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Se segui scrupolosamente le indicazioni contenute in texlive.pdf e in tlmgr.pdf a proposito di “generate”; scopri che non bisogna usare né generate né altre cose del genere; updmap-sys legge tutte le updmap.cfg e scarta da solo i doppioni. Quindi l’entry nella seconda mappa non dovrebbe nemmeno esserci. In ogni caso updmap-sys non si lamenta, ma avvisa solo che c’è un duplicato.Claudio
::Agliuto” post=83917Ho provato 4 editor, ognuno mi dava un problema diverso:
-Led, mi diceva che non trovava il compilatore. Ho provato a smanettare un po’ ma niente
-con Winedt ho avuto problemi con il dizionario di italiano.
-Ora sto usando Texstudio e Texworks ma mi dicono entrambi che manca il pacchetto toptesi. Ma io l’ho installato.Tutto ciò più di un mese fa.
Ora vorrei ricominciare da zero; per la vostra esperienza, con quale programma mi conviene cominciare?1) Led è un editor di categoria archeologica; è anche difficile da trovare in rete; qualcuno te l’ha indicato e quel qualcuno è di categoria archeologica anche lui.
2) WinEdt è uno dei migliori editor sul mercato; è shareware, quindi tocca tirare fuori una quarantina di dollari per acquistarlo dopo un mese di prova (sempre che dai miei tempi i 40$ non siano aumentati); Il suo problema con i dizionari non è l’installazione, ma la lettura della documentazione di WinEdt; senza leggere la documentazione è facile fare pasticci; la gestione dei dizionari è forse più complessa che per altri editor, ma consente di definirsi anche un serie di dizionari di tipo diverso che possono funzionare contemporaneamente. il problema del dizionario italiano ´che le parole tronche non sono accentate, quindi all’inizio le da tutte per sbagliate; Basta aggiungerle con un “point and click” al disionario User, e dopo pochissimo tempo le parole tronche che si usano più spesso diventano tutte valide visto che compaiono con l’accento nel dizionario User.
3) TeXstudio e TeXworks sono fra i migliori editor “LaTeX friendly” di tipo multipiattaforma esistenti in rete. Probabilmente TeXstudio piace di più perché ha un maggior numero di barre degli strumenti. Sta tranquillo che se toptesi fosse installato bene, LaTeX lo troverebbe; è LaTeX che usa i pacchetti, non TeXstudio o TeXworks o qualunque altro editor, fosse anche l’onnipotente Emacs.
4) Installare un pacchetto da usare con LaTeX va fatto in modo delicato e con molta attenzione; è per questo che:
a) conviene installare TeX Live che è una installazione completa;Naturalmente va aggiornata periodicamente;
b) se non vuoi rinunciare a MiKTeX devi configurarlo come si deve perché sia lui ad auto installarsi i pacchetti che tu vuoi usare; oppure installi a mano mediante l’apposito Wizard (il fatto che si chiami Wizard dovrebbe dirtela tutta: come sai wizard vuol dire mago, quindi l’installazione richiede alcune magie).
c) se volessi installare toptesi o qualunque altro pacchetto senza usare il Wizard, dopo averlo scaricato da CTAN, devi aprirne il file zip e leggere il file README (non usare BloccoNote (NotePad) perché non gestisce correttamente i byte di fine riga diversi da quelli che usa Windows; usa invece Wordpad); bisogna capire che cosa c’è scritto in un inglese decente ma non di un anglofono, ed eseguire passo passo quello che c’è scritto; bisogna avere molto metodo, conoscere molto bene il proprio PC, sapere come creare cartelle e alberi di cartelle, avere attenzione ad ogni minimo dettaglio, compreso quello di ricordare di eseguire l’aggiornamento del data base dei nomi dei file, perché senza questo aggiornamento LaTeX non riuscirà mai a trovare nessun nuovo pacchetto; bisogna disporre anche di una buona dose di masochismo, perché fare a mano quello che l’apposito Wizard sa fare meglio e con pochi click di mouse richiede appunto una buona dose di masochismo. Quel che è peggio, però, è che se l’installazione non è fatta a regola d’arte (come sa fare il Wizard) nessun programma di compilazione del sistema TeX (non l’editor, ma LaTeX, insomma) riuscirà mai a trovare né toptesi, né nessun altro pacchetto di post-installazione.Ricapitolando e per ricominciare da capo:
1) Disinstalla MiKTeX;
2) installa TeX Live come ti è stato suggerito in un altro post;
3) Configura TeXStudio e TeXworks perché sappiano dove trovare le radici degli alberi di cui hanno bisogno per compilare, vedere il risultato, creare indici analitici, confezionare la bibliografia, eccetera.Poi come interfaccia di lavoro usa quello dei due editor che preferisci; sono entrambi eccellenti; il primo lavora principalmente con molte barre degli strumenti e le loro icone; il secondo prevalentemente con menù a discesa; secondo me il secondo ha un visualizzatore sincrono di file PDF più versatile del primo èd è più facile eseguire la compilazione; ma è una questione di gusti, non c’è nessun motivo per preferire l’uno o l’altro e io li uso entrambi. Per il lavoro di tutti i giorni, visto che sono su un Mac, preferisco usare TeXShop, che però lavora solo sul Mac, e non lavora su Windows.
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Benvenuto nel forum.Direi che sei un po’ troppo stringato nel dire che hai provato diversi editor che contengano anche il compilatore, ma nonostante tutto anche se carichi toptesi, non te lo trova.
1) l’editor e il complatore sono due cose diverse e distinte che vanno installate separatamente
2) nessun editor contiene il compilatore
3) quali editor hai provato?
4) quale installazione del sistema TeX hai eseguito?
5) se hai installato MiKTeX, hia installato al versione di base o quella completa?
6) toptesi fa prte nromalmente do ogni installazione, forse non in quelle di base
7) per installare un pacchetto su una installazione INCOMPLETA bisogna usare l’apposito programma/wizard/manager realtivo alla particolare distribuzione del sistema TeX che hai installato.
Vedi quindi che se sei reticente, è difficile aiutarti.
Io non ho scritto l’Arte di scrivere con LaTeX;, ma la trovo una guida chiarissima per chi è abituato a leggere. Vale la pena di spenderci due giorni e poi partire con il lavoro, che non prendere un “bigino” di poche pagine che non ti permette di capire niente di come funziona LaTeX; il tempo che consumi leggendo l’Arte, lo guadagni dopo e non hai idea di quanto ne guadagni.
Ricorda LaTeX (e il sistema TeX in generale) non è Word!
Con Word puoi permetterti di aprirlo e cominciare subito a scrivere, ma Word è un word processor, LaTeX è un programma di composizione tipografica.
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I corpi ottici sono una manna del cielo; a parte i tuoi Jensen, i Latin Modern sembrano essere gli unici OpenType a disporne (non ho esaminato tutti quelli che ho sul mio Mac, ma non credo di andare lontano dicendo che sono unici); e il risultato si vede quando componi la matematica, perché nella stessa formula puoi avere i tre corpi, normale, pedici di primo livello e pedicie di secondo livello; se il font normale è in copro 10, quello dei pedici 1º l. è in corpo 7 e quelli dei pedici 2º l. è in corpo 5 oppure 6; specialmente questi ultimi, se non fossero ottici, non riusciresti nemmeno a leggerli. Sono disegnati con un occhio mediano (l’x-height) praticamente in proporzione al corpo, non proprio ma quasi, mentre la larghezza dei glifi e lo spessore delle aste non è in proporzione al corpo, al punto che se tu ingrandisci un font da 5pt di un fattore 2 e lo metti a confronto con il font normale in corpo 10pt, sembrano grandi uguali, ma il primo sembra un demi bold rispetto al secondo; se lo fai con font privi dei copri ottici, ciò non succede. Attento: puoi fare questo esperimento in modo testo, non in modo matematico perché per la matematica c’è un unico OpenType, Latin Modern Math, di un solo corpo; ma l’esperimento matematico lo puoi fare con pdfLaTeX e i font Latin Modern e vedere il risultato confrontandolo, per esempio con la stessa formula composta con i Times (per esempio con i font che si caricano col pacchetto newtxmath).I font OpenType commerciali non sono così ricchi di corpi ottici come i Latin Modern; di solito hanno 4 corpi ottici pensati per il testo, display, titoli, testo, didascalie, tanto per fare un esempio. Ciò nonostante io non avrei dubbi sull’installare i Jensen ottici anche se avesse solo 4 copri.
Nella Guida GuIT c’è un paragrafo nel capitolo dedicato ai caratteri dove si spiegano i corpi ottici. Nell’ultima versione della Guida è molto significativa la tabella 18.2 per il confronto di quel che succede con i font dotati di corpi ottici e quelli che non ne sono dotati. Il §18.3.1 spiega il tutto “in prosa”.
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In realtà ci sono vantaggi e svantaggi; modificando un file con TeXshop in alto appare la scritta “Edited”; se si preme, per esempio, Typeset, la compilazione avviene sul file editato, ma la storia delle modifiche è ancora nella memoria di TeXShop, si può sempre tornare in dietro con Undo typing, o Undo paste, o, insomma, con le azioni svolte in ordine inverso, perché, appunto, la lista di queste azioni è ancora in memoria, il salvataggio definitivo a permanente, senza più storia, si ha quando si chiude TeXShop.
A me c’è voluto un poco di tempo per abituarmi e a non reagire freneticamente nel vedere Edited sulla barra superiore della finestra di editing; mi ci è voluto un poco per afferrare il concetto che il file è stato davvero modificato ma che TeXshop, finché c’è quella scritta, può “smodificare” ogni modifica.
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Bè scalra il font alle minuscole del main font, o alle maiuscole; rendere il maiuscoletto con una variante del maiuscolo, e viceversa, colorare in automatioco le cose scritte con un determinato font; spazieggiare; legature di vario genere, swash solo per le maiuscole o anche per le minuscole, disabilitare le legature (sembra che in portoghese sia necessario disabilitare le legature della f; con i comandi di fontspec si può fare) spaziature differenti prima die segni di interpunzione o entro le virgolette (generalmente francesi) legate all’uso di una particolare lingua. E tante altre.Ma c’è tutto scritto nella documentazione di fontspec. Basta leggerla con il solito texdoc fontspec.
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[tt]\underline[/tt] …ma è una brutta abitudine degli elettromagnetisti che ricorrono ai vettori sottolineati per sopperire sulla lavagna alla mancanza di “font” da usare scrivendo a mano; sono le stesse perone che sootolineano due volte una matrice. Le norme ISO-UNI non propongono nemmeno la sottolineatura per vettori e matrici. Dicono invece che gli uni e gli altri, se non si vogliono usare frecce, si scrivono in corsivo minuscolo nero (i vettori) e in corsivo maiuscolo nero (le matrici).
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Il fatto che oggi non si conoscano le legature è appunto un fatto. Spesso non si conosce nemmeno il significato della parola, tranne che non si stia parlando di corde, nastri, arrosti da avvolgere e legare, e magari libri da (ri)legare.Oggi le legature formate dalla lettera f seguita da altre lettere con cui si può legare, f, l, i, non vengono più notate da nessuno; e se gliele fai vedere sono anche disposti a non vederle. Mi ricordo di aver spiegato le legature della f a un avvocato (persona istruita e avvezza a leggere); gliel ho fatte vedere in stampa e non è riuscito a riconoscerle come lettere legate..
Per a parte le legature della f, le altre legature storiche non sono da usare se non nei contesti giusti; non userei mai le legature storiche per un rapporto interno destinato ai membri di un dipartimento, o a un consiglio scolastico. ma le userei per dare un sapore di antico ad un testo storico, destinato a lettori molto colti. Allo stesso modo non userei mai la s lunga, lasciando la s corta solo per la s finale o il secondo elemento (slegato) di una doppia s. Si faceva così fin verso la fine del XVII secolo, poi è rimasta in qualche caso sporadico e le eccezioni non fanno la regola; ma se dovessi presentare uno scritto del ‘500 o del ‘600, forse userei anche la s lunga. Oggi la maggior parte dei lettori, anche colti, avrebbe difficoltà a leggere uno scritto contenente le legature storiche e con la s lunga.
Ci sono ben altre cose che si possono fare tramite xe(la)tex e i font OpenType.
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ctable consente di mettere delle note a delle tabelle; per usare il pacchetto ctable per annotare un’equazione bisogna arrampicarsi su per i vetri, ma probabilmente ci si riuscirebbe.Il punto è, invece, che ogni commento a un’equazione va fatto o nel testo subito prima o subito dopo, oppure in nota mettendo il comando \footnote appeso all’ultima parole prima dell’equazione oppure, a seocnda del testo che segue appeso ad una conveniente parola del testo che segue l’equazione.
I preferisco mettere \footnote prima dell’equazione, con il richiamo ad apice dell’ultima parola che precede l’equazione; perè cerco di evitare le note anche in questo modo. Trovo preferibile descrivere o commentare l’equazione direttamante nel testo che segue l’equazione.
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Be’ il panegirico a favore di emacs non sarebbe completo se non si aggiungesse che emacs potrebbe anche preparati il caffé; non sto scherzando; è solo una questione di hardware; è che in giro non ci sono molte macchine espresso da asservire ad un calcolatore, ma se ce ne fosse almeno una, emacs sarebbe in grado di inviare i necessari comandi per ordinarne l’accensione e lo spegnimento quando, avendo esaurito l’acqua del serbatoio, la temperatura della caldaia salisse oltre i 100°.Per quanto riguarda Eclipe e TeXclipse, io sono fra quelli che l’hanno installato provato e rimosso nel giro di 5 minuti. Non mi piace una cosa che fa troppe cose e Eclipse in realtà è un ambiente di sviluppo per progetti di programmazione che possono riferirsi a “qualunque” linguaggio.
Anche emacs può essere considerato un ambiente di sviluppo, e questo è un alto motivo per il quale non mi piace.Questione di gusti personali.
Per altro quando @robitex afferma che solo emacs può aprire diverse sotto cartelle che mostrano varie parti dello stesso file, ha ragione e torto nello stesso tempo; ha ragione perché è vero; ha torto perché non è il solo editor capace di farlo, se poi le finestre sono solo due, pazienza, ma per me due sono più che sufficienti; fra gli altri csi sono, oltre a quello citato da @robitex, almeno anche WinEdt e TeXShop e chissà quanti altri.
Le scorciatoie ci sono anche in altri editor.
Il sottostante linguaggio potrà essere inaccessibile, per esempio con WinEdt) ma potrà anche essere accessibile tramite appositi script tutti scritti in linguaggi più o meno diffusi tra che programma; un esempio, tanto per citarne uno, è dato dallo script usato per inserire le righe magiche in TeXworks.
Insomma; tutti gli editor si assomigliano un po’ differiscono molto sotto l’aspetto grafico, che però è solo funo negli occhi, non è sostanza, e nella moltitudine più o meno ampia di cose che possono fare. Certamente emacs ne ha tantissime, ma nessuno in vita sua riesce mai a usare tutte le funzionalità anche dell’editor più semplice.
Qundi non esiste l’editor migliore; esiste l’editor che piace di più e ognuno ha il suo. 😉
::1) Forse non ho capito, ma per eliminare il rientro (del primo capoverso) non è sufficiente
\usepackage{polyglossia}
\setmainlanguage[babelshorthands=true]{italian}
\PolyglossiaSetup{italian}{indentfirst=false}2) A proposito del pacchetto xparse, non ho idea del suo effettivo utilizzo.
Dipende certo dai miei limiti, ma la sua guida mi sembra del tutto inintelligibile3) Infine: allora vale pur tuttavia la pena di caricare microtype quando su compila con Xelatex?
Senza opzioni e fa quel che riesce a fare?1) Probabilmente sì, ma quando dovevo fare quella cosa non l’avevo capito.
2) xparse, in effetti non sarebbe servito, mi ha scappato il dito sulla tastiera; volevo dire xpatch, che estende i già notevoli comandi di etoolbox con altri comandi che sfruttano il linguaggio expl3 e possono fate modifiche particolarmente elaborate ad un comando già definito.
Mi spiace che il capitolo microtype della Guida GuIT non sia intelligibile; ogni suggerimento ed ogni critica sono le benvenute.3) Vale sempre la pena di caricare microtype; inoltre viene spesso sottolineato che i comandi per la spazieggiautra (tracking nel manuale in inglese) non funzionano con xelatex; è filosoficamente vero, ma praticamente falso: xelatex, quando lavora con i font OpenType, provvede alla spazieggiatura con i suoi propri comandi, in particolare con \addfontfeatures con le dovute impostazioni, e dato all’interno del gruppo dove si vuole che agisca. Io uso sempre microtype con xelatex e spazieggio quando e quanto voglio ciò che mi serve.
Il fatto chexelatex non possa eseguire l’espansione e la contrazione dei font per svolgere il secondo grande compito di microtype dipende dal fatto che in realtà la sua uscita è un formato DVI modificato che trasforma in pdf mediante una versione di dvipdfm modificata; se il file dvi non può contenere le informazioni che riguardano l’espanzione/contrazione dei font, dvipdfm non ce la può mettere di suo; è lo stesso motivo per il quale microtype funziona solo con la protrusione con latex, mentre accetta l’espanzione/contrazione con pdflatex; non esiste ancora un pdfxelatex, insomma.:sad:
::Ivan, nel testo Saper Comunicare (trovi il link nella sezione documentazione) se ricordo bene sta scritto che il dipartimento non va nel frontespizio. Potrei sbagliarmi e poi quel testo è riferito a documenti tecnico-scientifici, ma non si sa mai. Magari qualche esperto (Claudio Beccari è tra gli autori di Saper Comunicare) ti saprà dire qualcosa in più.
Per TOPtesi il nome della facoltà non è più obbligatorio e il file di documentazione toptesi-doc-xetex.pdf spiega come comportarsi.
Per Saper Comunicare bisogna che mi attivi, perché se aspetto che sia il Poli ad informarmi dei cambiamenti avvenuti, sto fresco! Ma appena è fatto, la nuova versione sarà caricata anche nel nostro sito al posto di quella attuale.
Mi spiace molto che La Segreteria Studenti non abbia un capello in testa che si ricordi che esiste questo file; non mi stupirei che visto che sono in pensione, il solito solone non abbia deciso che è obsoleto e quindi l’ha tolto dal sito del poli e non sia più disponibile nemmeno per gli studenti di quella università.
Orlando, grazie per aver citato Saper Comunicare, perché io stesso, non informato se al Poli interessi ancora un libretto aggiornato, non ci ho pensato.
Claudio
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Cerca nell’Arte di scrivere con LaTeX; c’è un paragrafo apposta per spiegare come si usano \input oppure \include.In quella guida si dice anche come usare inputenc e che opzioni bisogna passare a questo pacchetto; tienei presente che il modo di funzionare dell’editor e il modo di funzionare di pdfLaTeX (o di qualunque altro programma di tipocomposizione del sistema TeX) non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro; quindi se il tuo editor è impostato per salvare il file codificato in UNICODE (opzione utf8) come viene semrpe raccomandato, bisogna anche specificare l’opzione utf8 a inputenc; se l’editor è impostato per salvare i file con la codifica ISO Latin 1 (o ISO 8859-1) devi spcificare l’opzione latin1, e via di questo passo. Se specifichi un’opzione divera dal modo di operare dell’editor ti succede che gli accenti non appaiono. oppure che ti appaiano caratteri strani e bizzarri.
::Un’ultima curiosità: l’opzione frenchspacing è attivata di default in xelatex
adottando la lingua italiana? Oppure – ipotizzo – caricando un formato come A4,
usato in Europa dove non si usa la spaziatura variabile come negli Sati Uniti?Le prime righe del file gloss-italian.ldf, quello che gestisce l’italaino quando si usa polyglossia dicono:
`% !TEX encoding = UTF-8 Unicode
\ProvidesFile{gloss-italian.ldf}[polyglossia: module for italian]
\PolyglossiaSetup{italian}{
hyphennames={italian},
hyphenmins={2,2},
frenchspacing=true,
indentfirst=true,
fontsetup=true,
}`
Come vedi la spaziatura alla francese à preimpostata così come il rientro del primo capoverso dopi i titoli di capitoli, paragrafi eccetera.Ho sudato sette camicie per ripristinare la mancanza del rientro senza modificare il file gloss-italian.ldf, perché a me non piace il rientro del primo capoverso che non è preceduto da altri capoversi. Per altro non c’è nessuna regola tipografico che lo imponga o lo vieti, quindi ognuno è libero di fare come meglio crede. Ovviamente la mia sudata avvenne prima che fosse disponibile il pacchetto xparse.
Voglio ancora fare qualche prova con l’ultimo esempio che hai allegato; infatti ho notato che microtype è commentato per la composizione con XeLaTeX; è vero che microtype funziona a rilento con xelatex, ma qualcosa fa, per esempio la protrusione fuori dai margini; anche se sembra poco, qualcosa fa. In particolare fa sì che xelatex usi la protrusione come farebbe latex quando produce un file dvi, o quando si inibisce l’espansione con pdflatex, lasciando in azione solo la protrusione; Nella Guida GuIT (sempre lei) nel capitolo dedicato a Microtype, alla fine ci sono tre esempi con lo stesso testo composto con microtype e attive sia la protrusione sia l’espansione dei caratteri, senza microtype e con microtupe e con la sola protrusione attiva. La prima versione risulta scritta con una riga in meno delle altre due, ma le altre due sono diverse in modo decisamente visibile, accentuato dalla composizione a due colonne, quindi con giustezze relativamente piccole; senza microtype si hanno 14 cesure e con la sola protrusione si hanno 11 cesure; come microtype a pieno regime si hanno solo 7 cesure.
Il file gloss-italian.ldf si trova in texlive/2012/texmf-dist/tex/xelatex/polyglossia/ Vale la pena esaminarlo per vedere come è stata realizzata le opzione booleana babelshorthands, introdotta da Enrico Gregorio.
Ciao
Claudio
3 Aprile 2013 alle 16:21 in risposta a: Qual è il simbolo più adatto per indicare il margine di fase #84446::
Secondo le norme ISO ogni grandezza è indicata con una sola letterea e con uno o più pedici.Detto questo, visto che non conosco nessun simbolo universamente accettato o indicato dalle norme, non ti resta che scrivere una sola lettera greca con un pdice, in tondo fatto per esempio con le iniziali mp, senza i punti. Ma è solo un vago suggerimento; il resto è controllare su un gran numero di testi di controlli automatici e di elettronica applicata per scoprire se c’è una consuetudine generalizzata e se non scopri una consuetudine stabilizzata, esercita la fantasia.
Ah, dimenticavo: puoi far precedere il simbolo dell’angolo per esempio da una \Delta; in fondo si tratta di una differenza di angoli.
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