto ci vada: ho detto che talvolta il punto ci va. Coerenza con i titoli di sezione:2.5 Trattamento della calvizie tetratricotomica
Figura 2.3 Strumentazione per tetraricotomia
Apparentemente manca la coerenza, perché il titolo della della figura non è nero, ma questa è solo forma; non è obbligatorio che nemmeno il titolo di sezione sia nero; ma in entrambi i casi si tratta di titoli, cioè di una informazione che ne rappresenta il numero, e una frase senza verbo che ne rappresenta il titolo.
Sarebbe diverso se, lasciando il titolo della didascalia in serie media, si proseguisse in linea con una descrizione della strumentazione:
Figura 2.3 Strumentazione per tetratricotomia. A: forbici; B: rasoio; C: pinzette; D: lametta.
Allora, nonostante la prima frase, il titolo (diversamente da come potrebbe succedere con il comando \paragraph o \subparagraph che negli stili di default sono in serie nera), sia senza verbo, il discorso prosegue in linea con il titolo con una frase con verbo, con una lista, con qualcosa di maggiormente strutturato di un titolo, quindi ci vuole uno stacco. Attenzione potrebbe essere uno spazio di 1em o 1.5em, come succede con \paragraph e \subparagraph; ma ci vuole comunque uno stacco per distinguere il titolo dalla descrizione/spiegazione.
Così io cerco di regolarmi; non giuro di essere consistente, ma cerco di esserlo. E questo discorso dello stacco, costituito da uno spazio molto maggiore dello spazio interparola, sta anche alla base della mia teoria, condivisa da altri, anche famose case editrici scientifiche, dell’assenza della punteggiatura esterna nelle formule in display. Il ragionamento è lo stesso: gli spazi charamente identificabili svolgono al funzione della punteggiaura, cosicché mettere spazi e punteggiatura diventa una ridondanza.
Nelle didascalie di solito non si lascia uno spazio dopo il titolo. Raramente ho visto didascalie con al descrizione/spiegazione che comincia un nuovo capoverso, cosicché il titolo, senza punto filale, resta da solo nella sua riga senza possibilità di confusione con la descrizione.
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Spiegazione in fondo alla pagina 6 del documento pgfplots.pdf (texdoc pgfplots)Raccomandiamo sempre di leggere la documentazione agli altri, ma poi noi… a cominciare da me; certo, a tutti può scappare di notare una certa spiegazione quando legge la documentazione…
Piuttosto, visto che sul Mac texdoc apre Anteprima/Preview, cercare una stringa in un file pdf con Anteprima è particolarmente semplice; io ho trovato compat=newest nel tempo necessario per digitare questa stringa nella finestrina in alto a destra. Credo che sia altrettanto semplice con Adobe Reader e con altri visualizzatori di file PDF anche con altri sistemi operativi.
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Tenuto conto del significato di colophon, io non metterei nemmeno quello nella tesi; vedihttp://www.treccani.it/vocabolario/colofone/
Se cerchi sul dizionario di Oxford trovi:
colophon |ˈkäləfən, -ˌfän|
noun
a publisher’s emblem or imprint, esp. one on the title page or spine of a book.
• historical a statement at the end of a book, typically with a printer’s emblem, giving information about its authorship and printing.
ORIGIN early 17th cent. (denoting a finishing touch): via late Latin from Greek kolophōn ‘summit or finishing touch.’La Treccani è ancora più esplicita.
Se proprio voi dire che hai composto la tesi con LaTeX nessuno te lo vieta, ma è un po’ pretenzioso metterlo in una tesi; se lo scrivi, deve essere davvero un “finishing touch”, quindi nell’ultima pagina, e non dietro il frontespizio.
Quello che nei libri viene scritto nel verso della pagina del titolo sono le informazioni di carattere legale richieste dalla legge: numeri di EAN/ISBN, copyright, dichiarazione dello stampatore, editore, edizione, e compagnia bella; qualcuno chiama questo colophon, ma in modo molto improprio. Nella tesi non è richiesta nessuna di queste informazioni. Forse nel retrofrontespizio potresti mettere la licenza d’uso, per esempio quella della Creative Commons, ma anche questo non è colophon.
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È sempre una questione di leggere al documentazione; secondo me dovresi usare correttamante l’ambiente lstlisting come descritto nella paigna 6 e forse, dovresti immettere il file java con lstinputlisting come descirtto nella paigna 4.Ho la sensazione che le due cose siano un po’ incompatibili, a meno che tu non definisca mediante l’uso dell pacchetto float un nuovo ambiente flottante che NON sia lstlisting, dentro al quale puoi usare lstinputlinsting come potresti farlo nel testo.
Siccome non uso molto questo pacchetto, ogni volta devo andare a leggermi al documentazione; so che fa cose meravigliose, ma la documentazione è essenziale.
A parte le varie guide, puoi semrpe aprire un terminale e digitarvi dentro texdoc listings; come premi “invio” ti si apre il visualizzatore di file pdf oppure un browser internet con tutta la documentazione dentro; è in inglese, ma chi usa il calcolatore, oggi, deve conoscere quel minimo di inglese richiesto dai vari programmi; non sempre sono localizzati in italiano, ma non sono mai localizzati in cinese (nel senso che se esiste la possibilità di localizzarli in cinese, c’è anche la possibilità di avere di sicuro la versione inglese; quella italiana probabilmente in questi casi non esiste nemmeno).
Leggendo la documentazione, ti assicuro, non perdi tempo, ma ne guadagni un mucchio.
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texdoc l3luatex rimanda alla documentazione di expl3, ma non sono riuscito a trovare nulla all’interno di questo documentazione ch si riferisca a l3luatex, tranne la chiamata al pacchetto stesso.
Ho provato ad aprire l3luatex.sty, ma non riesco a cavare un ragno dal buco. Mi spiace che il solito meccanismo di documentazione in questo caso non dia nessuna informazione utile.
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Senti, Daniele, io so molto sulla sillabazione tipografica, ma ovviamente non so tutto. Dopo avere scritto al sillabazione LaTeX per una quindicina di lingue, la tua domanda mi dà un piccolo scossone.Secondo me la sillabazione è utile per avere un buon riempimento della riga; senza sillabazione lo spazio interparola potrebbe essere troppo grande. Con pdfLaTeX, il pacchetto microtype e i font giusti si riesce a comporre un testo di giustezza normale spesso con intere pagine senza una sola cesura; il grigio omogeneo delle righe è gradevole, ma nonostante la protrusione e l’espansione dei caratteri qualche riga con cesura spesso salta fuori; spesso vuol dire che il 30-50% delle pagine presentano una sola cesura; 1-2% presentano un paio di cesure; questo secondo la mia esperienza; Ovviamente dipende dalla lingua e dalla lunghezza minima consentita per la prima e l’ultima sillaba della parola; dipende anche dalla lingua; in francese, dove dovrebbero essere molto disinvolti, e si direbbe che lo siano a giudicare dalla frequenza con cui usano la parola ci Cambronne, non eseguono la cesura quando l’ultima sillaba contiene un “e muet”, o quando la prima sillaba potrebbe essere una parola volgare; conseguenza la parola trisillabica “culture” non vine divisa affatto 😉
Per chi non è bituato a leggere la cesura è fastidiosa. Posso supporre che il tuo capo, che ha voluto togliere la cesura dagli scritti in Word, abbia qualche difficoltà a leggere se la cesura è presente, ma non conoscendolo, non ho proprio idea del perché abbai dato queste disposizioni. Certo Word non fa un bell’uso della cesura; consente righe consecutive con cesura; non divide le parole precedute da un articolo o una preposizione articolata che abbia subito l’elisione vocalica; per cui “l’università” è una parola indivisibile (almeno così era fino a Word 2000, poi ho lasciato perdere, e ho smesso di usarlo). Non oso pensare che cosa può succedere con lingue dove l’elisione è più frequente che in italiano.
Il grande artista tipografo Alberto Tallone di cui ho potuto visitare la tipografia e l’ho visto comporre (a mano, s’intende, con i caratteri mobili) so che fa di tutto per evitare la cesura; certo lavorando sull’intero capoverso, come per altro fa LaTeX, è più facile giocare con gli spazi interparola, ma ho il sospetto che con grande delicatezza egli usi anche la spazieggiatura, decisamente aborrita da molti tipografi anglosassoni.
In sostanza direi che con Word si può tranquillamente lasciare che in corrispondenza commerciale o legale o burocratica, l’estetica tipografica si può mettere da parte; scrivendo testi più formali sarebbe meglio usare la cesura con grande parsimonia, e non è Word lo strumento adatto per comporre al meglio i vari capoversi; se poi la giustezza è piccola, la cesura diventa necessaria anche con Word e all’occorrenza bisogna anche intervenire a mano.
In sostanza ritengo che la sillabazione sia necessaria e utile, ma il programma di composizione non deve abusarne; deve essere corretta, ovviamente, ma deve anche essere usata per rendere la lettura del testo confortevole al lettore, non per risparmiare righe di testo e forse una pagina intera ogni cento pagine. Dicendo questo ho la sensazione che dopo aver scritto pattern di sillabazione per così tante lingue non ho perso il mio tempo. 🙂
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