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Cara Giulia,
Come hai impostato il tuo file TeX va benissimo così[ forse pou mettere l’opzione plain al quadro (frame) del titolo, magari aggiungendo una immagine nello sfondo secondo le indicazioni della documentazione di Beamer.
Ma questa pagina NON deve essere un frontespizio di tesi; deve essere la pagina del titolo di una presentazione; che sia quella di una tesi non ha importanza. La usi per presentare la tua tesi, non per parlare d’altro. I nomi dei relatori, correlatori, del preside, del rettore, del dipartimento, del corso di studi, della facoltà e tutto il resto che eventualmente si mette nel frontespizio della tesi stampata sono fuori luogo in una prima schermata di tesi presentata con beamer; ricorda che ogni slide deve contenere poco testo e magari una figura componendo la slide con l’ambiente columns; mezza schermata per poco testo e l’altra mezza per una figura; il concetto è che l’uditorio deve capire di cosa si parla a prima vista e non deve perdersi nei dettagli; mutatis mutandis questo vale anche epr la schermata del titolo.Personalmente per poter compilare l’esempio minimo che hai mandato ho dovuto cambiare il nome del tema da “dresden” a “Dresden”; forse su una macchina Windows non è importante, ma sulle altre piattaforme lo è. Il colore cremisi del tema Dresden mi pare un po’ forte; tuttavia deve piacere a te; è solo una questione di gusti; ecco, sempre per i gusti, io userei un colore più tenue e meno aggressivo; tuttavia, ripeto, è una questione di gusti.
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Benvenuto nel forum.1) Puoi configurare TeXworks per avere una voce di menu in più per compilare con l’uscita in formato dvi (vedi Opzioni o Prefeenze; dipende su quale sistema operativo operi), ma esiste una soluzione più semplice che consiste nell’impostare \pdfoutput=0 nel preambolo o comunque in qualunque punto prima che venga emesso qualcosa nel file di uscita; quindi nadrebbe bene anche subito dopo \begin{document}.
2) La documentazione stessa di PSTricks; apri un terminale, ci scrivi dentro il comando texdoc pstricks e lo mandi in esecuzione premendo il tato Invio; Ti si apre il tuo lettore di file PDF e non hai che da leggere.
3) Se vuoi compilare in formato dvi perché vuoi usare nel tuo file delle figure contenenti del codice PSTricks probabilmente esiste una via più semplice, cioè quella di usare il pacchetto pdftricks; di nuovo apri un terminale ed esegui il comando texdoc pdftriks. Questo ti permette di inserire figure con condice PSTricks in un file da compilare in formato PDF senza essere costretto a seguire la sequenza di formati tex –> dvi –> ps –> pdf. Con questo pacchetto fai direttamente tex –> pdf. C’è però un problemino che di solito si supera facilmente; dipende dalla piattaforma di lavoro e dalla distribuzione del sistema TeX installata sulla propria macchina. Consiste in questo: il pacchetto pdftricks fa per conto tuo la trasformazione delle singole figure dal codice PostScript di PSTricks al codice pdf di pdflatex; per far questo ha bisogno di eseguire lo “shell escape” (TeXLive) o abilitare il “write 18” (MiKTeX). Questa capacità di operare in questa modalità è disabilitata di default almeno per eseguire programmi qualsiasi; alcuni pochi programmi sono eseguibili in questa modalità con TeXLive, non so se lo siano anche con MiKTeX. Ma con tutti gli editor è possibile abilitare questa funzionalità inserendo un apposito comando nel preambolo (esegui texdoc texlive, per documentarti almeno per TeXLive), oppure aggiungi ai possibili motori di composizione di TeXworks un comando che contenga l’opportuna opzione “-shell-escape” oppure “-write-18” al comando che TeXworks manda al sistema operativo per lanciare la compilazione. Personalmente io preferisco seguire questa strada (uso pero TeXShop, quindi la procedura è diversa da quella per TeXworks), ma è solo una scelta personale.
8 Giugno 2018 alle 14:54 in risposta a: [Risolto]: Saltare over – underfull \hbox e \vbox in compilazione #113332::angelico” post=113673
Una domanda, dove inserisco \hfuzz e \vfuzz nel preambolo del documento? devo caricare dei pacchetti? è sufficiente scrivere, ad esempio: \hfuzz=5pt e \vduzz=5pt?
grazie mille
angeloSubito dopo \begin{document},
Sì, e sufficiente scrivere così; non esitare ad aumentare quel valore se vuoi eliminare più Warning.Ti dirò di più: innanzi tutto grazie di avere sollevato il problema e ho controllato se se ne dice qualcosa nella Guida Tematica Il LaTeX Reference Manual commentato. Siccome sono comandi nativi di TeX e non fanno propriamente parte del linguaggio LaTeX, li avevo omessi; ora li ho aggiunti e la piccola documentazione che li riguarda sarà dispobile nella prossima versione di quella guida tematica, di cui non ho ancora fatto l’upload. Tieni quindi d’occhio la sezione Documentazione di questo sito.
8 Giugno 2018 alle 5:19 in risposta a: [Risolto]: Saltare over – underfull \hbox e \vbox in compilazione #113330::
Quei messaggi sulle scatole orizzontali e verticali troppo piene sono solo dei warning, non degli errori; per quanto mi risulta la loro stampa nella console e nel file .log non rallenta la compilazione in modo significativo. Tuttavia se ti disturbano puoi sempre impostare i parametri interni \hfuzz e \vfuzz con valori relativamente alti. Di default essi sono posti entrambi al valore di 0.5pt che è un valore piccolissimo; se metti 5pt (\hfuzz=5pt e \vduzz=5pt) i tuoi messaggi possono diminuire corposamente; se li metti entrambi a 5mm, i messaggi diminuiscono ancora di più.Ma la cosa affrontata in questo modo può essere accettabile mentre stai componendo le prime bozze. Via via che il tuo documento prende forma devi ridurre quei valori riportandoli al valore iniziale e poi cercare in base alle informazioni dei messaggi dove sono quelle righe che sporgono e quelle pagine troppo piene. Poi devi provvedere, specialmente se le righe troppo piene sporgono fuori dal margine destro in modo decisamente visibile visibile; per le pagine troppo piene forse ti converrebbe inserire la dichiarazione \raggedbottom e lasciare che le pagine non terminino tutte al fondo della gabbia del testo; oppure devi inserire dei \newpage nei punti che precedono una scacchiera che sporge in fondo alla pagina.
Hai pensato di rendere mobili le scacchiere? Con il pacchetto float puoi definire una nuova categoria di oggetti mobili, per esempio chiamati scacchiera o con altri nomi adatti all’uso scacchistico; quel pacchetto ti chiede anche come etichettare la didascalia e come chiamare l’indice di questi oggetti, in analogia con l’elenco delle figure o l’elenco delle tabelle. Rendendo mobili gli schemi delle scacchiere devi farvi riferimento coni comandi \label e \ref (magari anche \pageref) da usare nel testo che le descrive o che vi fanno riferimento in modo che le frasi siano adeguate alla situazione; cose tipo [tt]vedi gioco\ref{scac:milton}[/tt] e non con [tt]il seguente gioco[/tt] (scusa il mio fraseggio da totale ignorante di scacchi).
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Il problema delle immagini è che solitamente non si da nessuna importanza alle loro dimensioni, ma solo al fatto che ci siano.
Ora il peso di una immagine è proporzionale al quadrato della sua densità di pixel; normalmente un pixel occupa tre byte; cento pixel al pollice occupano quindi 240000 pixel per un pollice quadrato (diciameo 0,25MiB per fare cifra tonda); ora una immagine di 10cm per 10cm con quella densità di pixel occupa 16 pollici quadrati quindi impegna 4MiB.
Se la densità fosse di 300px/pollice; l’occupazione in memoria sarebbe di 36MiB.La prima cura sarebbe quindi di non usare foto con densità di pixel troppo grandi per l’uso che ne vuoi fare.
La seconda cura potrebbe essere quella di usare formati grafici compressi purché siano adatti a tipo di immagine. Il formato JPG o JPEG è una forma lossy di compressione, molto efficace, ma introduce artefatti nelle immagini stampate se l’immagine presenta salti di luminosità forti; in sostanza va bene per fotografie do oggetti con i relativi sfondi dove i colori varino con dolcezza da un pixel all’altro. Altrimenti per disegni alratto che contengono linee “nere” su uno sfondo “bianco” è preferibile il formato PNG, che tra l’altro non è lossy e quindi non introduce artefatti.
Il fatto che una immagine abbia un’estensione PDF non garantisce che essa sia costruita con i comandi del linguaggio PDF; potrebbe essere solo una scatola PDF che contiene un’immagine JPG o PNG.
Quando poi si immettono immagini JPG o PNG dentro un file PDF da compilare con uno dei programmi del sistema TeX, non avviene nessuna ulteriore compressione dell’immagine già compressa di suo, o almeno se viene compresso qualcosa realtivo alle immagini, è solo di carattere marginale e la riduzione in memoria è trascurabile.
Puoi certamente controllare nelle impostazioni del programma xdvipfmx (quello che di fatto trasforma il formato speciale DVI esteso in uscita da XeLaTeX in un file PDF) se prevede un livello di compressione 9; con questo livello si ha la massima compressione di quello che è contenuto nel file PDF.
Io in circostanze simili alla tua ho seguito questo procedimento, dopo aver scelto convenientemente i formati delle immagini da importare;
Ho creato un duplicato del sotto albero dove conservo le immagini; Nella prima copia, che qui chiamo Foto300, ho conservato le foto originali; nella seconda copia, che qui chiamo Foto75, conservo le stesse immagini a basa definizione.
Poi ho copiato tutte le foto di Foto300 in Foto75.
Poi ho usato GIMP, il programma della Gnu Foundation che fornisce prestazioni simili a quelle di PhotoShop; certo, se uno dispone di PhotoShop non ha bisogno di installarsi GIMP.
Usando questo editor di foto, molto performante, ho trasformato tutte le immagini di Foto75, originariamente con densità di 300px/in in altrettante immagini con la densità ridotta ad un quarto, cioè di 75 px/in; ne ho quindi ridotto le dimensioni in termini di byte per un fattore 16 Ci vuole un po’ di tempo perché per elaborare ciascuna foto devi prevedere fra una cosa e l’altra circa un minuto per ogni foto. Però è un lavoro “una tantum”. Attenzione: di ogni foto nell’albero Foto75 non ho cambiato il nome; è importante non cambiarlo.Ciò fatto, lavorando il documento le bosse del documento imposto \GraphicsPath con Foto75; quando sono arrivato alla versione finale cambio \GraphicsPath in Foto300 e ottengo la versione pesante, avendo lavorato con una versione leggera per tutto il tempo in cui ho editato il documento compilandone le bozze.
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Ti confesso che non capisco. D’atra parte io non sono un matematico, quindi sono ignoro la maggior parte dei simboli matemataci usati dai matematici.Tuttavia \varlimsub ha un riga sopra la parola “lim” e \valiminf ce l’ha sotto la parola “lim”. Mi pare del tutto comprensibile e logico.
Non mi pare comprensibile il fatto che vorresti definire un “operatore di tipo “lim” che abbia sia una riga soopra sia una riga sotto la parola “lim”.Non ho capito per la mia estraneità da questi simboli, ma sei sicuro di esserti spiegato bene? Non potresti allegare anche un semplice esempio disegnato a mano su un pezzo di carta e fotografato con il cellulare?
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@pascia95, scusa, a su quel post hai letti di quanti anni fa è? Il suo numero d’ordine è circa 28000, ora siamo a più di 113000. Il fourm esiste, mi sembra dal 2006 e oggi siamo 12 anni dopo; Io ho creato i font greci con i corpi ottici in formato Type1 circa 20 anni fa. Perché Lorenzo Pantieri sollevasse quella questione circa 9 anni fa non lo ricordo, ma già allora credo di avergli risposto che con una installazione locale del sistema TeX il pacchetto type1ec era inutile per qualunque tipo di alfabeto.
Il tuo problema è un altro, che hai risolto usando il pacchetto type1ec; il tuo problema è che stai componendo in LaTeX con un sistema incompleto che risiede laggiù in rete, in luogo ignoto e a distanza ignota.
Ci hai già detto che dopo aver finito la tesi eseguirai una instalazione locale; bene; per ora devi accontentarti di quello che ti da il sistema remoto.Tanto per essere più chiaro, con una installazione locale un esempio minimo compilabile con testo greco e testo altino in diversi corpi appare così
Esso è ottenuto con il codice seguente`% !TEX encoding = UTF-8 Unicode
% !TEX TS-program = pdflatex
\documentclass[10pt]{article}
\usepackage[utf8]{inputenc}
\usepackage[T1]{fontenc}
\usepackage{lmodern}
\usepackage[greek.ancient,italian]{babel}
\usepackage{tabularx,array}\newcommand{\greco}[1]{\foreignlanguage{greek}{#1}}
\newcommand{\testo}[1][\normalsize]{#1%
\greco{Κα᾽γο σε πατάξας διαλύσω τὸ κρανίον}
E io colpendoti ti romperò la testa}\begin{document}\parindent=0pt
\begin{tabularx}{\linewidth}{>{\ttfamily}lXX}
\string\tiny & \testo[\tiny] \\
\string\scriptsize & \testo[\scriptsize] \\
\string\footnotesize & \testo[\footnotesize] \\
\string\small & \testo[\small] \\
\string\normalsize & \testo \\
\string\large & \testo[\large] \\
\string\Large & \testo[\Large] \\
\string\LARGE & \testo[\LARGE] \\
\end{tabularx}
\end{document}`
Ora prova a compilare questo esempio minimo con il tuo compilatore remoto, senza usare type1ec; vedi se sgrana.
Se sgrana, aggiungi nel preambolo la chiamata al pacchetto type1ec e ricompila; sgrana ancora? non credo; però confronta il tuo risultato con il mio in particolare osserva i copri più grandi e vedi se ti sembrano ugualmente neri; poi osserva i più piccoli (ingrandendo l’immagine della schermata pdf al medesimo ingrandimento): vedi ancora i tratti più sottili nel tuo risultato o nel mio?Ecco questo ti spiega perché Lorenzo aveva posto una domanda impropria 9 anni fa; ti spiega perché type1ec non dovrebbe mai essere usato con una installazione locale completa; perché potrebbe essere un tappabuchi se si è costretti ad usare una installazione incompleta come quella che stai usando tu.
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Come ho detto e ripetuto io non sono esperto di biblatex e lo uso solo quando costretto.Quello che posso dire è che il pacchetto type1ec non andrebbe mai usato; tuttavia @pascia95 ha già detto che non usa una installazione locale del sistema TeX ma fa tutto in rete; questo è il motivo per il quale il font greco sgrana; probabilmente in quel sito hanno installato solo i font greci di tipo type1 solo nella dimensione di 10pt così da usare un unico font ingrandito o rimpicciolito a seconda delle necessità di composizione; il risultato di eliminare i corpi ottici dall’uso dei font (latini, greci, cirillici, eccetera) è che rimpicciolendo quell’unico font i caratteri appaiono più sottili, fino a perdere i tratti più sottili, mentre ingrandendoli appaiono come se fossero in neretto, poi nero, poi nerissimo, a seconda dell’ingrandimento. I font greci sono dotati di moltissimi copri ottici e sarebbe meglio non rovinarne la (presunta) bellezza con il pacchetto type1ec. Forse @pascia95 non può farlo perché lavorando in rete il sistema TeX che c’è nel server probabilmente è abbondantemente incompleto e perciò sgrana. Lavorando con una installazione locale i difetto non si presenta e se si usa type1ec si manifesta il difetto della mancanza dei corpi ottici.
L’ordine di caricamento dei pacchetti non dovrebbe essere importante, in particolare l’ordine di caricamento di biblatex e csquotes, ma siccome biblatex usa le virgolette come sono definite nel pacchetto csquotes, è evidente che sarebbe meglio che csquotes venga caricato prima di biblatex. Non è sempre vera questa connessione simile al principio ci causa-effetto; ma è comunque meglio seguire sempre la raccomandazione indicata, perché si evitano tanti guai, non sempre, ma in molti casi.
Per il resto non so che dire a @pascia95; gli ho già partecipato la mia comprensione per dover comporre “umanisticamente” un testo/tesi di filosofia.
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Enrico, i vecchi tipografi che componevano a mano con i caratteri mobili si facevano un punto d’onore di non dover mai eseguire la cesura di fine riga.
Con la tipografia elettronica la cosa è molto meno faticosa, ma dpende molto dalla “officina” di composizione, visto che le case editrici fanno l’outsurcing di quello che deve essere composto per poi essere stampato e distribuito. Nonostante i programmi belli e costosi che vengono usati in queste officine, bisogna ricordare che sono quasi tutti creati negli USA e che di solito non contengono la sillabazione epr lingue diverse dall’inglese americano, se non sotto forma di plug-in da installare apposta. Se l’officina non dispone del plug-in con la sillabazione epr l’italiano, è chiaro che non esegue la cesura, a meno che non lo faccia a mano; questa operazione manuale consuma tempo e alza i costi.
D’altra parte, anche se si tratta di un word processor, anche Word non sillaba l’italiano, nemneno se è stato installato pertendo da un CDROM per l’Italia; per ottenere la sillabazione italiana bisogna attivarla o farla a mano.Al contrario, come sia bene, il sistema TeX con tutti i suoi programmi di composizione la sillabazione la può eseguire, oggi persino con MiKTeX, che invece fino a qualche anno fa nella versione ridotta installava le sillabazioni per una mezza dozzina di lingue che non contenevano l’italiano. Anche TeXLive/Debian nasce con la sola sillabazione inglese e per averla in altre lingua bisogna caricare anche alcune sue estensioni.
Ora con i programi basati su LaTeX, in particolare pdfLaTeX e LuaLaTeX, si può usare il pacchetto microtype con la totalità delle sue funzionalità e se guardi un qualunque testo composto facendo uso di questo pacchetto constati che le cesure in fin di riga sono rare, ed è dificile trovare una pagina che ne contenga almeno una e difficilissimo trovare pagine che ne contengano almeno due.
Fossi in te non mi preoccuperei di questo “trend” della casa editrice Bompiani.
Ciao
Claudio
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Biblatex e philosopy-verbose offrono diversi comandi per citare; siccome io non scrivo di filosofia (e per fortuna esistono anche filosofi come Ivan che, pur costretto a fare quanto è più o meno tradizionale nel domino delle pubblicazioni umanistiche e filosofiche, è d’accordo con me che il modo di citare in nota da parte di scrittori di humanities sia barocco, pleonastico, distraente con la miriade di interruzione che le note propongono, e generalmente ridondante) quindi uso biblatex meno che posso e al massimo uso la citazione del tipo autore anno. Fra le forme di citazioni disponibili con biblatex, se si usa l’opzione natbib, cis sono anche le forme di citazione di natbib, che [ermettono di citare con o senza parentesi, sia l’autore e l’anno, volendo anche il titolo, oppure solo l’autore, oppure solo l’anno, oppure…, e in ogni caso ammettono l’argomento facoltativo come il comando di base \cite. Usando quelle non c’è nessun bisogno di mettere citazioni in nota.Tuttavia, come capisci bene, io di sicuro sono prevenuto nei confronti delle citazioni in nota, per giunta in stile umanistico con in vari ivi, ibidem, loc.cit, e altre cose del genere.
Se Ivan ti da qualche suggerimento, ben venga.
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Non so con biblatex, in particolare con la sua estensione philosophy verbose, ma [tt]\cite[qualcosa]{etichetta}[/tt] del cuore di LaTeX permette di citare l’opera puntata da etichetta seguita da quel “qualcosa”, qualunque esso sia. Siccome normalmente un’opera non è divisa in libri, scrivendo [tt]\cite[\P 1.2.3]{etichetta}[/tt] ti viene scritto (in uno dei vari stili) [Rossi, § 1.2.3].Con la divisione in libri, se l’opera citata non ha una numerazione gerarchica che comprenda anche il supersezionamento “libro”, bisogna scriverlo esplicitamente, per esempio [tt]\cite[libro 1, \P 2.3.4]{etichetta}[/tt].
Prova con le citazioni di philosophy-verbose per vedere se funziona.Ma se stai scrivendo una tesi di materie tecnico ingegneristiche, le citazioni in nota sono fuori luogo, le citazioni autore-anno non vanno male, ma di solito non vengono usate in questi tipi di scritti; e se citi qualcosa di “antico”, lo citi come ti ho detto direttamente nel testo e solo nel testo, tanto più se segui la tradizione tecnico-ingegneristica di non usare la citazione autore-anno, ma usi la citazione numerica tipica di questo settore. Ne consegue che i vari ivi, ibidem, op.cit. e simili nelle note di un testo tecnico-ingegneristico sarebbero da escludere. Ricorda: una tesi non ha una limitazione sul numero di pagine, ma quando scrivi un rapporto tecnico o, peggio ancora, un articolo per una rivista scientifica, devi far stare il tutto in 4 pagine, e se le superi ti fanno pagare di tasca tua cifre impressionanti per ogni pagina in più.
Ti confesso che se io fossi in commissione di laurea e vedessi nella tesi citazioni in nota sarei mal predisposto nella valutazione della tesi; naturalmente questo è un parere personale e altrettanto personale sarebbe la mia cattiva predisposizione. Puoi darsi che i tuoi commissari dell’esame di laurea, invece, apprezzino.
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Senza pagina non è cliccabile. Lavorando con molta fantasia e creatività, forse si potrebbe rendere cliccabile anche quell’indicazione, ma bisogna anche creare un target nella prima pagina del file incluso. Non è banale per niente. È fattibile e in circostanze diverse l’ho fatto, ma in questo caso, lo ammetto, non mi sento in grado.
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Se usi toptesi e hai specificato la lingua inglese medinti il comndo \english subito dopo \begin{document}, l tua lingua di default diventa quella principale.
Se dove vuoi mettere gli indici compresi quelli delle figure e delle tabelle, usi il comando ]indici, ma prima devi impostare \taabelspagetrue e \figurespagetrue.Per gli acronimi si fa in un modo, per la nomenclatura si fa in un altro; comunque non so , quando si lavora on line, come si faccia a consultare la documentazione di LaTeX; per gli acronimi c’è una descrizione sommaria ne L’Arte. Per la nomenclatura bisognerebbe leggere il file nomenclature.pdf; avendo l’installazione su proprio PC basterebbe digitare il comando texdoc nomenclature.
Lavorando in rete, evidentemente viene messo a disposizione anche toptesi, ma in una versione obsoleta. Se ti è comodo lavorre in rete, fai pure, ma non sai che cosa ti perdi; sai cosa guadagni, cioè di non “sporcare” il tuo disco fisso o di non occuparne circa 5GiB.
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Io ti propongo questo codice dove ho tolto qualcosa e ho messo in inglese la matricola accomapagnata da un numero di 9 cifre`% !TEX TS-program = pdflatex
% !TEX encoding = UTF-8 Unicode
\documentclass[a4paper,12pt,twoside,titlepage]{report}
\usepackage[T1]{fontenc}
\usepackage{newtxtext, newtxmath}
\usepackage[english]{babel}
\usepackage{graphicx}
\usepackage{setspace}
\usepackage[nouppercase]{frontespizio}
\usepackage{hyperref}\begin{document}
\begingroup
\pagestyle{plain}
\hypersetup{pageanchor=false}
\begin{frontespizio}
\Istituzione{Alma Mater Studiorum-Universit\`a di Bologna\rule {0pt}{1\baselineskip }}
\Divisione{School of Economics, Management and Statistics\rule {0pt}{1\baselineskip }}
\Scuola{Second Cycle Degree \rule{0pt}{2\baselineskip }\\ In \\ Economics}
\Titolo{The gender effects of overeducation}
\NCandidato{Defended by}
\Punteggiatura{}
\Preambolo{\usepackage{newtxtext, newtxmath}}
\Preambolo{\usepackage[T1]{fontenc}}
\Preambolo{\renewcommand{\fronttitlefont}{%
\fontsize{28}{23}\bfseries}}
\Preambolo{\renewcommand{\frontinstitutionfont}{%
\fontsize{24}{19}\linespread{1.5} \selectfont}}
\Preambolo{\renewcommand{\frontdivisionfont}{%
\fontsize{20}{18}\linespread{1.5}\selectfont}}
\Preambolo{\renewcommand{\frontfixednamesfont}{%
\fontsize{16}{16}\linespread{1.5}\selectfont}}
\Preambolo{\renewcommand{\frontnamesfont}{%
\fontsize{16}{16}\linespread{1.5}\selectfont}}
\Preambolo{\renewcommand{\frontsmallfont}{%
\fontsize{16}{16}\linespread{1.5}\selectfont}}
\Preambolo{\renewcommand{\frontfootfont}{%
\fontsize{20}{25}\linespread{1.5}\selectfont}}
\Preambolo{\renewcommand{\frontrelcorrelsep}{4ex}}
\Candidato[]{\parbox{60mm}{Giulia xxxx\linespread{1.5} \selectfont\newline ID number 123456789}}
\NRelatore{Supervisor}{}
\Relatore{Prof. Giulioxxxx}
\NCorrelatore{Co-supervisor}{}
\Correlatore{ Prof. Francesca xxxx}
\Piede{Academic Year 2017–2018\rule {0pt}{1\baselineskip }}
\Margini{2cm}{2cm}{2cm}{2cm}
\end{frontespizio}
\end{document}`
Mi spiace epr second cycle, perché non appartiene al mondo accademico anglosassone; e nel nostro è un disconoscimento della locuzione “Laurea magistrale”. Può piacere o non piacere, ma in italiano è così secondo la legge del 2004 (se ricordo bene l’anno); E sembbra lo stesso disprezzo che spine=se il legislatore a chiamare “laurea triennale” quella dei primi tre anni, che poi è diventato l’ancor peggiore “laurea breve” nel linguaggio comune; Fin dal medioevo si chiamava laurea baccelliera, ma a quanto pare il legislatore non l’ha voluta mettere sullo stesso piano del “Bachelor degree”. In Europa si usano sempre i nomi che, come in inglese, si rifanno aile università precedenti alla riforma napoleonica.
È ovvio che le mie considerazioni sono mie e non penso che siano tanto importanti da condividerle.
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