Risposte nei forum create
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Anche se dopo alcuni anni di letargo TeXnicCenter è stato aggiornato, resta sempre un prodotto di archeologia industriale; non per questo debbono essere gettati via gli oggetti di antiquariato.
Ma agganciare l’uscita di pdflatx (o di qualunque altro programma della collezione TeX) ad Adobe Reader 10 o 11 che sia non è conveniente, eprché non mi risulta che questo ottimo visulaizzatore di file PDF consenta la ricerca inversa; Piuttosto sulle macchine Windows si usi SumatraPDF, un altro ottimo visualizzatore di file PDF, che consente la ricerca inversa (click sul PDF, spostamento nel punto corrispondente del file sorgente).
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@skevin; hai eseguito un makeindex di troppo 🙁 ; usando imakeindex, ci pensa imakeindex a lanciare il programma makeindex; la sua funzione principale è proprio quella di creare l’indice analitico in modo sincrono, sollevando l’autore dall’eseguire la compilazione con makeindex.Solita domnda cattivella: hai letto la documentazione ma cominciando dal fondo; già nell’abstract si parla di questa funzionalità automatica 😉
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@skevin, sei una persona attenta, ma non consulti molto la documentazione… oppure non conosci i latino 😉Enrico ha nella firma dei suoi messaggi sul forum la frase Ceterum censeo differentiale operatorem non esse (pertanto ritengo che il differenziale non sia un operatore. Lui è un matematico e lo sa benissimo.
Per altro le norme ISO relative alla scrittura della matematica nei testi di scienze applicate impongono precise forme per i segni da usare e per il differenziale e prescritto il tondo. Tant’è che nella Guida GuIT nel capitolo Nuovi comandi, è spiegato come e qualmente si possa definire un comando per il segno di differenziale che abbia le spaziature giuste a destra e a sinistra.
Perciò la forma corsiva è per gli scritti di matematica (anche se non è vietata la forma tonda), mentre la forma tonda è prescritta in fisica, ingegneria, eccetera.
14 Ottobre 2013 alle 6:31 in risposta a: [Risolto] pgfcalendar, contatore ed err. dimension too large #89633::
Non c’è dubbio che usando la libreria floating point di pgf tu possa calcolare il valore che ti aspetti in un intervallo fra 0 e 1.A me sembra che si ammazzi una zanzara con un cannone; le indicazioni che ti avevo invitato a usare porterebbero ad un codice di questo genere ([tt]\strp@pt[/tt] è una macro interna di LaTeX che serve per eliminare l’indicazione `pt’ dal valore di una lunghezza in punti;[tt]\p@[/tt] è una dimensione interna di LaTeX che vale 1pt):`
\documentclass{article}
\usepackage{tikz}
\usepackage{pgfcalendar}
\newcount\datax % è il contatore che conserva il numero di giorni che intercorrono da \datamin
\newcount\datamin % è il contatore che conserva la data più piccola
\newcount\deltadata % è il contaotre che contiene la differenza delle date
\pgfcalendardatetojulian{1920-01-01}{\datamin} % scrive in \datax il numero di giorni da \datamin\newcommand\tfdata[1]{%
\pgfcalendardatetojulian{#1}{\datax}
\advance\datax -\datamin\relax
}
\newcommand\calcdeltadata[1]{%
\pgfcalendardatetojulian{#1}{\deltadata}
\advance\deltadata -\datamin\relax
}
\calcdeltadata{2013-12-01} % è la data più alta; mi aspetto un rapporto in un intervallo tra 0 e 1\makeatletter
\newcommand\rapportodate[2]{% calcolo del rapporto fra le differenze di 2 date giuliane
\strip@pt\dimexpr\p@*#1/#2\relax
}\makeatother
\begin{document}\tfdata{2010-12-01}
\begin{tikzpicture}
\draw (\rapportodate{\datax}{\deltadata},0) — (-90:1mm);
\end{tikzpicture}
\end{document}`ho aggiunto solo un contatore e due macro solo per scrivere più pulito; se ne potrebbe fare a meno ma il codice sarebbe più contorto e a distanza di tempo diventerebbe incomprensibile.
Con il valore di data di 2010-12-01 si ottiene un valore fratto di circa 0,9; con la data massima si ottiene 1. e non ci sono overflow di nessun genere né numerici né dimensionali.
L’operazione \dimexpr
/ è descritta col nome di “scaling” nel paragrafo Expressions del documento etex. Il tutto è calcolato nei registri interni del processore senza ricorrere a sviluppi di macro; ecco, quindi, lo schiaccia zanzare adatto; non il cannone delle “infinite” macro della libreria floaitng point di pgf. Per carità, anche quella libreria va benissimo, ma rallenta non poco i calcoli; ha senso quando si debbano calcolare funzioni trascendenti ma per un semplice rapporto sembra una cosa eccessiva.
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Una minipage che sia larga il giusto e cominci con \centering, del tipo:`\begin{flushright}\begin{minipage}{0.5\textwidth}\centering
L'insegnante\\ prof. Mauro Sacchetto\\[1.5\baselineskip]
\includegraphics[width=0.7\textwidth]{firma}
\end{minipage}\end{flushright}`Ho buttato giù questo codice ad occchio e non l’ho collaudato, ma serve solo per darti un’idea e per vedere dove puoi mettere le mani per migliorare il tutto o per ottenere un aspetto diverso.
13 Ottobre 2013 alle 16:47 in risposta a: [Risolto] pgfcalendar, contatore ed err. dimension too large #89631::
Be’ i contatori contengono numeri interi e le divisioni danno un quoziente intero. quindi se la differenza di giorni fra il 2013-12-01 e il 1920-01-01 è minore di 34303 il risultato della divisione datax/34303 vale 0, mentre se questa differenza è uguale o maggior dà epr risultato un numero inttero maggiore o uguale a 1. Dunqe non è così che si fanno i conti per avere un risultato fratto nell’intervallo 0–1.I contatori possono contenere un valore intero il cui valore assoluto non può superare 2^{31}-1 (cioè una parola di 32 bit con 31 bit che valgono 1; si tratta di un numero molto grande, un paio di miliardi, quindi è difficile che la differenza di giorni fra quelle due date sia così grande.
Se però \pgfcalendardatetojulian ti restituisce un numero fratto (inteso cune la misura di una lunghezza in punti, il suo valore assoluto massimo può arrivare a 16383,99999; perciò questo spiegherebbe perché hai una dimensione troppo grande. Quello che segue, la divisione per 34303 porta poi agli inconvenienti che ti ho detto. Ma il giorno giulianp è dato da un numero intero, generalmente molto grande, quindi questa ipotesi che sto facendo, è priva di fondamento. Ti mostra solo il modo di ragionare.
Leggi bene la documentazione di pgfcalendar; non la leggo io per te. Ti dico solo che è tutto spiegato nel §57 alla pagina 509 del manuale di PGF che puoi leggere, come al solito, dando in un terminale il comando texdoc pgfcalendar.
Se usi il pacchetto calc, forse riesci ad ottenere il valore fratto; se vuoi fare i conti con una versione moderna di pdflatex (che possa lavorare in modalità estesa, come puoi verificare all’inizio di un qualunque file .log che è stato generato dalla compilazione di qualunque documento), lo puoi fare; leggi con il comando texdoc etex la documentazione della modialità estesa, e in particolare leggi il paragrafo intitolato Expressions.
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Ehi, ragazzi, non è una questione importante, anche se può frastornare; in ciascuna versione basta consultare nell’indice analitico la voce secondaria filecontents sotto la voce principale ambiente e i due numeri che vi sono citati, qualunque essi siano, sono cliccabili e portano direttamente alla pagina giusta.In effetti sul mio PC ho una versione leggermente modificata che devo ancora caricare sul sito.
Tommaso la mia frase che citi ha lo stesso significato della spiegazione data da Ivan; serve per accludere file non standard, cioè che non si possono trovare in rete da nessuna parte, che sono necessari per compilare il documento senza errori di “File not found”; il file che pu`ø venire allegato può essere qualunque tipo di file: nel manuale si spiega che la versione asteriscata del documento lo allega senza aggiungervi commenti, utile quando si deve allegare in file .eps; quindi non serve solo per file strettamente legati alle estensioni .tex, .sty. e altre simili; può contenere anche un file .bib, che non viene elaborato da nessun programma di composizione del sistema TeX, ma viene elaborato da bibtex o da biber. L’importate è che il file allegato con filecontents sia un file puramente testuale al punto che ora mi viene il sospetto che non serva granché con un file codificato unicode o utf8 (sono due codifiche legate fra di loro, ma non sono identiche, come sai bene) perché contengono caratteri stranissimi se interpretati alla luce di qualunque codifica a 8 bit; non ho provato a allegare un file scritto in greco e codificato utf8; può darsi che funzioni, può darsi di no. Se funzionasse, allora sarebbe possibile trasmettere qualunque cosa scritta in linguaggio macchina con i pericoli che ne derivano (*); solo che questa mia preoccupazione in questo momento esula dal tema che hai iniziato.
Esempi: tutti quelli che hai visto sul forum per allegare, per esempio, esempi di bibliografie su cui testare i vari comandi gestibili da biblatex e dai vari pacchetti di opzioni che biblatex può gestire. Chi inviava l’esempio mandava un codice di file sorgente .tex, ma lo faceva precedere dall’ambiente filecontents contenente alcune voci bibliografiche di un esempio minimo compilabile .bib, che poi, per esempio ivan, analizzava senza fatica: copiava il contenuto del messaggio racchiuso fra code e /code (ho tolto le parentesi quadre, altrimenti mi vengono interpretai come comandi di questo forum), lo salvava in un nuovo file .tex, l’eseguiva con un qualche programma *latex, e il contenuto di filecontets veniva estratto, cosicché disponeva del file .bib, poteva trattarlo con bibtex o biber, e poi ricompilava con *latex un paio di volte e, infine, ne vedeva il risultato. Veramente l’uovo di Colombo.
Solo che una cosa del genere oggi serve quasi esclusivamente per applicazioni come il forum; perché con i mezzi oggi disponibili, eseguendo un lavoro in collaborazione con altri, si possono trasmettere per posta elettronica, e il marchingegno di filecontents non è è più cosi utile come una volta; poi esistono oggi altri metodi per scambiarsi file, come i sistemi di cartelle sul web, tipo dropbox e simili, che ne vanificano un po’ l’utilità. Sul forum sono invece molto utili.
Claudio
(*) I pericoli eventuali esistono specialmente per le macchine Windows, perché i file eseguibili sono tali perché contengono l’estensione exe; i file java e altri file di scripting, non so bene come siano distinti dai file non eseguibili, ma sicuramente non hanno dei bit specifici da impostare per la loro esecuzione (almeno così era quando usavo ancora macchine Windows). Con le macchine con sistemi operativi di tipo *NIX (Mac compreso) un file è eseguibile sono se è impostato un particolare bit di una stringa che specifica i modi d’uso del file e che, per quel che mi risulta, non è contenuta nel file stesso, ma in una specie di descrittore che accompagna il file una volta che esso è stato creato e impostato; tanto che puoi scriverti una qualunque procedura bash (intrpretabile dall’interpreta BASH, che quindi può venire eseguito da quell’inteprete) con la debita indicazione #! bash alll’inizio con qualunque editor ti piaccia, ma se non usi il comando di sistema chmod per impostare il bit di eseguibilità, il file non fa assolutamente niente, ma è solo leggibile. Siccome non sono un informatico non conosco i dettagli interni di questi bit di modi d’uso, ma ci sono per le macchine *NIX, mentre nelle macchine Windows ci sono solo tre bit lettura, scrittura, archiviazione. Questa nota, chiaramente off topic, serve solo per accennare in modo molto impreciso alla mia preoccupazione che con filecontents si possano trasmettere ad altri ignari utenti anche dei file in linguaggio macchina che funzionino da backdoor, da spyware, o più pericolosamente da virus. File scrupolosamente ASCII a 7 bit, come erano inizialmente tutti i file .tex, non presentavano nessun pericolo; con la possibilità di usare codifiche a 8, 16, 24, 32, 40 bit , il pericolo forse c’è.
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Nel capitolo “Come documentarsi” della Guida GuIT ci sono altri riferimenti.Per ora il libro di Bringhurst va benissimo; quello di Garfield è giusto un divertimento, perché non lo puoi considerare un libro sui font.
In italiano c’è poco o niente, se non testi per gli istituti professionali di Arti Grafiche e Tipografiche; credo che Paravia ne pubblichi più di uno.Solo che devi distinguere fra l’aspetto tecnico della tipografia e l’aspetto estetico, cioè il “book design”; come si manovri unamacchina per fotoincisione non crdo che ti interessi molto. Mentre il design è interessantissimo; Nella bibliografia che ti ho indicato ci sono anche gli estremi sul libro di Tufte, altro grande. Ma una volta che hai le parole chiave”bokk design” internet ti puo aiutare molto per qual che riguarda i testi sull’argomento.
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Non è un bug del comando paragraph; è un bug nel tuo modo di usare footnote.1) ricorda che “paragraph” tradotto in italiano vuol dire “capoverso” non paragrafo. È del tutto eccezionale che si usi quel comando per dare un titolo ad un capoverso; “subparagraph” potrebbe tradursi in “comma“`’, periodo”, enunciato”, “frase”, cioè una parte soltanto di un capoverso; dare titoli a frazioni di capoverso è una cosa eccezionale.
2) tuttavia se si usano dei titoli per queste frazioni minime di testo, il titolo viene messo in linea con il testo a cui si riferiscono; ovviamente il testo nel file sorgente potrebbe anche cominciare una riga dopo la riga che contiene il comando di sezionamento, ma se ci metti una foot note in mezzo (che non si sa bene a chi si riferisca, se al titolo o al testo, il meccanismo di eliminazione degli eventuali spazi e degli eventuali a-capo, non può funzionare.
3) Le note si appendono al testo direttamente, senza spazi o new-line di mezzo, altrimenti la nota potrebbe andare a finire nella pagina dopo all’inizio della prima riga della pagina dopo.Quindi il tuo esempio mette in luce un modo tipograficamente non corretto di usare le note; mostra come questo modo scorretto impedisce il corretto funzionamento dei comandi di sezionamento \paragraph e \subparagraph; e, perdonami il sospetto, mette in luce la tua confusione fra i falsi amici “paragraph” e “paragrafo”.
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Come ho detto diverse volte, una didascalia è formata di tre parti:
1) L’etichetta o titolino, generalmente formato dal nome dell’oggetto a cui la didascalia si riferisce, seguito dal numero, il tutto spesso composto in grassetto. Questo elemento è obbligatorio.
2) il titolo dell’oggetto a cui si riferisce la didascalia; questa parte è facoltativa, ma fortissimamente consigliata; sono rarissimi i casi in cui la si può omettere, per cui è da considerarsi praticamente obbligatoria.
3) la descrizione dell’oggetto; questa parte è facoltativa; spesso manca. ma è il posto dove si può dire di più sull’oggetto a cui la didascalia si riferisce ed è il posto dove mettere tutte le annotazioni del caso, senza usare il comando \footnote, ma scrivendo direttamente l’annotazione, magari fra parentesi se la si vuole mettere a livello di inciso parentetico.C’è chi termina la seconda parte con un punto fermo, anche se manca la terza parte; secondo me, trattandosi di un titolo, cioè di una frase senza verbo, il punto fermo ci vuole solo se c’è anche la terza. Però questa è una questione che non ho mai visto trattata a fondo in nessun libro di tipografia fra quelli che ho consultato; ovviamente non ho consultato tutti i testi sulla tipografia esistenti al mondo.
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@skevin; sta attento: l’unità di misura ex è l’altezza della `x’, non la larghezza. per le larghezze relative ai font si usa l’unità em che corrisponderebbe approssimativamente alla larghezza della `M’; in soldoni, non si va lontano se si conta 1em per ogni coppia di lettere minuscole, spazi compresi.
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Dando da terminal il comando texdoc tipa viene aperto il file tipaman-de.pdf, che purtroppo è la documentazione in tedesco, che io non conosco. Però per scrivere i miei ultimi articoli sulle lingue alpine ho usato i simboli/caratteri IPA e ricordo di avere letto la documentazione in inglese; ora sul calcolatore che sto usando non la ritrovo.Per XeLaTeX non sono sicuro ma mi pare che il pacchetto xunicode — la documentazione con texdoc xunicode è del tutto inutile, ma si può aprire il file [tt]/usr/local/texlive/2013/texmf-dist/tex/xelatex/xunicode/xunicode.sty[/tt] e lì esaminare direttamente i comandi. Ce ne sono moltissimi preceduti o allineati con commenti che contengono la sigla TIPA. Come ho detto la documentazione è virtualmente assente, ma xunicode dovrebbe portare su xelatex, da quel che ho capito, i comandi che si usano con pdflatex. A stretto rigore xunicode è già incorporato in xelatex, nel senso che quando lo si lancia viene caricato automaticamente; si può verificare in un qualsiasi file .log prodotto con una compilazione con xelatex.
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Dipende: se vuoi scrivere una formula che sia difficilmente spezzabile a fine riga, metti tutto fa dollari, sostituendo \emph con \textit; se vuoi restare direttamente in modo testuale o ci metti delle tildi in mezzo per evitare di andare a capo, oppure ti accontenti della spaziatura testuale. Io ci mettere le tildi oppure dei comandi \, che funzionano anche in modo testo.
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