OldClaudio

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  • in risposta a: Biblatex #65586
    OldClaudio
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      OldClaudio” post=64717biblatex in particolare richiede che si lanci babel dopo bibtex più volte che non senza usare biblatex.

      Non ho capito bene questa cosa, devo lanciare anche babel? Puoi spiegarti meglio, magari indicami a che pagina della doc c’è scritta sta cosa, o anche quello che devo fare con il Texmaker.

      Scusami, di là mi chiamavano per il pranzo e ho inviato senza rieleggere; così ti ho scritto una solenne cavolata.:neutral:

      Allora: devi preparare il data base bibliografico .bib; suppongo che tu l’abbia già fatto.

      Poi nel file .tex devi avere delle citazioni, altrimenti, non ci sono santi, la bibliografia resta vuota; se vuoi riportare in bibliografia l’intero database bibliografico, puoi mettere il comando \nocite{*} da qualunque parte prima di stampare la bibliografia, ma allora il database ha un altro significato. Comunque…

      1) Lanci pdflatex e nel file aux ci vanno tutte le chiavi delle citazioni;
      2) lanci bibtex (o bibtex8 i biber) che legge il file aux e, dopo aver raccolto le chiavi di citazione, estrae i riferimenti bibliografici dal database e li mette adeguatamente strutturati dentro il file .bbl
      3) lanci pdflatex; questo legge il file .bbl e crea la bibliografia
      4) rilanci pdflatex che ora dispone della bibliografia e può scrivere nel file aux la corrispondenza fra le chiavi di citazione e i numeri o quel che occorre per le citazioni;
      5) rilanci pdflatex che ora sa, leggendo il file aux quale sia la corrispondenza fra le chiavi di citazione e quanto debba essere scritto nel documento finale per citare le varie opere;
      6) per prudenza lanci pdflatex un’altra volta ancora; a seconda se le citazioni siano in nota o in una bibliografia di fine capitolo o di fine documento, potrebbe succedere che ci siano degli spostamenti di testo o di oggetti che fanno sì che i riferimenti incrociati, non solo le citazioni, debbano ancora essere rimessi a posto, specialmente per quel che riguarda i riferimenti incrociati alle pagine.

      Vedi che la cosa non è complessa, ma richiede diversi passaggi.

      Scusami per il tempo che ti ho fatto perdere a cercare di immaginare che cosa c’entrasse babel 🙁

      in risposta a: pacchetto frontespizio #65631
      OldClaudio
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        mattmich” post=64735ma pdflatex è quello che si apre cliccando due volte sul file tex?
        comunque onestamente non saprei come creare il file eps…io sono un super neofita della cosa…

        Dipende da come è configurato il tuo TeXnicCenter (che è un pessimo editor completamente sorpassato; usa Texmaker, oppure TeXstudio, oppure TeXworks, quest’ultimo già installato con qualunque sistema TeX, ma non sulle macchine Linux); quindi, se non vuoi caricati uno degli editor che ti ho suggerito, vai nel menù di TeXnicCenter e controlla le tue impostazioni; certamente cliccando due volte sul file .tex, si pare TeXnicCenter, non si apre il compilatore pdflatex.

        Se per qualche motivo recondito vuoi continuare ad usare il compilatore latex, invece che pdflatex, anche TeXnicCenter contien un bottone o una voce di menù col nome dvips, che guarda caso trasforma il file dvi prodotto da LaTeX in un file ps; poi dalla finestra comandi (terminal, o prompt dei comandi) dai il comando eps2eps )o qualcosa del genere) e ottieni il file .eps; se disponi di gview, puoi invece aproire il file .ps e salvarlo in .eps scontornato (sebbene per il fontespizio non serva scontornarlo).

        in risposta a: Inserimento di figure e/o matrici e/o tabelle in una tabella #65635
        OldClaudio
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          La risposta è sì a tutte e tre le domande.
          Ogni casella di una tabella è una scatola a se stante che può contenere qualunque cosa, tranne l’ambiente tabbing, credo, perché è fragile, è fatto di comandi fragili. Nota che nella GuidaGuIt c’è un paragrafo apposta per l’inserimento di figure, ma di tabbing si parla solo nel riassunto della sintassi LaTeX sulla falsariga del manuale di Lamport, altrimenti tabbing non viene mai nominato; non è un caso, perché tabbing, benché possa essere utile in certe circostanze, non è versatile come l’ambiente tabular, specialmente se questo è arricchito di tuttte le funzionalità che gli da il pacchetto array.

          Con le figure ci vuole un poco di attenzione perché solitamente, anche se si tratta di piccole icone, sono oggetti più ingombranti verticalmente di una riga di testo, quindi bisogna essere attenti a come vengono inserite in una tabella. GuidaGuIT, se la cosa ti interessa, ma puoi sempre trovare altre soluzioni più creative…:smile:

          in risposta a: Biblatex #65584
          OldClaudio
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            Sembrerebbe che tu non abbia mai letto la documentazione di biblatex: leggila dando dal terminale o dal prompt dei comandi, se sei su Windows, il comando texdoc biblatex; vi troverai tutte le risposte alle domande che ti fai; biblatex in particolare richiede che si lanci babel dopo bibtex più volte che non senza usare biblatex. E scoprirai che non devi riavviare TeXnicCenter, salvo buttarlo via e usare un editor più adatto, per esempio Texmaker o TeXstudio o persino il semplice TeXworks, che viene installato di default con tutte le distribuzioni (salvo su Linux dove bisogna installarlo a parte).

            in risposta a: Biblatex #65581
            OldClaudio
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              Non dovresti scrivere \bibliographystyle{biblatex} ?

              in risposta a: Biblatex #65576
              OldClaudio
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                Non è mica che hai il file .bib in una cartella su cui non hai i diritti di scrittura?

                in risposta a: Graphicspath – classe memoir #65603
                OldClaudio
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                  Certo, ma non è una questione di memoir, è una questione di graphicx; tu usa il solito comando e vedrai che funziona.

                  in risposta a: Caratteri speciali di LaTeX #65441
                  OldClaudio
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                    Tommaso,
                    secondo me ti poni troppi problemi; certo i nome sono sostanza, non sono forma, ma anche riferendosi alla codifica UNICODE, una cosa sono i segni che si usano per scrivere, e una cosa sono le rappresentazioni grafiche usate per mostrarli sullo schermo o sulla carta.

                    Prendiamo la cosiddetta tilde della tastiera (ovviamente per chi ha una tastierea con il tasto che riporta il disegno di una “ondina”} premi quel tasto e la tastiera invia al sistema operativo un codice “numerico”; questo codice viene trasmesso al particolare programma verso cui volevi mandare quella informazione e ne fa quello per cui è stato programmato, generalmente cambiandogli codice per la rappresentazione sullo schermo e cambiandogli di nuovo codice per la rappresentazione sulla carta.

                    Allora i codici numerico usati effettivamente nelle comunicazioni fra tastiera e SO qui non ci interessano; ci interessano i nomi dei segni che quei codici implicano. Il codice dalla tilde della tastiera è il numero decimale 126. Il nome corrispondente a quel codice è ASCiI TILDE e fa parte di quella serie di codici che furono fissati 30 o 40 anni fa con il codice ASCII. Altri rimasugli sono l’ASCII CIRCUM, l’ASCII BACKSLASH, l’ASCII UNDERSCORE, per non parlare dei codici fra 0 e 31, il tre al codice 127, che servivano per azionare direttamente certe funzioni di telescriventi e stampanti dell’era precedente al computer personale.

                    Quando all’inizio degli anni ’70 nacque il PC e il sistema DOS, oltre ad altri sistemi simili per l’Olivetti e per altre case produttrici, vennero conservati il codice di tabulazione , il codice di ritorno del carrello , il codice di avanzamento del carrello , e il codice di cancellazione ; gli altri codici furono variamente usati per inviare segnali alle stampanti, e ricordo di averne usati alla grande, ma non avevano sostanzialmente a che fare con le telescriventi che erano in via di defungimento, almeno negli usi civili “normali”.

                    Poi vennero i sistemi operativi della Apple e UNIX che cambiarono l’uso dei segni “non stampabili” ma la sostanza della questione rimase immutata; forse aumentò solo la confusione. Negli anni ’70 esistevano sistemi operativi di mainframe che registravano le righe di caratteri su disco e forse le inviavano anche alle loro stampanti, premettendo alla riga solo il numero di caratteri contenuti nella riga, e senza usare nessuna terminatore di riga tipo oppure

                    La codifica UNICODE, come le codifiche ISO da Latin 1 a Latin 15 e molte altre, tra cui la codifica ANSI, usata sulle macchine Windows fino a poco tempo fa, quando gli ultimi sistemi operativi hanno adottato la codifica UNICODE, hanno conservato nella prima semipagina i codici ASCII, e dalla secondo semipagina in poi hanno aggiunto codici con descrizioni dei segni che differiscono da codifica a codifica; l’unica serie di codici e nomi che non è cambiata e non deve cambiare è la serie dei codici a 7 bit, per un totale di 128 segni numerati da 0 a 127, che è la codifica ASCII.

                    Quindi il tuo problema con l’Arte per assegnare nomi ai segni ha aspetti distinti: i nomi dei codici ASCII che mandi dalla tastiera allo schermo dell’editor; e i segni che il programma di composizione mette nel documento di uscita, sia esso il motore tex (virtualmente non più usato) etex (non più usato perché le sue funzionalità sono state incorporate dentro programmi successivi), pdftex, xetex, aleph, context, luatex, ptex, eccetera.

                    Ecco allora che il segno ASCII TILDE può essere trasformato da pdftex in un trattino ondulato, in una tilde ispanica, in un circonflesso greco, nel segno \sim della matematica in uno spazio indivisibile, eccetera; ma lo fa attraverso comandi del mark-up TeX appositi, non direttamente, perché deve cambiargli codice e magari anche deve cambiargli font.

                    Come vedi si tratta di due mondi distinti che comunicano attraverso il programma di composizione pdftex (o uno degli altri); non per niente generalmente con pdftex specifichiamao una codifica di entrata e una codifica di uscita, per distinguere l’input da tastiera (o da file) e l’output sul file composto che possono coincidere, come codifica, solo usando xetex e UNICODE.

                    Detto questo, capisco che sono cose difficili da spiegare nell’Arte, e probabilmente non vale la pena tagliare il capello in quattro per queste cose, quando la maggior parte dei lettori di oggi ignora la storia iniziale del mondo del calcolo automatico; il che probabilmente è un bene, così non ci si confonde con cose che oggi non servono più.

                    Ciao
                    Claudio

                    in risposta a: suftesi: classe (anche) per tesi in discipline umanistiche #49444
                    OldClaudio
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                      Ivan, non so se hai una versione vecchia dei file sorgente della GuidaGuIT, ma come ho scritto in un precedente messaggio Io ho compilato senza errori di compilazione con \documentclass[sufelements]{suftesi} e anche con \documentclass[elements]{suftesi}.
                      Mi è uscita qualche sbavatura nelle entries delle appendici dopo la prima nell’indice generale e non ho avuto nessuna bisogno di commentare preliminari, cosicché il frontespizio, le due pagine decorate con i disegni dei layout delle pagine destra e sinistra,, l’occhiello e la pagina del titolo sono venute benissimo, mentre i ringraziamenti con [elements] sforano nella pagina successiva.
                      Certo l’impaginazione a libro di Bringhurst, di formato abbastanza piccola porta il numero di pagine complessive ad un valore improponibile; Inoltre la giustezza ridotta richiede di re-impaginare quasi tutti gli esempi di codice riportati nel testo e molti capoversi contenti del codice o degli indirizzi internet, ma questi non sono errori di compilazione, dipendono dal fatto che quegli esempi di codice erano stati concepiti per una giustezza diversa.

                      Secondo me suftesi è una classe facile da usare e molto compatibile con il resto; siccome il layout non è modificabile, forse non si potrebbe replicare l’Arte senza che cambi un poco, ma a parte questo dettaglio, penso che Lorenzo e Tommaso potrebbero provare a comporre l’Arte con suftesi semplicemente cambiando la dichiarazione di classe e commentando le chiamate e le impostazioni che cambiano il layout; visto quello che ne risulta e visti, se ci sono, gli errori di compilazione, potrebbero tranquillamente accettare anche qualche piccola modifica al layout attuale. Se al primo errore rispondo Q all’arresto del compilatore, e lasciano andare la compilazione fino in fondo, e se gli errori cosi passati sotto silenzio fanno si che il lavoro vada alla fine, possono semplicemente guardare il file pdf che ne risulta, e d eventualmente esaminare il file log per vedere di che errori si tratta; se va bene sono warning di Overfull e Underful , ma se ci sono arresti è evidente che c’è qualche cosa di più serio; e allora potrebbero decidere di non usare al tua classe, anche se la dichiarano italiana doc, degna e giusta, equa e salutare, 😉

                      Io personalmente avevo già espresso a Lorenzo con le vecchie edizioni dell’Arte la mia perplessità per la colonna di testo stretto e la profusione di note marginali, poi ci avevo fatto l’abitudine e non mi dispiaceva. Ritengo che ora l’Arte si impaginata meglio; l’importante è che font usati e giustezza, specialmente trattandosi di un manuale, si accordino per una facile lettura; il resto è estetica; più ce n’è, meglio è, purché sia molto sobria e non distragga il lettore né lo spinga nell’errore (per esempio è stato utilissimo togliere il maiuscoletto dalla descrizioni delle opzioni, perché alcuni utenti si rivolgevano al forum per chiedere aiuto avendo specificato le opzioni in maiuscolo.

                      In sostanza apprezzo moltissimo la tua classe; non sono sicuro che sia adatta all’Arte, ma non lo si può sapere senza provarlo.

                      in risposta a: Cleardoublepage per un scrbook non fronteretro #65431
                      OldClaudio
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                        Quelle istruzioni sono nella sostanza quelle che usa \cleadoublepage p[er emettere una pagina bianca, solo che sono subordinate al fatto di essere condizionate alla composizione fronte e retro.

                        Quindi questo ti spiega perché \cleardoublepage non funziona con oneside e che cosa fanno quelle istruzioni. Nota che l’unica istruzione che non puoi conoscere è \null, che produce una scatola vuota: equivale a \mbox{}, ma è più veloce da scrivere. \thospagestyle{empty} fa esattamente quello che dice il nome, cioè specifica che solo per questa pagina richiedi ilo stile di pagina “vuoto”; così come conosci \clearpage, sostituibile con \newpage, ma \clearpage funziona anche se componessi su due colonne.

                        Spesso puoi trovare soluzioni ai tuoi problemi se vai a cercare il file della classe che stai usando e aprirlo, senza modificarlo, e leggendo a quali comandi corrispondano i comandi di alto livello che usi; non è facile, ma si imaprano molte cose; devo dire che ho imparato buona parte di quello che son, in tempi remoti, quando probabilmente non eri ancora nato, e da lato LaTeX non esisteva nessuna documentazione comprensibile, leggendo e cervando di capire quello che c’era scritto dentro i file di classe e dentro il file, che oggi si chiama latex.ltx (allora aveva un’altra estensione); sono tutti file che hai già sulla tua macchina e che ti basta “cercare” con la funzionalità “Cerca” del tuo sistema operativo…:cool:

                        Ti ripeto, non è facile leggere e capire, ma si imparano un mucchio di cose.

                        in risposta a: Cleardoublepage per un scrbook non fronteretro #65429
                        OldClaudio
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                          Dopo aver dato un \clearpage, dai i seguenti comandi:
                          `
                          \null
                          \thispagestyle{empty}
                          \clearpage
                          `
                          Ma prima di farlo pensaci bene: a che cosa ti serve? a nulla. Se stami basta inserire dei fogli bianchi dove vuoi, che sono sprecati comunque; se il tuo testo deve essere guardato a video, una schermata bianca è del tutto inutile.

                          in risposta a: Consigliare memoir ai principianti (lettori dell’Arte)? #65399
                          OldClaudio
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                            ivan” post=64475

                            Questa possibilità c’è già e si chiama suftesi 😉
                            Prendi un documento basato su book, cambia la prima riga in
                            `\documentclass[sufelements]{suftesi}`
                            e otterrai un documento “alla Bringhurst”.

                            Con
                            `\documentclass[elements]{suftesi}`
                            ottieni proprio il layout degli Elementi.

                            La classe è talmente compatibile con la classe book standard, che la Guida Guit, che è abbastanza corposa, si compone semplicemente modificando la classe caricata. Ci sono in verità degli errori, dovuti a un file (mi sembra che sia il file “Preliminari”). È semplice modificarlo. Tutto il resto si compila senza problemi. Almeno con la versione che ho io.

                            Ciao
                            Ivan

                            Confermo al 100%; e non si presenta nemmeno l’errore segnalato da Ivan; compila sparato fino in fondo senza un brivido; con sufelements compila su foglio con elements compila ancora su a4, ma con i crocini per il ritaglio, visto che la pagina definitiva dovrebbe poi essere di 133mm per 230mm. L’unica cosa che suggerirei a Ivan di controllare è perché nell’indice dalla secondo appendice in poi lo stile di stampa è diverso da quello degli altri capitoli/appendici e il numero della pagina non è incolonnato ma è appiccicato al titolo, senza nemmeno uno spazio fine in mezzo.

                            Benché la gabbia di stampa sia un centimetro circa più stretta della colonna di stampa della classe book, il numero di pagine totali è praticamente lo stesso anche se qualche riga di codice esce dai margini; decisamente il margine esterno appare molto vasto; andrebbe riempito di note marginali come faceva Bringhurst e come faceva Lorenzo nelle precedenti edizioni, altrimenti viene un po’ l’horror vacui. Il resto deve piacere, perché in un libro tecnico le pagine di inizio capitolo hanno un titolo talmente invisibile che uno non s’accorge che si tratta di un nuovo capitolo; conosco la posizione di Bringhurst contro il carattere nero, ma un po’ più di spazio bianco non guasterebbe. Naturalmente, volendo ci sono le altre opzioni stilistiche di suftesi che possono cambiare un poco la vista.

                            Sono molto contento di avere provato.

                            grazie Ivan 🙂

                            Ciao
                            Claudio

                            in risposta a: Graphite #65414
                            OldClaudio
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                              Vagamente il nome l’avevo sentito, ma prima del tuo messaggio non avevo approfondito.

                              Ho esaminato il sito indicato da questo indirizzo:

                              http://scripts.sil.org/cms/scripts/page.php?item_id=GraphiteFAQ#WhatIsGraphite

                              Vi si dicono molte cose interessanti, e per quel che riguarda XeTeX, dice che su Windows la tecnologia di rendering di Graphite era già presente dalla versione 0.997 — ora siamo alla 0.998, quindi direi che non siamo tornati indietro. Come usare i font Graphite-enabled con XeTeX e XeLaTeX non lo so; bisogna vedere i vari manuali come il XeTeX Companion, o altri testi pdf che si possono scaricare dalla rete.

                              Ma per curiosità, qual è la lingua particolarissima che vorresti scrivere con i font Graphite-enabled, perché gli altri font non vanno bene?

                              in risposta a: Consigliare memoir ai principianti (lettori dell’Arte)? #65395
                              OldClaudio
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                                Infatti con book ho usato alcune centinaia di righe per modificare l’aspetto alla Bringhurst, mentre con una classe appoggiata a memoir ho usato solo una cinquantina di righe. Con book si trattava essenzialmente di ridefinizioni di comandi del nucleo LaTeX e dei comandi della classe, mentre con l’altra classe appoggiata a memoir si trattava solo di comandi di riconfigurazione che modificavano a loro volta i vari hooks già inseriti sostanzialmente nele stesse macro della classe book; memoir sta tutta lì, nell’aver parametrizzato qualunque aspetto della classe book in modo da consentire di modificare qualunque cosa senza toccare il nucleo della classe o il nucleo di LaTeX o di book.

                                Con la classe scrbook, più ClassicThesis, più Arsclassica, quante righe in più sono state scritte? Per giunta con ClassicThesis nelle mani di qualcuno che non ha idea della retrocompatibilità?

                                in risposta a: LYX NON CARICA IL CORRETTORE ORTOGRAFICO #65349
                                OldClaudio
                                Partecipante
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                                  xrobbo” post=64411Grazie della risposta, anche se non è proprio quella che mi aspettavo. Uso da molto tempo anche compilatori tex puri (texmakerx, texstudio). Lyx ha i suoi vantaggi, perché oltre ad avere un compilatore tex sotto, ha una risoluzione grafica che mentre si lavora non cava gli occhi, che è la ragione per cui spesso preferisco Lyx a Texstudio. Ho provato anche texwork, ma le prestazioni sono per me inferiori e il problema della visualizzazione lo stesso. Non conosco invece Kile
                                  Se qualcuno è in grado di suggerirmi compilatori tex o modalità di visualizzazione che consentano di lavorare bene anche su schermi inferiori ai 15″ farà di me una persona felice ed eternamente grata.
                                  Sono un umanista, quindi non faccio uso dell’apparato matematico.
                                  grazie per l’aiuto

                                  Il problema in realtà non esiste, che tu sia un umanista o un tecnologo. Tutti gli editor ti permettono di scegliere i carattari da usare con l’editor; tutti i visualizzatori di file pdf ti permettono di ingrandire la pagina, e spesso hanno anche una lente di ingrandimento, rettangolare o rotonda con la quale andare ad esaminare i dettalgi fini.

                                  Io uso quotidianamente un desktop molto grande, ma sono spesso in viaggio e suso un portatile da 15 pollici; OK; tu sei interessato a un portatile con lo schermo fra i 10 e i 15 pollici, magari con un rapporto di forma 4:3 invece che 16:9 come i moderni portatili. Il tuo problema quindi giustifica in parte molto minima l’uso di LyX, che usa una finestra sola dove ti appare qualcosa di simile a quello che pdfLaTeX poi comporrà.

                                  Ma è propri lì il punto: LyX ti fa credere di vere quello che uscirà dalla composizione, mentre gli altri ti fanno vedere il testo sorgente non composto; se non riesci a immaginare quello che ne uscirà, senza bisogno di avere LyX che ti toglie tutti i mark-up facendoti vedere qualcosa che con la tua mente potresti vedere benissimo senza LyX, vuol dire 🙂 che non hai esercitato abbastanza le tue capacità di immaginazione, e sei ancora fortemente legato al metodo WYSIWYG di Word.

                                  Concentrati su quello che scrivi, senza badare a come apparirà una volta composto e allor ascoprirai che anche con uno schermo piccolo la sola finestra dell’editor sarà più che sufficiente.

                                  So per avere collaborato con uno degli sviluppatori di LyX che questo programma ti permette di introdurre da tastiera delle sequenze di caratteri latini che sullo schermo ti appaiono caratteri greci con i debiti segni diacritici già inseriti. Molto bello. Io non ho una versione di LyX così aggiornata, quindi non posso controllare ed eventualmente apprezzare, ma quello che posso dirti è che scrivendo el medesime sequenze di caratteri altini, pur non essendo un grecista, riesco a leggere il greco traslitterato come se fosse greco vero; evidentemente sono allenato a immaginare quello che pdfLaTeX produrrà. Ma ho imparato a mie spese quanto sia importante di scrivere quello che si ha da scrivere senza preoccuparmi dell’aspetto grafico; quello verrà poi e lo si sistemarà alla fine, ma prima bisogna buttare giù le idee e non c’è nessun bisogno di LyX.

                                  Come hai visto ho collaborato cono uno sviluppatore di LyX; se è per quello i miei pattern di sillabazione sono usati da molti programmi freeware o semplicemente free, non necessariamente open source e spesso mi capita di dare assistenza agli sviluppatori di quei programmi. Non sono pregiudizialmente contrario a nessuno, nemmeno a LyX, ma ritengo che i presunti vantaggi di usare LyX siano solo apparenti, mentre i problemi che da LyX, come front end ai programmi e ai file sorgente TeX sono reali.

                                  Eppure fra i vari convertitori di formato ne esiste uno che può essere impiantato in Word come un qualunque altro plugin, e serve per esportare il file doc in formato .lyx; questo a sua volta può essere usato per traformare il formato .lyx on formato .tex (in realtà LaTeX) e poi si passano ore e ore a corregere il file .tex così prodotto. Dov’è il vantaggio? Lavorando solo con LyX forse c’è una conversione in meno, ma il file .tex che LyX può salvare non è certo a livello di un file .tex che uno può scriversi da solo; tant’è che ci vogliono ore per cambiarlo in qualcosa di funzionale.

                                  Forse questi inconvenienti per testi di carattere umanistico sono meno importanti, ma è il concetto stesso di essere legati alla configurazione del programma, che mi dà fastidio.

                                  In sostanza LyX non è del tipo WYSIWYM, What You See Is What You Mean, come pretende di essere, ma è del tipo WYSIAWYCG: What You See Is All What You Can Get 🙂

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