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Sono contentu che tu abbia risolto il tuo problema, ma quando dici che il tuo relatore VUOLE che la bibliografia sia composta mano, invece che con i potenti mezzi del sistema TeX, o non ha capito bene come funziona TeX, oppure vuole uno stile di citazione diverso da qualsiasi stile che il sistema TeX sia in grado di realizzare. A me non sembra che l’esempio di riferimento che hai allegato al tuo primo messaggio richeda uno stile che non si possa ottenere con bibtex e lo stile plain.bst, oopure con biblatex+biber e l’opzion style=numeric.D’altra parte il tuo relatore ha corretto (o tu hai scritto) la citazione portata ad esempio con:
`\bibitem{art3}G. Audesirk, L. Cabell, M. Kern, \textit{Modulation of neurite branching
by protein phosphorylation in cultured rat hippocampal neurons.}
Developmental Brain Research, 1997; 102: 247-260.` Forse plain.bst o style=numeric non sono sufficienti a creare questo tipo di riferimento, ma solo perché, a parte l’assenza dei nomi che precedono il numero del volume o del numero del fascicolo e l’intervallo delle pagine, la citazione è incompleta ne non permette di trovare in modo univoco il testo originale; può darsi che questa si l’abitudine nella facoltà di medicina, ma le norme ISO-UNI (che per l’Italia hanno valore di legge) richiedono di inserire ulteriori informazioni che in quel riferimento mancano. Purtroppo devi leggeri le norme, perché sarebbe troppo lungo riportarle qui. Vedi:\bibitem{man:ISObibliografia}
\textsc{{ISO 690}}.
\newblock \emph{Documentation — Bibliographical references — Essential and
supplementary elements}.
\newblock International Organization for Standardization, Ginevra, 1982.\bibitem{man:UNIbibliografia}
\textsc{{UNI 6017}}.
\newblock \emph{Descrizioni e riferimenti bibliografici}.
\newblock Ente Italiano di Unificazione, Milano, 1967.Piuttosto, come autore di toptesi, vedo che stai usando il mio pacchetto senza averne letto la documentazione. Per favore, apri un terminale o prompt dei comandi, scrivici dentro il comando texdoc toptesi-it, esegui il comando premendo il tasto “invio”, e leggi quello che ti appare sullo schermo. Eviterai almeno di predisporre un preambolo come quello che hai mostrato in allegato al tuo primo messaggio.
Tra le altre cose, che non dipendono da toptesi, hyperref, tranne casi eccezionali, va sempre caricato per ultimo.
Capisco che il sistema TeX richieda più tempo di apprendimento dei generici word processor; per avere un risultato migliore di quello che possono dare i word processor vale la pena di spendere quel o’ di attenzione in più per apprendere LaTeX e per usare il sistema TeX.
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Sicuramente ti è sfuggito qualcosa; il contatore die serve per simulare i lanci di un dado (die in inglese) quindi gli interi casuali generati sono fra 1 e 6. Così dice la documentazione.La documentazione dice anche che l’algoritmo è implementato con l’aritmetica interna di TeX, e i limiti imposti al valore minore e al valore maggiore, nonché alla loro differenza dipendono dal fatto che l’aritmetica intera di TeX ha quei limiti. Quindi la domanda
il problema è la funzione per il random che è compilatore dipendente
che usare in alternativa?non è rilevante.
D’altra parte mi pare che il problema sia risolto, a parte l’uso del contatore die. A meno che non sia sfuggito qualcosa a me, bene inteso,…
Io ho dovuto generare speso numeri casuali, ma mi sono guardato bene di usare qualuque cosa che usi l’aritmetica interna di TeX; in questo caso, dove il numero casuale non è determinate, anche lcd può bastare, ma in altri contesti preferisco ricorrere ad un programma esterno e a generare i numeri casuali con un programma serio di matematica; se sapessi usare LuaLaTeX e il linguaggio Lua, probabilmente userei quello, ma Lua ancora mi sfugge…:sad:
Ultima mento ho dovuto permutare in modo casuale e senza ripetizioni più di 500 file da immettere in un documento composto con XeLaTeX; XeLaTeX non e responsabile della mia scelta, ma il programma scritto con un linguaggio serio per la matematica funziona benissimo e impiega il tempo di un battito di ciglio. Bisogna solo usare con sicurezza la funzionalità dello shell-escape non protetto.
::loregamma” post=101075Salve,
ho cercato nel forum ma non sono riuscito a trovare una soluzione.
Il mio problema: devo realizzare una rivista. Mi arrivano gli articoli, ognuno con un titolo, un autore e (quasi sempre) una bibliografia e devo unirli in un documento che abbia un’unica TOC (in cui devono essere indicati autore e titolo di ogni articolo), ma conservi separate le bibliografie.
Naturalmente ho subito pensato a usare LaTeX, ma la cosa si sta rivelando meno semplice di quanto pensassi. Esiste una classe già pronta che mi permetta di farlo?
O comunque, esiste un metodo semplice per unire in un unico documento vari articoli?Benvenuto/a nel forum.
Il tuo problema è complicato, molto complicato. Esistono alcune classi per farlo, per esempio, proc.cls (classe standard) e suftesi (con l’opzione collection); ma il problema è e rimane complesso.
Nella guida Introduzione all’arte della composizione tipografica con LaTeX, liberamente scaricabile dalla sezione Documentazione di questo sito, c’è un capitolo dedicato alla composizione di documenti complessi, frutto di lavoro cooperativo fra diversi autori, fra cui ricadono le riviste, le collettanee, e altri simili documenti.
Io personalmente preferirei comporre l’indice a mano,sotto forma di una tabella di una o più pagine, e di compilare ogni articolo per conto proprio, facendo partire la numerazione dalla pagina successiva a quella dove finisce l’articolo precedente. Poi ingloberei il tutto in un unico documento PDF usando le funzionalità del pacchetto pdfpages. Non è troppo complicato ma non funziona in modo automatico. Inoltre se i vari documenti contenessero dei collegamenti ipertestuali sia interni sia esterni, questi andrebbero tutti persi; quindi il procedimento andrebbe bene solo per la stampa, o al massimo per un documento finale PDF senza collegamenti ipertestuali.
Ti suggerisco la lettura della documentazione di pdfpages, e del capitolo di quella guida.
::claudio” post=101073esiste un modo per generare delle parole in modo casuale, delle frasi composte da due o tre parole tipo un motto latino ?
il pacchetto lipsum non va bene dato che genera capoversi.
consigli?
claudioPer creare una stringa di parole latine prive di un senso qualunque, basta copiare e incollare un capoverso costruito con lipsum in un file PDF, con qualunque visualizzatore di file PDF si può selezionare del testo e incollarlo dove si vuole.
Il pacchetto kantlipsum fa le stesse cose del pacchetto lipsum, ma scrive in inglese dei brani tratti da un testo del filosofo Kant; le frasi hanno senso compiuto, non sono “latinorum” privo di senso come quello che si ottiene con lipsum.
Credo che esista una variante di lipsum per scrivere direttamente alcune parole tratte da quel pacchetto, ma non l’ho mai né cercato né usato, perché a me sembra una perdita di tempo. Per perderne un pochino di meno basta cercare ed aprire il file lipsum.sty e copiare direttamente da lì stringhe di poche parole.
::ste_unipi” post=101068Ciao! Ti ringrazio infinitamente per l’aiuto perchè adesso funziona! Cioè l’unica differenza rispetto a quanto scrivevo io sta in “detect-mode”. Sapresti per caso aiutarmi anche per quanto riguarda la frazione da mettere piccola accanto al numero intero? Perchè nel topic linkato si dice
Non credo che per lui sia un problema scrivere la frazione con la barra diagonale e con i numeri più piccolini;
beh per me invece lo è 😀
Oppure al limite potresti spiegarmi come si usa la macro citata? Perché con un semplice copia/incolla non mi funziona….PS: come fate a scrivere il codice latex in quella finestra?
Premetto che detesto i pollici: gli americani hanno sottoscritto e adottato il SI nel 1953, se ricordo bene, ma hanno reso equivalenti i pollici e le altre misure USA con fattori codificati per legge ai valori delle unità SI, e con questo si ritengono esenti dall’usare le unità che tutti capiscono nel resto del mondo.
Tuttavia sono al corrente che anche in nostri tubisti, termotecnici e idraulici usano le filettature Witworth e i diametri dei tupi e relativa bullonerai in polici, pollici che non hanno nulla a che vedere con quelli “ufficiali” del mondo anglo, dove cioè un pollice sarebbe equivalente s 25,4mm. Prova a prendere un calibro e a misurare un tubo da un pollice e vedrai che misura ottieni. Capirai che i pollici dei tubisti sono “pollici convenzionali” e non pollici veri.
Sfogatomi con questo commento ripeto il codice che avevo proposto in quella discussione:`\newcommand\tubo[3]{\ensuremath{#1''\^{#2}\!/\!_{#3}}}`Non mi sembra difficile da usare; Innanzi tutto bisogna copiare quel codice nel preambolo del prorio documento, stando attenti che il segno ”, non è un doppio apice ma sono due apici semplici (due apostrofi, insomma — la cosa è evidente nella parte del codice latex scritta sopra).
Poi nel tuo testo per indicare un tubo da un pollice e mezzo, scrivi semplicemente [tt]\tubo{1}{1}{2}[/tt] il primo dei tre argomenti è il numero intero di pollici, il secondo è il numeratore “piccolino” e il terzo è il denominatore “piccolino”; ci pensa la macro a renderli piccolini perché li tratta come se fossero apici e pedici; quei segni [tt]\![/tt] servono per inserire spazi negativi per accostare sia il numeratore sia il denominatore alla barra / che vi si trova in mezzo; [tt]\ensuremath[/tt] è un comando stnadard che permette di scrivere alcune cose che richiedono di essere in ambiente matematico ma di cui l’utente non deve preoccuparsi anche se sta scrivendo in modo testo. Esiste un pacchettino per scrivere frazioni in quel modo, mi pare che si chiami nicefrac, ma non l’ho mai usato, anche perché, come leggi qui di seguito, le frazioni scritte con la barra e i numeri piccolini sono deprecate dalle norme internazionali.
Non è una gran macro, ma è meglio di niente. Siccome le frazioni scritte in quel modo sono deprecate dalle norme internazionali (per la verità sono deprecati anche i pollici, a maggior ragione quelli che non valgono 25,4mm) io mi sono completamente dimenticato dell’esistenza di quella macro e faccio prima, essendo molto più chiaro, a indicare i pollici con il poro nome per disteso e l’indicazione completa con [tt] 1\,1/2 pollici[/tt]; mi è capitato l’ultima volta per esprimere in pollici le dimensioni della carta letter degli USA, che d’altronde avevo accompagnato con l’indicazione in millimetri. Coi tubi non lo puoi fare perché non ci sarebbe nessun tubista che potrebbe capire le misure vere dei tubi espresse i millimetri.
Per scrivere codice latex su sfondo giallo e con la barra scura a sinistra, ma, essenzialmente, usando un font monospaziato, devi racchiudere il codice fra i marker appositi; questo sito ti rende le cose semplici in questo modo: scrivi il codice, lo evidenzi, poi clicchi l’icona per il codice che si trova nella barra superiore, proprio a destra dell’icona “quote” che hai cliccato tu per evidenziare le tue cose nel primo messaggio che hai scritto.
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Letteracpd ha ragione quando dice che disabilitare microtype quando si compone l’indice corrisponde a nascondere la spazzatura sotto il tappeto.Non sono abituato a nascondere la spazzatura sotto il tappeto ma, lo confesso, qualche volta lo faccio con cose “latexiane” per le quali non ho intenzione di consumare tempo per risolverle in modo pulito.
Tuttavia in questo caso riterrei che la disabilitazione delle funzionalità di microtype, sia l’espansione sia la protrusione, dovrebbe essere integrata nel comando \tableofcontents stesso.
Infatti microtype serve essenzialmente per comporre capoversi a pacchetto (assenti nell’indice) per diminuire la spaziatura interparola e mantenere un “colore” più omogeneo al capoverso composto a pacchetto; la protrusione è un modesto trucco per risolvere il problema, mentre l’espansione dei font è quella che svolge la maggior parte del lavoro per una soluzione efficace; peccato che l’espansione funzioni solo se il motore di composizione è pdftex (quindi pdflatex e lualatex) e non funzioni quando il motore di composizione è tex o xetex (latex e xelatex).
Ma, ripeto, negli indici “normali” non ci sono capoversi a pacchetto.
L’altra domanda se sia preferibile l’indice con i puntini e i numeri di pagina allineati a destra, oppure l’indice senza puntini con i numeri di pagina non allineati a destra, non è una domanda a cui si possa dare una risposta precisa, visto che riguarda una questione di stile e non una questione tecnica. Nei secoli in cui si è usata la tipografia meccanica o elettronica per comporre e stampare libri e altri tipi di documenti si sono usati entrambi gli stili ed altri ancora, per esempio, l’intero indice composto a pacchetto (dove forse sarebbe utile microtype), che risulta particolarmente compatto, ma risulta anche particolarmente inutile nelle sua funzione di indicare dove si trovino le informazioni che si stanno cercando.
Bringhurst stigmatizza l’indice composto tipo elenco del telefono, altri trovano che l’indice composto come ne L’Arte di scrivere con LaTeX ad alcuni non piace proprio perché è abituato alla forma tabulare (elenco del telefono).
Personalmente trovo che l’indice alla Bringhurst (e a “L’Arte”) sia più elegante, ma non lo trovo adatto a testi di tipo tecnico-scientifico dove la funzione di navigazione del documento da consultare, non da leggere sequenzialmente, è molto importante. Uso entrambi i tipi di indice per documenti con contenuti e scopi diversi.
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Il template che hanno usato al JACoW per spiegare l’uso del tempalte e le prescrizioni per gli irriducibili di Word usa l’ambiente abstract nella prima colonna senza abbassare la seocnda colonna come vorresti fare tu. È la prassi normale nelle conferenze scientifiche. Ho una notevole esperienza di conferenze scientifiche e ho anche creato uno dei primi template per conferenze distribuito liberamente a tutti gli aspiranti partecipanti; il template è stato abbondantemente copiato, mutatis mutandis, da altri per altri congressi, come è giusto che sia con questo tipo di software.Quindi fossi in te non farei quello che vorresti fare, se non altro per evitare una bruttura come quella di avere un abstract composto nella larghezza di una colonna, affiancato da uno spazio vuoto a destra.
Sarebbe diverso se componessi l’abstract a giustezza piena, ma il file di classe jacow.cls non sembra permetterlo. Forse potresti ottenere questo risultato se usassi il pacchetto abstract, ma non sono sicuro che sia compatibile con la classe, che già di suo carica una miriade di pacchetti con il relativo aumento di probabilità che nascano conflitti.
Leggiti la documentazione di abstract (apri un terminale, scrivici dentro il comando texdoc abstract, premi il tasto invio, e leggi quello che ti appare nella finestra del documento) e vedi se qualche work-around lì descritto può servire a qualche cosa.
Rimango dell’idea che non dovresti dare seguito al tuo proposito; se anche riuscissi a mettere l’abstract centrato e composto con la giustezza \textwidth, e se il comitato scientifico della tua conferenza te lo accettasse senza riportare l’abstract ad una colonna, il tuo articolo emergerebbe per difformità di composizione rispetto agli altri articoli che verranno pubblicati suoi proceedings di quel congresso.
Se invece il comitato scientifico della tua conferenza avesse prescritto ai suoi conferenzieri di comporre gli articoli specificando la classe jacow.cls, ma avesse richiesto l’abstract centrato sotto il titolo, avrebbe posto sulle spalle dei conferenzieri il compito non semplice di risolvere un problema dovuto alla loro superficialità e scarsa dimestichezza con LaTeX.
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Secondo me hai completamente frainteso l’uso delle righe magiche (i commenti magici) nel senso che nel file dove hai messo quei commenti; root sta per il main file, che si trova almeno ad un livello gerarchico di cartelle superiore, forse due livelli rispetto al file che vuoi compilare, quindi dovresti scrivere il percorso relativo dal file alg-lin.tex al file principale Elaborato.tex nella forma`% !TEX root = ../Elaborato.tex`(Nota i due puntini che rimandano ad un livello di cartelle superiore q quello della cartella capitolo1).
::letteracdp” post=101038Carissimi,
la questione si sta rivelando interessante. 🙂 Premetto che non sono un esperto di microtipografia e so molto poco delle primitive che pdfTeX mette a disposizione a questo riguardo e del modo in cui il pacchetto microtype le utilizza; quindi il contributo che posso dare è solo di fornire un indizio che, ritengo, mette sulla strada giusta, per poi cedere la parola a chi ne sa più di me.
Analizzando con [tt]\showlists[/tt] le scatole prodotte dal file [tt].toc[/tt] fornito da Antilia (mille grazie per la collaborazione 🙂 ), si vede che le righe anomale contengono, in corrispondenza del margine destro, un implicit kern etichettato come [tt]right margin[/tt] (per esempio,`.\kern-0.9566 (right margin)`per la riga del paragrafo intitolato «bla bla»): si tratta del piccolo spazio negativo che pdfTeX introduce alla fine delle righe, in corrispondenza dei margini, quando è attivata la protrusione dei caratteri. Per il carattere «1» del font utilizzato, la protrusione ammessa è insolitamente alta (quasi 1pt), ed è significativamente maggiore di quella ammessa per le altre cifre: ciò fa sì che i numeri di pagina che terminano con «1» siano insolitamente spostati verso destra, appunto per farli sporgere dal margine, e questo causa la comparsa del puntino addizionale. Ciò è del tutto indipendente dalla lunghezza del titolo mostrato sulla riga, come invece avevo scioccamente congetturato in precedenza.
A conferma di questa interpretazione, il difetto scompare se si imposta a zero l’[tt]\rpcode[/tt] di 1 nel font in questione; per esempio, sostituendo`\tableofcontents`con`\begingroup
\rpcode\font`1=0
\tableofcontents
\endgroup`il difetto dovrebbe sparire.Ora, in realtà, le cose non possono essere così semplici, perché il numero di pagina è contenuto in una piccola [tt]\hbox[/tt], non direttamente nel capoverso che costituisce la voce dell’indice (sì, le voce dell’indice sono composte come capoversi, non come semplici [tt]\hbox[/tt]’es), quindi qui deve entrarci lo zampino di microtype a “sollevare” l’[tt]\rpcode[/tt] da dentro la scatolina del numero di pagina al capoverso che si sta componendo; ma su questo, appunto, cedo la parola a chi conosce i dettagli del funzionamento di microtype per un’analisi più approfondita. Il punto è che, dipendendo da microtype, il comportamento indesiderato dovrebbe poter essere corretto. Insomma, sto dicendo che Antilia ha forse scoperto un bug molto insidioso del pacchetto microtype.
Un ultimo commento. Ovviamente, modificare [tt]\@dotsep[/tt] cambia lo spazio fra i puntini e quindi la piccola differenza di posizionamento del numero di pagina non fa più “scattare” un puntino addizionale: ciò infatti succede quando tale piccola differenza va a sommarsi a una “frazione di puntino” già prossima a uno (se così posso esprimermi). Questo rimedio, però, non impedisce che il problema possa ripresentarsi, per esempio, con una diversa larghezza della gabbia del testo.
Ciao.
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GustavoSe il problema è microtype, allora per l’indice se ne può eliminare l’intervento con una cosa del genere`\begingroup
\microtypesetup{activate=false}
\tableofcontents
\endgroup`racchiudendo il tutto dentro un gruppo in modo che composto l’indice, microtype riprenda a funzionare con la protrusione e l’espansione dei font/caratteri.
::golden_boy” post=101022Mi dispiace per la vena, ma intendevo dire che LaTeX non è un programma di grafica, nel senso di fotoritocco (esempio photoshop). Quindi, far si che all’interno del nome del titolo del capitolo di sia un effeto, che in LaTeX sia impossibile, è una cosa … impossibile per l’appunto!! Per chi non ci crede: volevo mettere al posto della O di una parola del titolo un disegno a forma di O con vari motivi. Credo che riprodurlo con LaTeX sia impossibile o ci si impiegherebbero anni, quando con un programma di grafica magari in una decina (o quindi al massimo) di minuto si fa il tutto. Quindi l’importare un oggetto esterno è la cosa più facile… anche se può sembrare la meno intuitiva e meno immediata…
Se il problema è quello di sostituire una lettera con qualcos’altro, direi che la cosa sia semplice anche con LaTeX; basta introdurre quel qualcos’altro con \includegraphics con debiti fattori di scala al posto della `O’ di cui parli.
Il problema non è molto diverso da quello risolto da Lorenzo e Tommaso, gli autori della guida L’Arte di scrivere con LaTeX dove a `L’ con il suo apostrofo sono tratti da un font calligrafico edwardiano, molto grande e di colore diverso dal resto; d’accordo, la `L’ con il suo apostrofo non sono una generica figura, ma sono glifi di un font, quindi la loro introduzione è più semplice che non inserire un disegno o un’immagine, ma si tratta dello stesso problema.
Dunque non parlo di come fare il disegno, parlo solo di come metterlo al posto della `O’.
::
Ci sono due aspetti distinti che ho mescolato e me ne scuso.1) il codice di posizione H applicato agli ambienti mobili (che indicherò collettivamente con “float”) li rende fissi, in modo assoluto; perciò
`\begin{foat}[H]
…
\catpion[…]{…}
\end{float}`diventa del tutto equivalente a`\begingroup
…
\captionof{float}[…]{…}
\endgroup`Ovviamente il gruppo [tt]\begingroup… \endgroup[/tt] può essere presente implicitamente mediante un ambiente non mobile, per esempio `\begin{center}…\end{center}`se l’ambiente float conteneva \centering; e simili.
Usare il pacchetto float e il codice H non è più economico che caricare il pacchetto caption e il suo comando \captionof; Il pacchetto float serve davvero se si vogliono definire altre tipologie di oggetti mobili, non per usare H.Il risultato di questa fissità, che (forse) non coinvolge le code degli oggetti flottanti, è che di solito si rovina una pagina o con uno sforamento nel margine inferiore o con l’ambiente spostato alla pagina successiva e l’allargamento enorme degli spazi verticali nella pagina dove si sarebbe voluto avere l’oggetto reso fisso. Sapendo quel che si sta facendo e conoscendo i rischi che si corrono qualche rara volta il codice H si potrebbe anche usare, ma di solito esistono modi più intelligenti per gestire gli oggetti di “grandi” dimensioni, ed è quello di lasciarli muovere naturalmente adattando la prosa che vi si riferisce sapendo che l’oggetto non si troverà nella riga successiva alla frase “… come si vede nel seguente diagramma…”.
2) Il codice di posizione h non deve venire mai usato da solo, questo sì è vero e corretto; se lì dove lo si vorrebbe l’oggetto non ci sta, blocca le code degli oggetti flottanti omonimi.
La conclusione, anche se i motivi sono diversi è che i codici di posizione h e H non devono venire mai usati, H mai o solo a ragion veduta; h solo se non è da solo. Perciò anche se la mia frase nel messaggio precedente non è corretta in senso assoluto, la raccomandazione di non usare mai quei codici è corretta e ovviamente un raccomandazione non è una legge assoluta, ma è una raccomandazione molto forte che risparmia non pochi mal di pancia, specialmente a chi è nuovo di LaTeX.
Spiegare perché e per come quella raccomandazione sia valida è lungo e richiede una conoscenza approfondita del meccanismo interno con cui LaTeX colloca gli oggetti flottanti; conoscenza approfondita sia da parte di chi scrive, sia da parte di chi legge; specifico che io NON ho una conoscenza approfondita tale da conoscere ogni dettaglio, ma ho una buona conoscenza e credo di sapere quel che dico, anche se non escludo che qualcosa sia poco corretto o non esattamente quello che la routine di output di pdf-, xe-, lua-, tex fanno per gestire le code degli oggetti flottanti e per costruire le pagine in uscita, ma credo che non sia tanto diverso dal vero.
Sul prossimo numero di ArsTeXnica ci sarà la traduzione in italiano dell’articolo di Frank Mittelbach che spiega meglio quello che io dico più succintamente e con minor precisione; anche lui non scende troppo nei dettagli, ma siccome è lui che ha riscritto molto del codice che era stato inizialmente creato da Leslie Lamport, il papà di LaTeX, credo che sappia esattamente quello che dice e ritengo che ci siano ottime ragioni per ascoltarlo.
Anche Enrico (sì, proprio quello che pensi tu), che la sa molto più lunga di me (tanto che sta collaborando al nuovo linguaggio L3, che per me è ancora fuori della mia portata) afferma sostanzialmente quello che ho esposto sopra senza mescolare i due codici di posizionamento in un’unica frase.
Gustavo, se trovi che quel che ho scritto sopra ammetta dei controesempi che ne dimostrino la falsità, sono ben contento di rivedere la mia comprensione del meccanismo e te ne ringrazierò moltissimo. [non ho usato congiuntivi e condizionali, perché le mia non è una frase ipotetica dell’irrealtà…]
Claudio
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Pdfpages distrugge i link ipertestuali; se i PDF da unire ne contengono, i link diventano inservibili.Infatti con ArsTeXnca abbiamo dovuto scartare pdfpages, perché le versioni elettroniche degli articoli pubblicati perdevano i link; chiaro che per la versione stampata i link non ci sono, visto che non puoi cliccare la carta 😛 ma poi per le versioni elettroniche dovresti rifare il lavoro da capo.
Tuttavia il problema di Ivan sembra essere imitato al frontespizio e a qualche altra pagina; queste possono tranquillamente essere composte a parte e incluse come fa il pacchetto frontepsizio, senza nessun problema di link ipertestuali, perché il frontespizio e la pagina o le due o tre pagine seguenti generalmente non contengono link.
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Caro Urbani, mi apre ovvio che non ha usato finora una guida decente (ammesso che tu ne abbia letta una) di LaTeX perché continui a fare errori banali tipici di chi non ha la più vaga idea di quello che sta facendo. Scusami, non te la prendere, ma il tuo ultimo errore del tuo ultimo messaggio ne è la prova provata. Come fai a usare un una tabella di quattro colonne, un \multicolumn che occupa quattro colonne per poi farlo seguire da altre tre celle sulla stessa riga.Allora, consentimi, leggiti almeno il capitolo sulle tabelle de L’Arte di scrivere con LaTeX, liberamente scaricabile dal link indicato nella sezione Documentazione di questo sito. Se per caso non ti bastasse una sotto sezione di quella sezione del sito, destinata alla Guide GuIT tematiche, contiene la traduzione in italiano del manuale originario di LaTeX scritto dal creatore di LaTeX stesso, Il LaTeX Reference Manual commentato che, secondo me, rappresenta l’ABC di LaTeX e tutti dovrebbero averlo sottomano; i commenti si riferiscono ad esempi d’uso, ma anche a come usare nuovi pacchetti che estendono le funzionalità originarie di LaTeX; non copre tutti gli argomenti de L’Arte, ma secondo me è basilare.
Poi prendi l’abitudine di leggere sempre la documentazione di ogni pacchetto che usi; per esempio se usi booktabs leggi la sua documentazione aprendo un terminale o un finestra comandi o un prompt dei comandi, comunque si chiami con il tuo sistema operativo, scrivici dentro texdoc booktabs, premi il tasto invio e leggi la documentazione nella finestra che ti si apre. Lo stesso vale per qualunque altro pacchetto.
LaTeX, come dicono gli autori di L’Arte, non è Word, dove puoi procedere ad intuito, almeno per cose semplici; LaTeX non è un word processor, ma è un programma di composizione tipografica. Va studiato con pazienza e attenzione, e la documentazione è essenziale.
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