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Le norme ISO che regolano la scrittura delle “formule” delle scienze applicate dettano norme anche sui pedici; essi sono sempre delle apposizioni (delle specie di aggettivi qualificativi) che specificano, qualificano, il significato delle variabile o la classificano come una entità soggetta ad un’altra variabile:Vi rappresenta, per esempio, l’i-esima tensione, e Vi rappresenta la tensione di ingresso.
In sostanza la differenza sta fra l’usare il font per le variabili, o il font per i “nomi”.
Con la chimica si presentano però dei problemi, perché le formule chimiche devono contenere i simboli degli atomi in tondo e non in corsivo; Quindi come si fa a distinguere una concentrazione di una sostanza da una apposizione, se entrambe vengono scritte in tondo?
Secondo me il problema è più teorico che pratico, mentre i pedici grandi sono brutti in assoluto; il contesto permette sicuramente di evitare confusioni fra CNaOH e SN2 o SE: in primis perché si usa una lettera diversa per indicare la concentrazione o la sostituzione, poi perché la S NON è in tondo, e infine perché SN non si può confondere con lo “zolfo dell’azoto” o lo “zolfo relativo all’azoto”, che, almeno per me, sono espressioni prive di senso.
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Se non è più sviluppato, ci sarà ben qualche motivo.Io l’avevo provato nel 2006, la prima volta che avevo installato TeX sul mio mac: era il gwTeX; il software di installazione portava dentro diversi altri prodotti, compreso quasto ItXMac. Non mi era sembrato eccezionale, e l’avevo scartato subito.
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Guarda che come ti hanno già detto diverse persone di default il comando \Delta compone una Δ diritta e non inclinata. Per farla venire inclinata bisogna usare appositi pacchetti o apposite opzioni ai pacchetti o alle classi. Se tu lo ottinei corsivo è perché hai scelto una classe che lo fa di default, oppure un pacchetto che l’imposta di default, o perché, magari non te ne ricordi più, hai specificato l’opzione per vere le maiuscole greche inclinate.Per il pedice grande puoi fare così:
`
$
S_{\textstyle N}2
$
`Dopo che l’avrai provato, ti renderai conto che viene una schifezza.
Se vuoi replicare qualcosa di non professionale, trovato su in altri scritti, magari composti con un famoso word processor da una persona che non ha idea di come si componga la matematica, anche quella relativa alla chimica, fallo pure, ma devi avere delle ragioni molto valide per voler replicare una schifezza.
1 Aprile 2012 alle 10:48 in risposta a: suftesi: classe (anche) per tesi in discipline umanistiche #49501::
Non c’è dubbio che il simbolo dell’euro prodotto da eurosym sia conforme al disegno specificato dalla UE.Quello prodotto con il pacchetto textcomp o dai font Latin Modern con codifica latin9 (simile a latin1 ma con il simbolo dell’euro) si discosti dal disegno standard della UE, a causa delle grazie e della sua forma ellittica.
All’inizio questo simbolo mi dava fastidio, tanto che verso al fine degli anni ’90, quando davo gli ultimi ritocchi ai font greci, decisi di inserirvi il simbolo UE (disegnandolo ex novo, senza avere le specifiche grafiche della UE sott’occhio, quindi forse non esattamente conforme, ma molto simile).
Ora a distanza di tempo il simbolo ellittico e con grazie di textcomp non mi dà più fastidio, anzi, non dico che mi piaccia di più, ma non lo trovo così ignobile come mi pareva all’inizio degli anni 2000. Ora non ci faccio più attenzione a quale simbolo uso; probabilmente faccio male, ma nonostante il simbolo UE sia standardizzato, il suo disegno non si accorda per niente con quasi nessun font con il quale sia scritto il testo circostante e le cifre che esso accompagna.
Sul fatto di metterlo dopo le cifre non ho dubbi; l’uso commerciale di metterlo prima è orribile; è come dire: “io ho figli tre e nipoti sei”. Per la misura del tempo la lingua italiana nel parlare è più flessibile delle altre, nel senso che salta addirittura il nome delle ore e quello dei minuti: “vengo da te alle tre”; ma quando si scrive le ore si mettono sempre prima, i minuti e i secondi sempre dopo: “l’arrivo è previsto per le ore 15 e dopo 20 minuti si riparte”; una bella contraddizione.
Eppure le norme ISO, così attente nello specificare l’uso delle altre unità di misura, per le unità monetarie fissa solo i nomi a tre lettere, ma dicono poco o niente sulla posizione.
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Io non uso classicthesis perché non mi piace e lo trovo simile al classico cannone per far fuori una zanzara. Il file classicthersis-config.tex lo dimostra ampiamente anche se metà dei pacchetti caricabili sono in righe commentate.
Quindi mi perdonerai se dico una fesseria, ma il file di configurazione carica classicthesis; poi tu lo ricarichi con alcune opzioni. la seocnda volta non dovrebbe essere caricato ma nel file log dovresti trovare un messaggio d’errore del tipo “Option clash”; dai un’occhiata al file log; se è così commenta la chiamata di classicthesis dentro il file di configurazione e conserva solo la chiamata del tuo file di prova; poi vedi che cosa succede.Devo aggiungere un commento off topic. Il pacchetto classicthesis potrebbe essere ottimo se non venisse cambiato ogni tanto in modo incompatibile con le versioni precedenti e se lasciasse un po’ più di libertà all’utente; in fondo classicthesis è un pacchetto che modifica una classe; il file di configurazione non fa solo una configurazione ma modifica profondamente la modifica della modifica; tanto vale allora usare un classe onnipotente come memoir, ma almeno questa è stabile, solitamente retrocompatibile, e ci si può fare qualunque cosa senza bisogno, solitamente, di caricare altri pacchetti.
Questo “comportamento” di classicthesis, invece, provoca fastidi e difficoltà a chiunque si avvicini a classicthesis senza molta esperienza alle spalle e i messaggi sul forum a questo proposito si ripropongono con grande frequenza.
So che alcuni utenti esperti che frequentano il forum ne sono clienti affezionati, ma potrebbero forse essere i primi a sconsigliarne l’uso ai neofiti.
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Carica semplicemente etex.sty; se proprio ti occorre usare personalmente le estensioni fornite dall’extended mode, non solo le allocazioni di nuovi registri, allora piuttosto carica etoolbox; io lo uso spesso e non ho mai incontrato problemi. Altrimenti evita di caricare pacchetti che non usi.
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Prprio perché 11 MiB non sono tantissimi, vale la penda di averli su una chiave USB o di averli messi nel disco del netbook o del laptop che eventualmente si ha a disposizione quando si va in giro (altrimenti che serve avere bisogno di consultare L’Arte, quando si è in giro, se non si dispone di qualcosa con cui scrivere con LaTeX?Sono d’accordo con Lorenzo sull’inopportunità di trasformare iL’Arte in un file XML o HTML, anche solo quello di appaiarne una versione per il wen con una versione da stampare o anche da leggere a schermo sul proprio desktop o laptop o netbook o iPad, o quel che è.
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So che agli utenti di Linux piace lavorare dalla linea di comando scritta nel terminal, ma…… sei sicuro di non avere nessuna utilità ad usare un editor latex friendly come Kile speicfico per le macchine Linux e che si carica in Ubuntu con il solito package manager, oppure multipiattaforma come TeXworks,(installabile dall’elenco dei pacchetti del package manager) o Texmaker o TeXstudio (paccketti in rete)?
Spesso questi pacchetti hanno il controllo ortografico anche sui comandi da dare, cosicché non scappi scritto \userpackage invece di \usepackage, oppure non capiti di scrivere nel terminale pdftex invece di pdflatex.
Se ti piace il terminale, lo potrai usare a tuo piacimento quando avrai dimestichezza con LaTeX (o meglio pdfLaTeX), con i suoi pacchetti, con le procedure per la bibliografia. l’indice analitico, il glossario, eccetera; queste sono tutte operazioni che si ottengono con i vari editor che ho indicato sopra semplicemente cliccando su una icona oppure cliccando sul nome di un comando in qualche menù a discesa.
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Naturalmente potresti usare i font virtuali cfr-lm, che contengono anche il maiuscoletto inclinato, ma non lo contengono nero. Se vuoi leggi la documentazione aprendo un terminale e digitando texdoc cft-lm seguito dal ‘invio”.Ma le tre specifiche inclinato+nero+maiuscoletto non te le dà nessuna font della collezione di font più o meno standard del sistema TeX.
I font CM ti possono dare il maiuscoletto nero; i cft-lm ti possono dare il maiuscoletto inclinato; ma simultaneamente le tre caratteristiche non si può.
Forse potresti ottenerle con XeLaTeX e qualche font che non appartenga alla distribuzione standard; poi fatto un file pdf e scontornatone il contenuto, lo puoi inserire nella tua intestazione con un normale \includegraphics, come se fosse (e di fatto lo è) il logo dello Studio Associato
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No, però pur di lavorare a mano si possono fare due tabelle da far apparire su pagine affacciate.Oppure: la pagina UNI A4 è larga 210mm; supponi di lasciar sbordare la tabella dai due lati di due centimentri per lato, ma lasciando da ciascun lato 1cm di margine, la tabella viene larga 190mm; se vuoi farci stare 60 colonne, ammesso che ogni colonna contenga solo una cifra o un simbolo (tio: asterisco, spada, e simili) ogni colonna, compresi gli spazi ai lati può essere larga solo 3,1666mm; lasci 1.5pt di margine da ciascun lato (\tabcolsep =1.5pt) e usi un corpo 5 (\footnotesize{5]{6}\selectfont) forse riesci a farcela stare, ma poi il conto dall’oculista glielo devi pagare tu ai poveracci che dovranno leggere la tabella.:sad:
Certo che, siccome l’impossibile non si può fare, devi adattarti ad compromessi; da medico sai bene che il coniuge ubriaco e la botte piena sono due condizioni cliniche incompatibili. 🙂 Devi accontentarti del coniuge un po’ allegro e della botte quasi piena 😉
::Driven” post=70892 ho fatto un file con latex e poi l’ho salvato in .bib
Sbaglio?Visto che quello che hai scritto non ha significato evidentemente sbagli.
Quello che ti vuol dire Tommaso è che devi creare il tuo testo con un editor qualunque, per esempio TeXShop, TeXworks, TeXmaker, o quello che tu comunque usi.
Devi creare un file bib con una programma apposito, che sia Jabref o Bibdesk o altro non ha importanza, ma di sicuro non lo crei e non lo modifichi con latex e non lo salvi in bib.
Poi fai andare una prima volta pdflatex sul tuo file tex.
Successivamente fa andare una volta bibtex sul tuo file bib, ma non importa che tu specifichi niente se lo fai attraverso l’apposito bottone del tuo editor. altrimenti da riga di comando devi specificare come argomento il nome del tuo file tex senza specificarne l’estensione.
Poi fai andare di uovo pdflatex per ben due volte sul tuo file tex.
In sostanza: File esistenti creati o modificati con gli appositi programmi: miomainfile.tex e miabibliografia.bib
Poi supponendo di lavorare dalla finestra comandi:
pdflatex miomainfile
bibtex miomainfile
pdflatex miomainfile
pdflatex miomainfileLavorando dall’interno di un editor che abbia gli appositi bottoni:
bottone pdflatex
bottone bibtex
bottone pdflatex
bottone pdflatexSia lavorando dalla finestra comandi, sia lavorando dall’interno dell’editor controlla sempre che ogni esecuzione vada a buon fine e termini regolarmente senza messaggi d’errore; se ci sono messaggi d’errore provvedi a eliminane le cause; dopo aver fatto andare bibtex devi avere nella tua cartella di lavoro anche la tua bibliografia con estensione bbl, oltre al file bib iniziale; se non ce l’hai, bibtex ha incontrato dei file sorgente che non ha potuto elaborare e certamente nel file blg c’è scritto che cosa lo ha fatto singhiozzare.
Attento; esistono degli editor che ti permettono una certa autonomia nel creare il file bib; per esempio TeXmaker e TeXbib; non confondere questi editor con latex; essi NON sono latex, sono solo degli editor che ti permettono di scrivere dei file; a seconda di quanto siano LaTeX friendly possono contenere appositi bottoni per dire al sistema operativo di fare quello che altrimenti tu dovresti fare a mano nella finestra comandi: scrivere il comando con i suoi argomenti, premere “invio”, aspettare che l’esecuzione del comando sia terminata, scrivere un altro comando con altri argomenti, premere “invio”, eccetera. L’editor con i suoi bottoni ti permette di fare tutto questo in modo più comodo evitando gli errori di battitura.
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Non si può perché \let fa l’equivalenza di due soli token; il numero 10 è fatto di 2 token, quindi…Casomai fosse importante avere una fotografia del numero 10 prima di entrare nel vivo del programma bisognerebbe usare \def e \let
`
\def\dieci{10}
\let\n=\dieci
`
ma a questo punto penso che [tt]\def\n{10}[/tt] sia più che sufficiente, visto che penso sia improbabile che \n venga ridefinito da \addplot.
Ciao
Claudio
::Vedila così: per andare da Padova a Verona il treno è comodo (be’, è solo una metafora, quindi si può lavorare di fantasia ), ma una volta che sei su non puoi dire “vorrei visitare l’abbazia di S. Bonifacio”. Se fai il viaggio in scooter, puoi fermarti dove ti pare e magari fare qualche deviazione interessante o fermarti a trovare qualcuno. Se il tuo itinerario è complicato e non è solo “andare da qui a lì”, il treno è del tutto inadatto e certo non ti porta in posti come il passo Giau o a vedere le Tofane.
Enrico sei grande! È difficile spiegare meglio di così la differenza fra LyX e l’uso di un qualsiasi editor LaTeX friendly.
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