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Perché gi altri capitoli generati con \chapter, non con \chapter*, modificano anche le testatine, quindi ilo contenuto di \rigthmark e di \leftmark attraverso un complesso meccanismo di \mark che agisce dietro le quinte.Se hai una classe che ammette i comandi \frontmatter, \mainmatter e \backmatter, usali come ti ha suggerito Enrico. Se la tua classe non ammette quei comandi, allora aggiungi prima di \chapter*{Introduzione} anche:
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\markboth{}{}
`
I due argomenti vuoti svuotano i \mark e quindi anche \rightmark e \leftmark.
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Usare LYX o osare OO.oWriter come front end alla composizione in LaTeX è un po’ suicida, ma le opinioni sono contrastanti su questo punto.
A me pare controproducente usare un front end che ti faccia più o meno vedere subito quello che sarà il risultato, perché ti distrae dal contenuto di quello che scirvi, e ti attira a controllare l’aspetto che il tuo scritto ha. Si tratta ciò di “tradire” la filosofia della composizione differita coerente con la sigla “what you see is what you mean” rispetto alla sigla “what you see is what you get”.Ma non entriamo in questa diatriba.
LyX ti inserisce entrambi quei comandi? credo chs si tratti di comandi interni a LyX, perché in LaTeX si scriverebbe:
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\usepackage[latin1]{inputenc}
\usepackage[latin9]{inputenc}
`
Questo quindi implicherebbe il funzionamento interno di LyX che non avrebbe bulla a che vadere con il mark-up di LaTeX; se si può correggere, questo dipende dalle impostazioni di LyX; credo che pochi di noi le conoscano, anche se lo hanno installato; in questo caso lo avrebbero installato per altri scopi; io l’ho installato per convertire rapidamente un file doc in un abbozzo di LaTeX, che poi comunque devo correggere alla grande per ottenere quello che voglio.
Non ho nulla in contrario a LyX, ho anche collaborato con un personaggio chiave del gruppo di collaboratori del progetto LyX al fine di rendere più facile la composizione del greco. Tuttavia consiglio di evitarlo se si vuole comporre bene badando al contenuto e non alla forma.
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Sì se intendi usare pdfjadetex 🙁
I formati precedenti sono stati tutti compilati quelli seguenti a pdfjadetex no.Prova a dare il comando da terminale con le prerogative di amministratore
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fmutil-sys –all
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e vedi se è lo script di tlmgr che ha fatto qualcosa che non va o se c’è un errore più profondo nella creazione del formato pdfjadetex.
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\parshape, \hangafter e simili (vedi TeXbook) agisocno solo per un capoverso; una riga bianca finisce un capoverso, quindi…Il suggerimento che ti ha dato Enrico è l’unica cosa che vedo possibile.
Se invece non vuoi lasciare una riga bianca, ma vuoi effettivamente cominciare un nuovo capoverso, allora non devi dare la riga bianca, ma devi dare alla fine del primo capoverso con i rientri in comando del tipo
[code]
\\\hspace{\parindent}
[/code} e proseguire a scirvere senza lasciare righe vuote.Poi ci sono in pacchetti wrapfig, picinpar e simili che ti permettono di eseguire quelle rientranze per far stare delle figure e ce le mettono anche dentro se disponi già del file grafico nel formato giusto per usare \includegraphics all’interno del comando o dell’ambiente definito da quei pacchetti.
Se sei disposto all’artigianato e al fai da te, cerca nei file sorgente dell GuidaGuIT, qui sopra c’è il link, il pacchetto MacroGuidaGuIT.sty e all’interno cerca la definizione dell’ambiente inserto. Le spiegazioni sono un po’ lì e un po’ nel testo pdf (cerca inserto nell’indice analitico).
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Inglese?
Avendo avuto molti studenti indiani, bengalesi, pachistani, nigeriani, tanzaniani, ho dei dubbi. Capisco molto meglio la lingua parlata dagli americani (unionisti, con quelli confederati ho qualche difficoltà 🙁 ) che non quella parlata dagli indiani. Per giunta gli score TOEFL che questi presentano per essere ammessi ai programmi di Erasmus Mundus non corrispondono affatto alla loro competenza linguistica.In realtà le persone di cultura abitano in tutte le nazioni anglofone, come anche in quelle nazioni ci sono molti ignoranti. Certo che con i nostri fratelli europei anglo-irlandesi si ha un feeling diverso, almeno con le persone di cultura. 🙂
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Bravo ansys! grazie. il documento cita i font en passant, e nessuno lo cercherebbe nella cartella doc/fonts/
Nemmeno kpsewhich lo trova.Tuttavia per chi non ce l’ha, si scarica con il browser preferito scrivendo nell’indirizzo web
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Certo che la sillabazione inglese/americana è molto più complessa di quella italiana; i pattern italiani sono circa 340 mentre quelli americani di Knuth/Liang sono circa 5000; la tabella delle eccezioni in italiano è vuota, in americano (la gestisce Babrara Beeton, capor redattrice di TUboat) sono diverse centinaia.il file originale di Knuth hyhen.tex e il file ukhyph.tex sono abissalmente diversi, nel senso che il secondo è circa tre volte più grande, mi pare. Tuttavia non è facile trovare parole inglesi sillabata diversamente in americano piuttosto che in inglese.
Se vuoi provare a caso fatti questo piccolo file:
`
\documentclass{minimal}
\isepackage[british,american]{babel}
\begin{document}
\showhyphens{… lista di parole…}
\selectlaguage{british}
\showhyphens{… lista di parole…}
\end{document}
`Riempi l’argomento di showhyphens con un bella lista di parole possibilmente di almeno tre sillabe e di registro colto. Poli esegui latex sul file che hai salvato. Sia sullo schermo sia nel file log ti appariranno i due elenchi delle stesse parole divisi secondo le regole american (lingua di default) e poi british.
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Se l’hai fatto col Package manager di MiKTeX non devi fare nulla, però è possibile che tu abbia attivato il Package Managere in modalità normale e non in modalità amministrativa.D’altra parte il messaggio che tu trascrivi
lo compilo e mi dice “Impossibile leggere il file : C:\Document and setting….(percorso del file): no such file or directory. E’ come se non gli piacesse il pacchetto.
permette di capire che pdflatex non trova il file; se non lo trova è perché non è nel database dei nomi dei file. Con la funziona Cerca dell’Explorer cerca il file. se lo torva vuol dire che da qualche parte è, ma magari è in ramo di qualche albero che tu non hai ancora configurato come albero di MiKTeX. Allora apri MiKTeX Settings e vai a vedere che cosa ti dice la cartella Root Directories (cito a memoria), Se la radice di quell’albero si trova nell’elenco che ti esce (ricordati di spuntare il quadratino che ti permette di vedere TUTTE le radici degli alberi), allora non so che dirti, ma se la radice di quell’albero non è elencata, aggiungila leggendo adeguatamente le istruzioni di MiKTeX.
In ogni caso la cartella General di MiKTeX Settings ha anche un bottone per rinfrescare il database dei nomi dei file; cliccare quel bottone non fa nessun danno e forse fa bene.
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A parte che il comando è \mathbb e non \mathbbm e nemeno \mathbmm
all’indirizzo http://www.tex.ac.uk/tex-archive/fonts/bbold/bbgreeku.mf c’è qualcosa che potrebbe interessarti.
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No, amscd serve per i diagrammi commutativi; non credo che Daniele intendesse quelli.per i diagrammai di flusso io mi sono trovato bene contikz senza ulteriori pacchetti; basta definire e collocare i nodi, specificandone la forma, il colore di riempimento, lo spessore del contorno, il contenuto e lui aggiusta la dimensione della cornice al contenuto (che se lunghetto merita di essere inserito dentro una piccola minipage); la posizione non viene determinata automaticamente e le frecce che connettono i nodi basta che abbiano la specificazione dell’orientazione con cui devono partire e devono arrivare dal nodo di partenza al nodo di arrivo; la lunghezza e la forma vengono calcolate automaticamente per rispettare le specifiche stilistiche; non sarà il massimo, ma è semplice, è perfettamente configurabile, è abbastanza ma non completamento automatico, cosicché si possono scegliere le posizioni dei nodi a buon senso invece che in modo “meccanico”.
Se il diagramma di flusso non contiene decine di scatole, direi che è il metodo più semplice e il risultato è tanto gradevole quanto lo si vuole e lo si giudica tale e in base alla cura che gli si vuol dedicare.
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Dipende da come è fatta la figura, comunque ogni frame si può dividere in diverse slide (ma lo fa beamer, tu non devi preoccupartene), semplicemente specificando il comando
`
\onslide
`
dove inizio è il numero progressivo della slide dove quanto segue viene proiettato e fine è il numero progressivo dell’ultima slide in cui viene proiettato. se inizio manca si intende la prima slide, se fine manca si intende l’ultima slide.Il manuale di beamer nel tuo albero della documentazione di LaTeX (texlive/2010/texmf-distr/doc/latex/beamer/eccetera) spiega tutto quanto per bene.
\pause non è vietato ma non ha o stesso effetto di \onslide.
24 Novembre 2010 alle 18:42 in risposta a: Bibliografia: strani punti interrogativi… NON SI AGGIORNA #52890::
A parte la spiegazione del perché è necessario ricompilare 4 o 5 volte che è già spiegato nell’intoroduzione alla pagina indicata da Francesco,
Gli altri tre messaggi significano quello che c’è scritto completamante nel file log dove sono indicati quegli errori, che in realtà dono degli avvisi:`
“Underfull \hbox (badness 10000) in paragraph at lines…”
`significa che nella compilazione del capoverso che scorre nel file sorgente dalla riga … alla riga … (ho messo i puntini perché il tuo riferimento chiude con i puntini, ma nel file log ci sono i numeri d’ordine precisi delle righe del file sorgente che contiene quel capoverso) il materiale contenuto in una riga non ha potuto essere giustificato correttamente, magari per un difetto di sillabazione, o per altri motivi e che gli spazi interparola sono stati allargati troppo e la badness (bruttezza) del capoverso vale 10000 (che per TeX vale infinito).
Il codice
`
“Overfull \hbox (24.0pt too wide) in paragraph at lines…”
`
dice che il capoverso che si svolge fra le righe … e … del file sorgente contiene una riga “overfull”, troppo piena, tanto che sborda di 24punti tipografici (circa 8mm) fuori del margine; tant’è che sipega : 24.0pt too wide, cioè troppo larga di 24.0pt.Analogamente per l’avviso successivo dove lo sbordamento vale solo 11.3495.0pt, poco meno di 4mm.
Non è scritto in un inglese troppo criptico; si capisce bene che cosa vuol dire anche senza avere familiarità con il gergo di LaTeX.
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