Risposte nei forum create
-
AutoreRisposte
-
::
Come hai certamente visto nella documentazione di beamer nella pagina 77 al §8.3, le dimensioni del foglio virtuale di default sono 128 mm per 96 mm.Però se scegli il rapporto 16:9, con l’opzione [tt]aspectratio=169[/tt], le dimensioni del foglio virtuale cambiano in 160 mm per 90 mm. è quindi vero che le proporzioni sono quelle giuste, ma è anche vero che l’altezza della carta diminuisce; non vengono invece adattati gli spazi verticali, anche perché i font sono sempre gli stessi. puoi provare, secondo me l’opzione [tt]aspectratio=1610[/tt] dovrebbe andare meglio, anche se non è esattamente 16:9.
Detto questo, sei sicuro che il proiettore con cui proietterai al tua presentazione sia conforme con il rapporto 16:9? So che esistono proiettori in cui è possibile impostare il rapporto di forma, ma alla seduta di laurea io non ci farei affidamento. 🙁
::
Sono perfettamente d’accordo con te. È una lacuna grossa, specialmente quando si pendi che amsmath offre degli ambienti di incolonnamento di cui non ho idea a che cosa possano servire; naturalmente, non essendo un matematico, non ho abbastanza esperienza per trovar loro delle applicazioni. Ma “sistema” proprio manca.
25 anni fa è stato il mio primo grosso intervento per creare un ambiente basato su una forma corretta di eqnalign per avere quello che oggi si potrebbe ottenere con \equation + subequations. Ma 25 anni fa l’AMS non aveva ancora prodotto amsmath.
::
Visto che sono incolonnate, usi l’ambeinte equation dentro al quale metti le tua formule annidate dentro un ambiente aligned;`\begin{equation}
\begin{aligned}
\frac{x_i^0 -x_k^0}{L_m} &= \frac{l_{mx}}{l_m} \\
… \\
…
\end{aligned}\label{eq:lemieequazioniincolonnate}
\end{equation}`
Il numero/tag viene comunque centrato rispetto all’incolonnamento qualunque si il numero di espressioni.
::Ho parlato oggi con l’assistente e sono obbligato a procedere come descritto. È quindi possibile aumentare il numero di cifre significative prese in conto da pgplots (in maniera semplice e rapida)? Se si mi spieghereste cortesemente come fare nel dettaglio o dove trovare istruzioni dettagliate?
Io non capisco che cosa ti abbia detto l’assistente e che senso abbia aumentare il numero delle cifre; Nota che quando ero giovane mi sono imparato l’assembly language dell’IBM 370 apposta per fare calcoli molto mal condizionato usando la quadrupla precisione, pressappoco 112 cifre binarie di mantissa equivalenti a circa 34 cifre decimali significative. Ho imparato a mie spese a combattere il mal condizionamento di certi algoritmi.
Ma una cosa è certa: se deve venirti un risultato molto prossimo a -1 e ottieni valori che se ne scostano di quantità dell’ordine del 10^{-9}, che significato ha aumentare il numero delle cifre? forse a fare calcoli dove gli arrotondamenti e i troncamenti si manifestano più lontano dal segno del separatore decimale, ma le differenze difficilmente potranno diventare più piccole di quelle che hai già. Ma se anche fosse vero, vuol dire che tracciare nel diagramma una serie di punti molto vicini a -1, vuol dire tracciare una linea perfettamente orizzontale, e non riusciresti a vedere gli scostamenti nemmeno se la tela del disegno fosse di un chilometro quadrato. In ogni caso devi tracciare il diagramma delle differenze scalato che ti è già stato suggerito; se l’assistente si riferisce a questo punto, potrebbe avere ragione, altrimenti anche lui dimostrerebbe di avere le idee poco chiare sul calcolo numerico e sul disegno grafico.
Ti raccomando ancora di non prendere lucciole per lanterne. Io posso non aver capito (e non ho capito che cosa ti abbia detto effettivamente l’assistente) ma attento al rumore algoritmico. Ricordati che la teoria matematica del caos deterministico è nata proprio dall’analisi di problemi mal condizionati; gli attrattori strani, i cicli non periodici per sistemi teoricamente armonici, l’effetto Johanson nelle giunzioni a temperature criogeniche da superconduttività, le scale del diavolo che si manifestano in fenomeni che uno non supporrebbe mai discontinui, visto che non si tratta di fenomeni subatomici, eccetera, sono argomenti interessantissimi e difficilissimi da analizzare, ma sono anche risultati di algoritmi mal condizionati; quelli per i quali il battito delle ali di una farfalla in Brasile può essere la causa sei mesi dopo di un uragano in Cina.
::
Claudio, a parte i marcatori di TikZ, è visibile ad occhio nudo la differenza fra i due esempi: nel caso di cases le espressioni sono maggiormente spaziate verticalmente, ma per quel che si può osservare, le graffe sporgono sopra la prima espressione e sotto la seconda espressione esattamente della stessa quantità. La differenza sostanziale è che cases è composto con con la specifica [tt]\def\arraystretch{1.2}[/tt] (riga 873 del file amsmath.sty) mentre array (quello che costituisce l’anima dell’ambiente sistema) è composto con il valore predefinito di \arraystretch, cioè con il valore unitario.Se sia migliore l’uno o l’altro e se questa differenza sia il motivo che spinse Lorenzo a sconsigliare l’uso di cases per comporre un sistema, non saprei dirlo. Io ci vedo dei motivi pro e dei motivi contro, ma si tratta di pignolerie del terz’ordine, sulle quali non vale la pena spenderci un minuto; sempre secondo me, ovviamente.
Ma hai fatto molto bene a presentare i due casi allineati, perché così si vede bene la differenza che prima non avevo mai notato. Grazie.
::lorenzo.pantieri” post=79662
ARTELATEX:
Per i sistemi di equazioni è conveniente definire un apportuno ambiente nel preambolo:
\newenvironment{sistema}%
{\left\lbrace\begin{array}{@{}l@{}}}%
{\end{array}\right.}Non uso cases perché su artelatex dice così, mi sono semplicemente rifatta al manuale…
Il motivo per cui non consigliamo cases per i sistemi è essenzialmente perché l’ambiente è progettato per altro, come dice il nome. Ma ora che mi ci fai pensare, usare cases è la cosa più spiccia.
Sai, Lorenzo, questo dettaglio di sconsigliare cases e di usare l’accrocchio con array mi era sfuggito; è vero che il risultato finale è sostanzialmente lo stesso, ma questo suggerimento dato ai lettori dell’Arte stride fortemente con la tua “scelta” di non usare accrocchi, tipo l’uso di scatole, di minipage, e simili. L’ambiente cases fa di più di array, perché consente di scrivere qualcosa nella seconda colonna, ma lo si può benissimo usare per un sistema essendo sufficiente non scrivere nulla nella seconda colonna. Il pacchetto amsmath fa tutto da solo e bene, nel senso che mette la graffa di sinistra alla distanza giusta, senza bisogno di ricorrere alle @-espressioni ai due estremi della riga modello dell’array. L’ambiente cases ha il vantaggio di non richiedere all’utente di definirsi l’ambiente sistema; non è una cosa difficile, ma se si può evitare, l’operazione rientra perfettamente nel tuo approccio dell’Arte: niente trucchi e niente accrocchi, ma pacchetti che fanno quello che desidera e di solito lo fanno molto bene.
Personalmente ritengo che usare l’ambiente sistema o l’ambiente cases possa essere accettabile per un sistema di due o tre righe al massimo; altrimenti l’oggetto diventa troppo grande; in genere io preferisco subequations, senza graffa a sinistra e con le equazioni numerate, con la possibilità di spezzare il sistema a fondo pagina nel caso che, per metterlo in un’unica pagina, LaTeX lasci la pagina precedente malamente spaziata oppure mozza. Ma questa è una questione di gusti, ovviamente, che va risolta caso per caso.
::@OldClaudio: forse questo problema merita un cenno sull’Arte: lì si parla solo di font sgranati, ma non di altri elementi. Lorenzo, che pensi? Un breve cenno? Dove? Qualcuno se la sente di riassumere la cosa?
È molto difficile spiegare la cosa in 10 o 20 righe; ci ho provato in una risposta su questo filone, ma la spiegazione o non è stata capita o è stata presa per traverso.
Il problema è estremamente tecnico; quando TeX è nato, e Knuth l’ha fatto nascere per poter scrivere i suoi libri di matematica numerica e informatica, non esisteva PostScript, non esisteva il Portable Document Format, e non esistevano tante belle cose che esistono oggi. L’idea dei delimitatori espandibili era forse l’unica che egli poteva realizzare a suo tempo.
Per questi delimitatori egli ha sviluppato tutta una serie di parametri del font che non hanno riscontro nei font testuali. ammontano a più di una ventina e servono, sostanzialmente per scegliere per i formati più piccoli fra due o tre glifi già disegnati interi, e poi per dire al programma di composizione, quando deve “disegnare” i delimitatori nei formati più grandi, dove trovare le parti componenti per giustapporre tante stanghette verticali insieme alle parti terminali e intermedie (vedi la figura 11.9 nella Guida GuIT). L’algoritmo è fatto piuttosto bene, ma quando due stanghette sono adiacenti/giustapposte, ma non sovrapposte (dipende da quante ne occorrono per formare il delimitatore di una data altezza), allora il programma di visualizzazione può interferire con una visualizzazione “corretta”; infatti quasi tutti i visualizzatori contengono un algoritmo di sfumatura dei contorni dei singoli glifi al fine di non mostrare o, almeno, di ridurre l’effetto di digitalizzazione dei contorni, che altrimenti apparirebbero seghettate. Era il problema di Adobe Reader fino alla versione 6 o 7; introdotta la sfumatura dei contorni il problema della seghettatura è svanito. Però ne è nato un altro, che è quello di visualizzare un piccolissimo gap, più grigio che bianco, quando due glifi sono giustapposti invece che sovrapposti. È questo è quello che succede a schermo con i grandi delimitatori a seconda di dove capiti nella matrice di pixel dello schermo la linea di accostamento dei due glifi. Ingrandendo l’immagine, l’effetto scompare. Quando il gap si vede è interessante far scorrere l’immagine in alto e in basso tendo d’occhio il gap; si noterà che a secondo di dove si sposta l’immagine il gap diventa più o meno visibile o può scomparire del tutto; dipende da dove quel gap cade in relazione alla “pixellatura” dell’immagine a schermo.
Nelle stampanti che hanno una densità di pixel al pollice come minimo tre volte superiore a quella degli schermi, la necessità del filtro sfumatore non c’è, quindi i glifi giustapposti appaiono come un glifo unico.
::
Le virgolette non si mettono con i dippi apici diritti, ma con [tt]“[/tt] in apertura e con [tt]”[/tt] in chiusura; oppure se usi la codifica utf8 e con la tua tastiera riesci a inserire i segni che non stanno nella pagina ASCII (quella che contiene i doppi apici diritti, per intenderci), allora usa correttamente le virgolette aperte e le virgolette chiuse.In aggiunta a tutto ciò, suppongo che tu scrivendo in italiano e tu faccia uso di babel con l’opzione italian. È una cosa abbastanza risaputa che i doppi apici diritti in tutte le lingue tranne l’inglese e le sue varietà, è un carattere attivo; lo è anche in italiano. Un carattere attivo è un carattere che si comporta come una macro, quindi, in sostanza, è equivalente a un comando; In italiano questo comando svolge diversi ruoli, il più semplice dei quali serve per inserire una cesura al congiungimento dei monconi di una parola composta affinché la divisione in sillabe tenga conto dell’etimologia (che sa il compositore, non LaTeX — è il compositore che inserisce i doppi apici); per cui macroistruzione e macro”istruzione vengono divisi in sillabe in maniera diversa ma-croi-stru-zio-ne il primo e ma-cro-istru-zio-ne il secondo (evitando sillabe di una sola lettera). Se vuoi saperne di più, apri il terminale, scrivici dentro texdoc italian, premi il tasto invio e leggi il file che ti si apre.
Incidentalmente: in tipografia non si usa mai la sottolineatura; non si esegue mai una doppia evidenziazione, per esempio virgolette e corsivo, oppure corsivo e nero, oppure virgolette e nero, oppure, peggio ancora, virgolette e sottolineato, virgolette e corsivo nero, eccetera. O le virgolette, o il corsivo, mai il sottolineato, passi, ma con moltissima moderazione il corsivo nero, e solo in una grammatica o in manuale scolastico. Questo è quello che ho trovato scritto in molti testi di tipografia, i quali, però, dicono anche che le regule si possono violare purché lo si faccia a ragion veduta e sapendo che si sta violando una regola.
Naturalmente per fare delle prove, è sempre lecito fare qualunque cosa, altrimenti che prove sarebbero?
::
Se usi i comandi asteriscati non vi appaiono. tanto per intenderci \section*{…} e compagnia. Non vengono nenno numerate.Se le vuoi numerate, allora devi usare un approccio completamente diverso, nel senso che prima di cominciare la prima appendice devi mettere la specifica [tt]\setcounter{tocdepth}{0}[/tt] e nell’indice, da quel momento in poi vanno soli i titoli dei comandi di sezionamento a livello di \chapter.
::comunque non capisco proprio perché ti ostini ad avere questo tono da saccente,
Tutti sbagliano; certo; anch’io sbaglio, più spesso di quanto immagini. Ma riguardando le mie risposte al tuo problema non ho trovato nulla di saccente. Ho cercato semplicemente di capire il tuo problema e di spiegartelo. Non ci sono riuscito, anche perché non sono riuscito a replicare il difetto che tu lamenti anche sulla versione stampata. Pazienza.
::
Ho preso il file che avevi accluso con il tuo primo messaggio, ho aggiunto poche righe di codice per usare il tuo ambiente sistema (perché non usi cases di amsmath — che carichi due volte– non l’ho proprio capito), lho compilato, a schermo si vedono i gap; non si vedono più ingrandendo l’immagine; ho stampato la pagina che contien il sistema; l’ho controllata con la lente di ingrandimento; i gap non si vedono.
::
Alessandra, come ti ho detto LEd è un rudere di archeologia informatica il cui visualizzatore interno visualizza solo il formato DVI (almeno così era quando l’avevo usato con soddisfazione sul mio vecchio portatile Windows, che non uso più da almeno 6 anni).
Se ti piace un editor pieno di barre, di icone, di menù, piuttosto scaricati l’editore TeXstudio (multipiattaforma — funziona anche si Vista e Seven); è sostanzialmente la versione moderna di LEd, ma con tante funzioni in più.Se gli spazietti bianchi ti restano anche stampando, ho il sospetto che dipenda dalla trasformazione DVI -> PS, o anche solamente dal driver di stampa di Yap. Se mi consenti l’aggettivo, si tratta tutta di roba archeologia.
Prova a compilare con pdfLaTeX direttamente (ci riesci anche con LEd) e prova a inviare direttamente il file PDF ottenuto alla stampante; se anche questa non è archeologica, dovrebbe saper distinguere il formato PDF e stamparlo senza ulteriori interventi; altrimenti aprilo con Adobe Reader, con SumatraPDF, con quello che hai per vedere i file PDF e clicca il loro pulsante di stampa.
-
AutoreRisposte