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zippo” post=64192Scusate la richiesta da niubbo. Vorrei che mi consigliaste (se esiste) della documentazione (tutorial, guide,ecc.) per capire come cambiare font (da utilizzare con pdftex).
Inoltre vorrei chiedere se la scelta dei font e’ una cosa puramente soggettiva, oppure se esistono dei font che sono universalmente accettati come “piu’ belli”.
Devo scrivere un report (lunghezza circa 100 pagine) scientifico. Mi ero orientato su Arsclassica, ma il font usato (di cui tra l’altro non conosco il nome) non mi sembra proprio adatto per un lavoro scientifico. Consigli?
Grazie!Bella domanda che prima o poi ci siamo posti tutti all’inizio della nostra consuetudine con laTeX e pdfLaTeX.
In libreria ci sono diversi testi cartacei che trattano dei font; ci sono anche dei siti che espongono diverse centinaia di font, ma non te ne consiglio nessuno in particolare perché c’è da perdersi.
C’è forse un criterio universalmente accettato per dire quali font facciano sostanzialmente schifo, ma anche in questo caso ci sono pareri diversi; prova a visitare un museo di arte contemporanea e capirai che cosa voglio dire: di solito ci sono esposte delle vere porcherie (per me) ma che sono oggetti d’arte non solo per i loro creatori, ma anche per i curatori museali che li hanno raccolti.
Il discorso font e il discorso classe vanno visti assieme. Ti consiglio di leggere memdesign (da terminale da’ il comando texdoc memdesign); tratta del disegno del libro/rapporto e di come usare i font per gli utenti di LaTeX. Non è un trattato di tipografia, ma è la prima cosa disponibile; l’inglese non è troppo complicato e vi si imparano un mucchio di cose. Io lo trovo utilissimo.
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Vedi che siamo d’accordo?
È preferibile non creare sitografie, ma quanno ce vo’ ce vo’
La tua descrizione non serve per “fare figo” ma riflette esattamente il lavoro preliminare di analisi critica che è necessario svolgere prima di rinviare un lettore ad un sito inaffidabile.Per la documentazione più o meno ufficiale, come quella indicata da Ivan non avrei problemi nemmeno io;
per la documentazione cartacea è vero: i testi stampati possono contenere refusi che diventano vere e proprie castronerie; ne so qualcosa perché mi è capitato spesso con i miei testi. Per fortuna scrivevo testi dalla tiratura limitata che in tre o quattro anni richiedevano una revisione, ciò nonostante dovevo arrabattarmi con fascicoli dei Errata Corrige che con il mio primo testo a stampa ha superato le 30 pagine 😥
Il problema, però, non è il fatto delle castronerie; sta all’interpretazione/analisi critica dello studente citare fonti attendibili e non citerà quelle che sono piene di castronerie. Resta però il fatto che tutte le pubblicazioni a stampa devono essere depositate almeno nelle biblioteche nazionali, e quindi saranno disponibili per centinaio di anni, incendi permettendo; ovviamente le biblioteche nazionali hanno impianti antincendio molto sofisticati. Certo sono meno facili da consultare i testi conservati nelle biblioteche nazionali, ma la loro reperibilità è assicurate per lunghissimi periodi di tempo; pensa solo alle biblioteche e agli archivi vaticani dove sono conservati anche (frammenti di) documenti del primo secolo e sono lì da venti secoli. Per cose più specializzate, pensa ala raccolta di papiri conservati al museo egizio di Torino (mi è stato detto che sia la più vasta raccolta mondiale — relata refero — in ogni caso il ME di Torino per ricchezza di reperti è/era il secondo al mondo e non è escluso che dopo le recenti incursioni nel ME del Cairo quello di Torino sia diventato il primo al mondo) che conserva papiri di molti secoli prima della nostra era.D’accordo, l’oggetto delle tua tesi non necessita di riferimenti di papiri egizi, ma il mio racconto serve solo a evidenziare la maggiore permanenza dei documenti raccolti su documenti cartacei.
Persino i film, raccolti su pellicola, non hanno una durata così lunga come i documenti cartacei e poco dopo cento anni di esistenza del cinema si parla già di pesanti restauri per conservare quelle testimonianze della nostra cultura.
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Io sono contrario alle sitografie, ma so che talvolta sono necessarie.Vediamo allora la questione da un altro punto di vista.
Le norme ISO 19005:1 e :2 per l’archiviabilità consentono che un dato file conforme e archiviabile abbia collegamanti ipertestuali interni, ma vieta collegamenti ipertestuali a siti esterni.
Ci sarà un motivo per questa restrizione.
Il motivo è molto semplice: gli indirizzi internet sono labili, nel senso che esistono per un certo tempo e poi spariscono. o lo stesso materiale viene trasferito altrove senza un link di rinvio.
Nei quattro anni in cui ho curato la GuidaGuIT io o gli altri autori abbiamo segnato diversi url; una buona metà di questi url sono defunti nell’arco di questi quattro anni. Nelle ultime versioni della GuidaGuIT ho cercato di eliminare quanti più url fosse possibile, ma ora appaiono indicazioni del tipo: …”è stato ricavato da Internet ma l’indirizzo non è più valido…”
Pertanto dare degli indirizzi internet richiede come minimo un primo paragrafo di avviso che quanto indicato indica i siti consultati, ma che alcuni o tutti gli indirizzi indicati potrebbero non essere più validi nel momento stesso in cui la tesi viene depositata in segreteria.
Detto questo è certamente corretto dire da dove sono state ottenute certe informazioni, ma non è “serio” (non per colpa nostra) indicare dei riferimenti Internet che non portano al risultato desiderato (consentire al lettore di verificare le informazioni contenute nel sito) o peggio ancora a warning del tipo “L’indirizzo indicato non è valido — verificare l’ortografia o informarsi presso il gestore del sito”.
È un bel dilemma che io personalmente preferirei risolvere non solo con l’avviso suddetto, ma anche evitando di comporre una sitografia, specialmente se i link sono attivi verso indirizzi esterni.
Non lasciati avvincere dal fatto che indicare una sitografia fa “molto fine”. In realtà si tratta di una cosa “molto fine” per coloro che non sanno nulla di Internet e pensano di essere molto avanzati riempiendo pagine di sitografia.
Diffida, diffida, e non cadere nel tranello.
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Certo!
Devi scrivere quella riga magica subito prima di \begin{thebibliography} non dopo \tableofcontents.`
…
\tableofcontents\mainmatter
\input{capitolo-1}
…
\input{capitolo-n}\cleardoublepage
\addcontentsline{toc}{chapter}{\bibname}
\begin{thebibliography}{99}
…
\end{thebibliography}\end{document}
`
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Non è sbagliato.Ma per le celle che contengono materiale “semplice, non è necessario specificare una particolare cella con \multicolumn1{p{2.5cm}}{\raggedright cella allineata a sinistra} a meno che non si tratti, appunto di materiale che occupa più righe e che vuoi mantenere dentro una giustezza specificata; generalmente se si tratta di una sola parola o in solo numero si può scrivere \multicolumn1l{pippo}.
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Attento: l’espressione “…è necessario un pacchetto esterno per rendere a norma un pdf prodotto da latex…” si presta a interpretazioni errate.I file prodotti da pdfLaTeX sono a norma rispetto al linguaggio pdf, prodoot dalla Adobe e reso pubblico perché chiunque possa scrivere in quel formato e chiunque possa creare software per leggerlo e che quindi la `P’, che sta per “portable” sia efficace e i documenti pdf possano essere letti su qualunque piattaforma con qualunque sistema operativo e con hardware prodotto da chiunque.
Il fatto che siano necessari pacchetti esterni per fare cose che pdfLaTeX standard non fa, discende dalla modularità del sistema TeX ed è voluto; i pacchetti non sono veramente esterni, perché fanno parte di ogni distribuzione del sistema TeX, possibilmente completa; vuoi scrivere schemi di giochi degli scacchi, devi usare il pacchetto skak; vuoi scrivere musica? devi usare il pacchetto musictex, vuoi scrivere un articolo per gli atti della Institurion of Electrical and Elecronics Engineers? devi usare il pacchetto ieeetrans. Eccetera. è chiaro che questi pacchetti sono moduli distinti dal file di macro latex.ltx che contiene il nucleo del programma sia per usare il motore pdftex, sia per xetex, sia per luatex, eccetera, che non deve diventare mastodontico per poter fare tutto, quando ad ognuno di noi ogni volta serve per fare cose diverse.
Quindi sì, per avere un file pdf conforme alla norma ISO19005:1 (in chiaro: “norma PDF/Archiviabile”) è necessario usare un pacchetto e delle funzionalità che non sono comprese nel nucleo di latex.ltx, ma che sono contenute in un modulo accessorio del sistema TeX distribuito fra i tanti moduli del sistema TeX; sembra che siano più di 2300, ma non li ho mai contati i moduli che fanno parte della distribuzione completa, per esempio, TeX Live.
È più chiaro cosi?
Ciao
OldClaudio
21 Ottobre 2011 alle 7:55 in risposta a: [RISOLTO] pacchetto frontespizio[suftesi]: personalizzazioni #65079::
[/quote]
Fatto. Ma cosa cambia esattamente per il costo computazionale?[/quote]
Qualche milionesimo di secondo. Era più una questione di estetica: chiamare \slshape il corsivo mi urta i nervi. 🙂Ciao
Enrico[/quote]In realtà ci sono font che dispongono del corsivo (italics) e dell’inclinato (slanted); alcuni che dispongono solo del corsivo, altri che dispongono solo dell’inclinato.
Ora, che sia consigliabile evitare di usare il fonto inclinato è una cosa, e una cosa diversa è usare la dichiarazione \slshape o \itshape oppure il comando \textsl o \textit per fare risparmiare qualche microsecondo al programma di composizione; tanto, per i font che sono privi di corsivo la selezione di questa forma implica che il programma di composizione va a cercare una forma simile e carica l’inclinato; e viceversa.
Notate che questa precisazione non è una critica a quanto ha detto Enrico, ma è solo una precisazione per coloro che si sono avvicinati da poco al sistema TeX e hanno ancora qualche incertezza nella gestione dei font.
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Prova con il pacchetto framed (dopo aver letto con attenzione la documentazione: texdoc framed).Ha già diversi environment predisposti per “decorare” il testo con filetti, ma contiene anche dei comandi di servizio per eseguire le personalizzazioni che si desiderano. Non è naocra predisposto, ma vedendo come Arsenau ha creato gli ambienti già pronti usando i comandi di servizio, non dovrebbe essere eccessivamente complicato, anche se di sicuro bisogna pernsarci su con attenzione.
::claudio” post=64128c’è qualcuno che mi sa dire (in maniera semplice) che cosa è questo pacchetto?
(ho letto la documentazione ma non ci ho capito niente) 😆 😛
saluti
ClaudioOltre a link che ti ha dato Ivan, prova anche a scaricare la GuidaGuIT dalla cartella documentazione qui sopra.
èun pacchettino da far andare con pdflatex per inserire i metadata necessari e impostare i profili di colore necessari per poter avere dei documenti pdf da stampare con i colori giusti e i font giusti, secondo una norma ISO che si chiama appunto PDF/X, oppure per archiviare un documento pdf a lungo termine con un altro standard ISO che si chiama PDF/A.
Nella GuidaGuIT indicata sopra c’è un intero capitolo dedicato all’archiviabilità e a come fare per avere un documento soddisfacente alla norma ISO usando pdflatex oppure ghostscript. In entrambi i casi bisogna fornire al file pdf dati interni, non criptati, che coonsentano ad ogni “futuro” gestore visualizzatore di file PDF di trovare scritte quelle informazioni secondo direttive precise.
Nella stragrande maggioranza dei casi l’utente normale non deve occuparsi di questi standard, ma se, per esempio, la tua università ti chiede di depositare la tesi sotto forma di documento pdf archiviabile, è lì che devi andare a leggere, nella GuidaGuIT, perché la strada non è semplice e lì ho scritto tutti i trucchi che sono riuscito a scovare, anche se, bene inteso, ogni volta che ci riprovi, trovi altri casi imprevisti che impediscono di soddisfare la norma ISO e che bisogna riuscire a risolvere con attenzione.
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Sono anni che non uso intesamente Windows di nessuna marca, ma direi che quei quattro asterischi vanno sostituiti nella configurazione del tuo editor o nel comando che dai a mano con l’effettivo nome del percorso che da C: (nome del disco) porta a makeindex.exe; lo stesso vale se dai il comando a mano.
L’asterisco in un comando batch o un comando dal prompt dei comandi ha un significato particolare, ma certamante non quello di indicare una sequenza di cartelle.
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Ragazzi, anche il C++?a me sembra che stiamo esagerando un poco; sebbene, naturalmente il tutto dipenda dalla natura dei contenuti delle celle del foglio Excel.
A me sembra che su Excell si possa lavorare in modo da avere le colonne con lo stesso numero di cifre decimali (Format|Number); poi si può tagliare l’intera tabella e ricpiarla su se stessa (nelle stesse celle che occupava prima) icollandole con Incolla speciale|Valori. Infine salvando il tutto in formato csv (Comma Separated Values) che è un formato puramante testuale ASCII a 7 bit, se si tratta di numeri soltanto.
Poi si prende questo file testuale, ne si copia il contenuto e lo si incolla dentro un tabular o un longtable vuoti; si sostituiscono tutte le virgole “,” con ” & ” (naturalmente le virgolette servono solo per delimitare le stringhe) con Sostituisci Tutto. Infine, se l’editor che usate permette di usare le regular expressions, sostituite tutti i fine riga “EOL” con “\\EOL” (EOL sta per fine riga, end of line).
Il tutto richiede forse tre minuti, anche meno, e nessuna programmazione.
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XeTeX, a seconda di quali opzioni siano state usate per caricare i fofnt, può spazieggiare, come pure i font OpenType possono avere delle crenature (accostamenti) non presenti nei font soliti; quei 0.036pt di accostamento possono benissimo essere una crenatura automatica del font che hai usato. Il codice di Enrico e il tuo misurano, appunto l’accostamento/kerning introdotto dai font, ma non sono in grado di misurare le spalle.Ingrandendo moltissimo i caratteri dello stesso font li si potrebbe stampare ciascuno in un file pdf; scontornali con pdfcrop, sperando che sia sufficientmente precisi, per poi ricomporre le due immagini in una scatola da misurare; lo stesso si potrebbe fare per la sillaba sa, e confrontare le larghezze dell’unione delle due prime scatole e delle due seconde.
Meglio ancora; si potrebbe misurare la larghezza della habox che contiene `s’, e la larghezza della scatola che contiene l’immagine scontornata della `s’; analogamente per la `a’; elaborando i dati raccolti si potrebbero probabilmente determinare le spalle destre e sinistre di ciascuna lettera. In realtà le spalle da misurare sono quattro e le misure fatte sono tre; bisogna fare qualche ipotesi per rendere definito il problema.Ma davvero l’accostamento a occhio non ti piace? Si tratta di un solo logo; non di un programma per costruire infiniti loghi.
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Primo bug, piccolo piccolo, ma c’è: i caratteri senza grazie non possono avere le grazie che protrudono fuori della giustezza, perché le grazie non ci sono; bisognerebbe aggiungere una specifica per le famiglie “sgraziate” in modo che non faccia protrudere niente, ma bisogna dirglielo. l’ho appena trovato questo piccolo bug, e non ho ancora avuto tempo di vedere come si fa in automatico; non deve essere complesso, però.Nel frattempo se al messaggio d’errore (ben nascosto dentro il codice, per cui è necessario specificare un valore di almeno una decina col contatore \errorcontextlines) si risponde con il codice ‘s’ la compilazione procede fino in fondo senza problemi.
Con pdflatex lo stesso esempio non dà alcun problema. Con Xelatex oltre a definire la dichiarazione mancante, c’è la possibilità di specificare un font graziato, invece che sgraziato. Non è chiaramente una soluzione, ma spesso la scelta di “grazie sì, grazie no” è dettata più dall’ispirazione del momento, che dalla vera necessità di usare un font senza grazie.
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