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I filetti li devi mettere tutti con appositi comandi \drawI rettangoli (quadrati) grigi lei devi mettere con uno sfondo definito con rettangoli che contengono (libreria tikz fit) i nodi dei veritci, ma non deovno avere un bordo.
Anche la riga delle variabili ξ1 ξ2 ξ3 va messa in posizione mettendo direttamante i simboli, meglio ancora dei nodi. Lo stesso vale per la colonna a destra con lgi orinali delle righe, ma…
Che cosa rappresenta quel pallino/circoletto ad apice di j? se vole essere l’ordinale, non va bene; scrivi piuttosto: riga j1, eccetera, senza nessun pallino/circoletto.
::ameba” post=70367Potrebbe essere anche questo un eventuale accorgimento da inserire in qualcuna delle guide PDF?
Nel caso in cui si debba usare Biblatex, visto che non risulta ancora pienamente supportata da ucs, spostarsi sull’utilizzo di texcomp.
Saluti
Calma, calma; textcomp supplisce i glifi che non sono contenuti nella codifica di uscita T1;
Le opzioni utf8, utf8x, ucs hanno influenza solo sulla codifica di entrata e una influenza minima sula possibilità di indirizzare/trasformare le codifiche utf8 a due o più byte verso polizze i cui caratteri sono indirizzati solo da un byte.Utf8 o non utf8, se usi font di uscita che non contengono per esempio il segno dei gradi, puoi avere rappresentato il segno die gradi solo se assieme alla polizza codificata T1 usi una seconda polizza codificata TS1, cioè il Text Companion font (textcomp) che devi invocare esplicitamente con l’apposito pacchetto.
Enrico ha ragione: se usi solo utif8 senza la x, e quindi non hai bisogno di ucs, puoi fare tutto quel che ti pare con le lettere accentate e non hai problemi con biblatex, ma se vuoi stampare il segno dei gradi devi comunque usare textcomp, perché nessun font codificato T1 ha il segno dei gradi.
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No, Tommaso; 12 pt va benissimo anche per chi ha problemi di vista, basta che indossi gli occhiali. È vero che a Torino c’è una casa editrice che pubblica una collana intitolata “Corpo 16”, ma non è un buon motivo; direi che non sia nemmeno un modello da seguire; ho letto un paio di libri della collana e non trovo che siano più “facili” da leggere (nemmeno indossando gli occhiali), ma certamente sono più voluminosi.Nessun libro per adulti dovrebbe mai essere composto con un font normale di 14pt; per i bambini potrebbe essere adatto un corpo così grande fino alla seconda elementare.
Però le quattro classi standard book, report, article, letter, sono “complementate” con le corrispondenti classi extbook, ecc., che accettano opzioni di corpo maggiori di 12pt. La classe memoir arriva sino a 60pt, ma suppongo che 60pt siano adatti solo per stampare poster su carta di formato A0 (circa 850mm X 1200 mm) o B0 (1000mm X 1414mm). Per le classi KOMA-Script (scrbook, ecc.) non viene fornita nessuna opzione oltre a quella di 12pt, ma si lascia intendere che si possono usare anche le opzioni maggiori, visto che le classi extbook & Company dispongono di file .clo opportuni, i quali sono accessibili da qualunque altra classe. La guida scrguien delle classi KOMA-Script dà consigli per ovviare agli inconvenienti dovuti a corpi così grandi, e in sostanza sconsiglia di usarli.
Anche per le tesi da comporre con toptesi si può usare il copro 14pt, ma viene specificato nella documentazione di farlo soltanto per tesi che contengano notazioni filologiche particolarmente alte o diverse notazioni filologiche impilate una sull’altra.
Ciao
Claudio
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Qualunque lingua che faccia uso di accenti o di lettere che non appartengono alle 26 lettere dell’alfabeto “latino” deve essere composta usando
`\usepackahe[T1]{fontenc}` non si scappa. a meno di non ricorrere a XeLaTeX.Componendo con pdflatex l’uscita ´in pdf, quindi ci vogliono i font vettoriali se non specifichi l’opzione T1 a fontenc, vengono usati i fon Computer Modern vettoriali, che però mancano delle lettere accentate e delle lettere o con altri diacritici sopra o sotto; LaTeX è capace di sovrapporre i diacritici alla lettera base, quindi il tuo file esce bene — ma solo apparentemente. Infatti la presenza dell’algoritmo di sovrapposizione dei diacritici lfa sì che a sillabazione non funzioni più bene e le righe non ti si compongano più bene.
Ecco perché oltre alla chiamata di fontenc con l’opzione T1 devi caricare anche il pacchetto per usare i font Latin Modern vettoriali:
`
\usepackage{lmodern}
`Non mi sembra difficile da fare 😉
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Nel tuo caso wrapfig fa esattamente quello che deve fare; siccome cade in fondo alla pagina, lo spazio che ha riservato nel capoverso è esattamente le tre righe rientrate della seconda pagina, ma al fondo della pagina precedente la figura e la sua didascalia scendono sotto al livello del testo di un po’ più di due righe, quindi…Come dice Tommaso, wrap fig non deve essere usato quasi mai per non dire mai e basta. Ma le lo si vuole usare bisogna adattarsi alle sue necessità; nel tuo caso o scoci il paragrafo precedente o sposto la figuara più in basso nel capoverso corrente in modo che cada completamente nella pagina successiva, oppure annetti la figura al capoverso seguente; in ogni caso devi scendere a compromessi, perché LaTeX fa già l’impossibile, ma per i miracoli si sta ancora attrezzando 🙂
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Bravo; sono contento.Certo che il correlatore era proprio un “bon òm” (un sempliciotto, in piemontese); almeno il relatore non lo era.
Nota che uno che non sia un sempliciotto saprebbe come annotare un file PDF con Adobe Reader, con Sumatra e con gli altri visori che si usano su Windows. Non c’è bisogno di editare il file PDF; basta aggiungere le varie note con i cartellini gialli dove si scrivono dentro i commenti; e i commenti sono più giusti, come revisione del correlatore, che non le correzioni vere e proprie.
Suppongo che ora tu sia anche laureato, quindi congratulazioni!
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Per prima cosa non dovresti mai usare la codifica applemac; sul Mac impostati tutti gli edito in modo che usino una codifica non proprietaria, altrimenti le tue comunicazioni con gli altri (e con te stesso su macchine diverse) portano agli errori che di fatto incontri anche tu.Nota che la codifica di input non serve solo per scrivere il file ma anche per registralo sul disco; dunque se l’hai scritto in utaf8 su linux, e copi ul file su una chiavetta e lo porti sul Mac, questo tel lo apre in MacRoman (applemac) e non ci capisci più niente a causa delle lttere non ASCII (lettere accentate o con diacritici, segni speciali eccetera); Se correggi tui quei segni con il Mac, poi salvi il file, lo copi sulla chiavetta e lo porti su Linux, succede l’opposto e continui a perdere tempo per cambiare codifica e correggere tutte le lettere accentate e gli altri segni indecifrabili.
La codifica UTF-8 (da specificare come utf8 come opzione di inputenc) è universale, quindi non dà nessun problema su nessuna macchina.
Fai come ti ha detto Enrico, anche se ci sarebbero dei mezzi per convincere certi editor a riconoscere la codifica dei file che vi vengono aperti. Questi metodi richiedono attenzione e in molti casi operazioni manuali che è facile sbagliare. La soluzione di Enrico dovrebbe risolverti ogni problema, anche se TeXShop del Mac qualche volta fa capricci; se usi le righe magiche di cui si è parlato in questa sede tante volte, anche TeXShop smette di fare capricci.
La riga magica da scrivere in testa al file tex per TeXShop è
`
% !TEX encoding = UTF-8 Unicode
`
e, siccome si tratta di un commento, sia pure interpretabile da TeXShop, non disturba LaTeX nè l’editor che usi su Linux.
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Col Mac e con TeX l’osso più duro è certamente l’arabo. Non ho provato con il cinese, ma col giapponese ho provato e, conoscendo la lingua, che io non conosco, non è difficile; il driver per la tastiera giapponese del Mac offre un sistema chiamato Kotoeri: scrivi la traslitterazione di ciascuna parola in caratteri latini, e Kotoeri ti apre una finestrella dove ti presenta tutte le ortografie hiragana, katakana, kanji, fra le quali scegli quella che corrisponde alla parola cercata; gli ideogrammi vanno nel testo e la finestrella si chiude per riaprirsi alla prossima parola. Ecco dove bisogna conoscere al lingua, visto che in giapponese parole omofone non sono omografe, come succede in italiano. Ma un laureando in lingue orientali dovrebbe conoscere la lingua a sufficienza per procedere in questo modo. Mia nuora giapponese, che usa questo metodo da sempre, scrive velocissima.L’ebraico non è particolarmente difficile da scrivere sul Mac, solo che bisogna fare attenzione al fatto che molti movimenti del cursore sono rovesciati.
L’arabo è difficile perché bisogna scrivere in arabo, con la tastiera che permette di usare quello dei quattro segni corrispondenti alle lettere slegate e da sinistra a destra, poi LaTeX deve fare andare un preprocessore che inverte l’ordine per scrivere da destra a sinistra e lega le lettere (o seguito una tesi per la scrittura in arabo di un dottorando dei una delle università di Marrakesh, quando ancora XeLaTeX non esisteva. Non ho approfondito con Xe, quindi non so se sia possibile scrivere direttamente senza bisogno del preprocessore).
Greco e cirillico con i driver di tastiera del Mac e con la sua tastiera virtuale non danno nessun problema. Ovviamente per il greco io uso il driver Greek Polytonic. Per il cirillico uso il driver Russian Phonetic, che però consente di scrivere anche nelle varianti cirilliche delle altre lingue che usano quell’alfabeto.
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I punti 3 e 4 non sono corretti;3) Xetex aggiunge delle sue primitive particolari a quelle di TeX, ma non a queslle di pdftex, che è il vero motore degli altri programmi di tipocomposizione del sistema TeX; il programma knuthiano tex, esiste ancora, con le sue primitive, ma serve solo come benchmark (come pietra di paragone) per determinare se un altro programma ha diritto di chiamarsi TeX con opportuni prefissi e suffissi, ma di fatto non si usa più. anche quando esci in formato DVI, è sempre pdftex che lavora, solo che ha il valore contenuto nel contatore interno \pdfoutput posto a 0 (zero) e passa i test di confronto con il tex knuthiano; mentre se è posto a 1 ha l’uscita in formato PDF e molte altre funzionalità di cui non ci rendiamo conto perché tranne pochissimi non abbiamo mai letto il manuale di pdftex, io non l’ho mai letto completamente, ma ti posso assicurare che le primiteve di cui dispone pdftex sono moltissime.
4) Xetex scrive un file XDV convertito in PDF mediante uno speciale programma di conversione xdvipdfmx; anche se alla fine vedremo un file PDF, esso non potrà contenere quei comandi primitivi di pdftex che riguardano il linguaggio PDF, che non potevano stare dentro il file DVU; be’, con \special{pdf:…} forse potrebbero starci, ma di fatto non ne ho viste molte di macro che ricorrano a questo fatto (ne ho viste soltanto nella versione del 2011 del pacchetto pict2e).
Inoltre:
6) i formati grafici che xetex riesce a inglobare sono quelli che hai detto, ma per includere i file eps (che vengono convertiti al volo), bisogna usare \includegraphics*, non basta \includegraphics, oppure devi esplicitare l’opzione booleana clip.
Ancora:
1) Come sai, Enrico nella sua introxelatex.pdf ha mostrato come usare i Type 1 con xelatex; ma il suo esempio è solo dimostrativo; lui stesso di dice che sono pochi gli usi veri e reali di font type 1 con xelatex
7) polyglossia sostituisce babel; aggiunge e toglie funzionalità rispetto a quelle di babel, ma a me piace moltissimo, decisamente più di babel.
fonstspec unisce le funzioni di un ipotetico \usepackage[utf8][fontenc} (inesistente per pdflatex) e di tutti i pacchetti per caricare font che non siano di default, aggiungendo anche le macro necessarie a selezionare le varietà e le funzionalità dei vari font OpenTYpe; fontspec viene usato anche da lualatex.
Sottolineo questo fatto, perché in realtà xelatex può anche farne a meno e può benissimo lavorare anche con babel, inputenc e fontenc; predi un qualunque file predisposto per essere composto con pdflatex: componilo con xelatex: 9 volte su 10 la compilazione va a buon fine senza aver toccato niente; altrimenti, se il file iniziale contiene comandi primitivi di pdftex non conosciuti da xelatex, te li segnala come errori. Ma polyglossia e fontspec consentono di accedere specificatamente alle — e di usare le — proprietà dei font OpenType senza bisogno di mappe o diavolerie particolari, riuscendo ad accedere a tutti i font presenti sulla propria macchina; altrimenti xelatex senza le funzionalità di questi due pacchetti rimarrebbe un sotto insieme di pdflatex.
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Guarda, ho LyX installato sul portatile, ma mi guardo bene da usarlo per comporre documenti; lo uso per traformare in file latex i documenti .lyx che dovessi scaricare dalla rete, altrimenti non lo uso affatto.Sì, quello che ti ho detto è vro ed è il difetto principale di LyX; tu credi di aver formattato la tua tesi; quando la stamperai non sarà affatto uguale a ciò che hi fatto finora, anche se le differenze saranno piccole; naturalmente intendo che ne esegui la compilazione con pdfLaTeX pigiando l’apposito bottone di LyX, ma è pdfLaTeX che ti formatta il tuo documento.
Quindi tanto vale che leggi il manuale di LyX per vedre come fare per esportare al tesi in formato LaTeX, poi lavori su quello; e LaTeX non ti chiede di formattare il file sorgente, perché la formattazione la fa lui.
L’unica cosa che vedrai nel file LaTeX sono i comandi di markup che LyX ti nosconde, ma che sono solo quelli che vuole lui, non quelli che vorresti tu; vedi epr esempio \appendix.
Escamotage? Sì, leggiti il mauale di LyX e scopri come inserire comandi LaTeX nel tuo sorgente LyX; lui forse non saprà cosa farsene, e infatti di solito li nasconde dentro dei blocchi neri, contraibili in modo che non disturbino la schemata pseudocomposta di LyX, ma quando compili il documento vero facendolo sistemare da pdfLaTeX, pigiando/cliccando sull’apposito bottona, pdfLaTeX farà il suo dovere e obbedirà a quei comandi nascosti che tu stesso hi meso nel file LyX.
Come vedi, anche solo questo è sufficiente per domandarsi perché mai uno voglia usare LyX; forse per non vedere scritto
`
\section{Titolo del mio paragrafo}
`ma vedere scritto direttamente
5.2 Titolo del mio paragrafo
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@ameba, anch’io una volta ho fatto l’errore di fare una bibliografia di fine capitolo in un testo che composi tanti anni fa e ora da tempo è fuori produzione.Lo trovo un errore in generale; in casi particolari potrebbe essere utile in un tsto didattico per lasciare lo studente libero di documentarsi sugi argomenti specifici trattati nel capitolo.
Per il resto trovo molto più semplice, e credo che faccia anche al caso tuo, usare l’argomento facoltativo di [tt]\cite[/tt], per esempio così:
`
bla bla bla, \citep[pag. 570]{Monaci}, bla bla bla
`
che ti verrà stampato cosi:bla bla bla, (Monaci, 1980, pag 570), bla bla bla
\cite è il comando standard per le citazioni, \citep è un comando di natbib e, mi pare, anche di bibllatex, e serve, nelle citazioni autore anno, a citare con la solita forma di citazione autore-anno (con o senza l’anno fra parentesi, con o senza la lineetta o la virgola, ma con l’indicazione facoltatiovo che hai indicato fra parentesi quadre.
Io trovo questo metodo molto più efficace che non scrivere un elenco in linea come quello che proponi tu.
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Come dico sempre, lascia perdere LyX; ti dà l’idea di presentarti il risultato finale sullo schermo, ma il riusltato finale sarà diverso; inoltre ti lega le mani, per esempio non puoi o non riesci a crearti le appendici;Usa un qualunque editor “LaTeX friendly: te ne dico alcuni multipiattaforma: TeXworks, Texmaker, TeXstudio; sono tutti dotati del visualizzatroe interno per il file di uscita in formato PDF e ti consentono di passare dalla finestra del file sorgente a quella del file PGF, nel punto corrispondente, e viceversa, con un semplice click del mouse.
Allora vedi che anche toptesi ti consente di fare le appendici numerate come vuoi tu, semplicemente scrivendo [tt]\appendix[/tt] prima di iniziare a mettere i capitoli delle appendici. Vanno a finire nell’indice automaticamente alla seconda compilazione.
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Lorenzo,
hai esposto i quattro LaTeX in modo tale che mi vengono questi paragoni:Microsoft produce un solo programma di word processing che può essere paragonato all’unica vettura prodotta dalla Smart; piccola, va da per tutto, fa quel che può e quello lo fa bene.
TUG produce quatto vetture: si guidano tutte nello stesso modo con il markup di LaTeX, basta una sola petente, non è necessaria la A, B, C, eccetera; tuttavia ogni vettura ha le sue caratteristiche.
1) pdftex con \pdfoutput=0 e con latex.lts per creare il formato; comunemente noto come LaTeX; vettura popolare, datata, ma che dispone anche della manovella per avviare il motore; le altre vetture hanno solo l’avviamento elettrico; talvolta l’avviamanto a mano può essere utile.
2) pdftex con \pdfoutput=1 e con latex.ltx per creare il formato; comunemente chiamato pdfLaTeX; berlina comoda, per lunghi viaggi, dispone anche dell’aria condizionata e del cambio automatico; va bene per tutti gli usi, ma non accetta facilmente gadget di vario tipo.
3) xetex con latex.ltx per creare il formato; comunemente chiamato XeLaTeX; berlina comoda ma senza aria condizionata e cambio automatico; accetta ogni genere di gadget e talvolta questi gadget la fanno sembrare una vettura particolarmente dotata.
4) luatex con latex.ltx per creare il formato; comunemente chiamato LuaLaTeX; vetture fuoristrada, può affrontare ogni genere di difficoltà ma richiede una esperienza di guida fuori strada che non tutti hanno; per viaggi normali offre il comfort delle altre vetture sue consimili.
Siccome il file per creare il formato è lo stesso, la patente di guida di queste quattro vetture è la stessa; ma sono le interfacce verso l’esterno che possono rendere la guida più o meno comoda; per esempio: LaTeX accetta di incorporare solo le figure eps; le altre tre vetture incorporano tutti i formati; pdfLaTeX da solo non accetta le figure pspicture create con PSTricks, ma se la si dota dell’opportuno portapacchi gestisce anche quelle; XeLaTeX e LuaLaTeX hanno l’accessorio per gestire i font OpenType; se i font Type 1 ti sono sufficienti non vale la pena di avere una vettura superaccessoriata e basta la vettura con AC e cambio automatico; lo stesso si può dire di LuaLaTeX; se non usi l’accessorio dello scripting LUA, non ti serve; se lo usi puoi fare cose straordinarie, ma ci vuole una patente apposta solo per l’accessorio.
Io credo che per l’Arte quei pochi cenni per usare i font OpenType con xelatex al fine di scrivere in greco siano pi`¨che sufficienti; non mi pare di ricordare che ci sia anche un esempio per il cirillico, ma non sarebbe difficile aggiungerci un paragrafetto anche per il cirillico; per i filologi che dovessero usare l’alfabeto glagolitico (proto slavo), magari due righe non guasterebbero e resterebbero in tema con l’appendice sulla scrittura con le lingue classiche/antiche.
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