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Innanzi tutto l’ambiente figure in beamer non serve a niente, visto che le figure in una presentazione non devono essere flottanti. \icludegraphics sia in beamer sia con qualunque altra classe non ha bisogno di apparire dentro un ambiente figure, ma può comparire dove si vuole. l’ambiente figure serve solo pr rendere mobili gli oggetti e par mettergli sottoo sopra una didascalia che comincia con la parola “Figura”.Poi ci sono diversi metodi per fare apparire cose in successione lasciando le altre al loro posto; leggi il manuale di beamer andando a cercare per primo il comando \onlyslide e vedrai che lì vi si parla di diverse, dagli argomenti fra parentesi acute per specificare in quali slide dello stesso frame certe cose devono apparire, ai comandi \item, al comando \onlyslide, eccetera. In pratica \pause è un comando conservato per retrocompatibilità, ma diventato ormai obsoleto.
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Il comando \part è definito nelle varie classi; nella classe book è defintio così:
`
\newcommand\part{%
\if@openright
\cleardoublepage
\else
\clearpage
\fi
\thispagestyle{plain}%
\if@twocolumn
\onecolumn
\@tempswatrue
\else
\@tempswafalse
\fi
\null\vfil
\secdef\@part\@spart}
`Vedi che lo stile della pagina plain, che ha apputno solo il numero della pagina al piede, è “cablato” dentro il comando \part. Come cambiarlo?
A parte i pacchetti specifici come titlesec per modificare il modo di comporre le pagine di titolo dei vari comandi di sezioanmento, essitono altre scorciatoie:
1) ridefinire il comando \part con \renewcommand (e dopo aver specificato \makeatletter) usando lo stesso codice, ma sostituendo plain con empty;
2) rendere temporaneamente lo stile della pagina plain temporaneamente equivalente a empty con una cosa del tipo:
`
\begingroup
\makeatletter
\let\ps@plain= \ps@empty
\part*{Il linguaggio è un sistema complesso adattativo}
\newpage
\endgroup
`3) non usare \part a quel punto, ma dopo la front matter. all’inizio della main matter, dove il numero ci sta bene;
4) non usare part.
A parte la soluzione 4, che evidentemente è indicata solo per confronto, io preferirei la soluzione 3. Perché? Perché, specialmente se usi i collegamanti ipertestuali e usassi le soluzioni 1 o 2, avresti due pagine logiche numerate 1, anche se fra le pagine fisiche solo una è numerata con quel numero splicitamante messa al piede, e quindi il pacchetto hyperref non saprebbe come eseguire il collegamento ipertestuale ella pagina giusta.
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Concordo con te; il mio è solo un ennesimo tentativo di convincere a scrivere anche in modo che il “layman” si abitui a usare e a scrivere le unità di misura corrette;Alla FIAT che usano ancora i CV e su molti tachimetri scrivano ancora Km/h, mi hanno risposto che i CV sono commercialmente più validi perché la misura della potenza è espressa con un numero maggiore; che il K invece del k è voluto per sottolineare con una lettera maiuscola quello che indica il tachimetro (solitamente starato per indicare almeno 5 km/h in più del reale).
Dire al fruttivendolo che il prezzo di esprime in €/kg e non €/Kg vuol dire farsi guardare come un rompiballe che parla a vanvera.
Dire che le distanze stradali devono venire espresse con il numero giusto di cifre significative, vuol dire parlare al muro.
Spiegare che i nomi delle unità di misura si scrivono con l’iniziale minuscola anche se il loro nome deriva da quello di uno scienziato (per esempio kelvin e non Kelvin 😛 ) riuscivo ad ottenerlo solo dai miei allievi a cui toglievo punti nella valutazione degli scritti d’esame se non lo facevano.
Spiegare che gli herz hanno il simbolo Hz anque quando si parla dei clock dei PC o che le capacità delle memorie o le velocità di trasmissione si indicano usando i kibi, mibi, gibi, tebi, eccetera e non i kilo, mega, giga, tera, vuol dire farsi commiserare dai colleghi professori nel corso di laurea di ingegneria informatica.
Dire ai colleghi civili ed edili degli omonimi corsi di laurea che le misure lineari, di superficie e di volume si indicano con m, m2 e m3 e non in ml., mq. e mc. vuol dire sentirsi rispondere che i capimastri in cantiere non capirebbero quello che c’è scritto nei disegni.
Ma questo continuerà a succedere se chi sa continua ad livellarsi in basso invece di educare al livello superiore.
E qui, dopo questo lungo sproloquio, rientra la tipografia LaTeXiana di cui ci occupiamo in questo forum, dove bisogna sempre richiamare molti, non tutti, alla corretta ortografia metrologica, altrimenti non si producono bei testi se tipograficamente sono belli, ma semanticamente sono brutti 😉
::Marcello” post=71440OldClaudio, grazie mille per i consigli!
Anch’io spesso ho visto evidenziare i nomi in maiuscoletto, ma in quei casi si trattava sempre di testi scritti in Latex! Quindi forse è una consuetudine di chi scrive in Latex, o forse un “abuso” dal momento che scrivere in maiuscoletto in Latex è facile e bello da un certo punto di vista?
Ad esempio sugli articoli scientifici non ho mai visto evidenziare i nomi citati in bibliografia in maiuscoletto; e diverse volte sono evidenziati in blu (ad es. gli articoli della Boundary-Layer Metereol.)
Per le regole della tipografia francese (pubblicate dall’Imprimerie Nationale) il maiuscoletto è obbligatorio per comporre i nomi, o anche solo i cognomi degli autori, ma è obbligatorio; Bringhurst lo da come una cosa opportuna, ma non obbligatoria.
Con LaTeX è facile farlo, e molti stili bibliografici lo fanno di default, ma il maiuscoletto non è obbligatorio; anch’io nelle riviste scientifiche del mio settore non ho mai visto usare il maiuscoletto, ma spesso è per una riduzione degli spazi, non perché sia vietato usare il maiuscoletto in lavori delle scienze applicate e della tecnologia; piuttosto le norme ISO per i riferimenti bibliografici non lo prescrivono e non prescrivono mai nessun particolare font per le varie parti dei riferimenti; suggeriscono di usare font diversi epr le varie parti, ma non quali font usare; suggeriscono anche di evidenziare il titolo di un articolo pubblicato in una rivista o negli atti di un congresso, in modo diverso da come viene stampato il titolo delle rivista o degli atti, ma non dicono come (solitamente il titolo dell’articolo è fra virgolette e il titolo della rivista è in corsivo, ma non è prescritto di usare questi due tipi di evidenziazione, è solo prescritto che siano diversi).
Invece non ho mai visto i nomi evidenziati col colore; se nella rivista che citi i nomi sono evidenziati in blu, va bene, vuol dire che c’è qualcuno che lo fa.
Come ho detto, a stampa il colore richiede la multicromia (di solito quadricromia), quindi costi fissi di impostazione della stampa che possono risultare quadruplicati rispetto alla stampa monocromatica.
Nei documenti elettronici il colore blu e altri colori vengono usati per indicare che quella parola è un’ancora per un collegamento ipertestuale, non una semplice evidenziazione; quando ci passi sopra il cursore, la freccina diventa una mano con l’indice esteso, e se clicchi sull’ancora, la schermata si sposta sul bersaglio del collegamento ipertestuale. Vedi quindi che il colore ha già un suo codice funzionale, diverso dall’evidenziazione, almeno nei documenti elettronici.Il colore può avere anche funzionalità decorative; per esempio la guida l’Arte di scrivere con LaTeX usa il colore nella versione elettronica, sia per distinguere alcuni elementi, sia come pura decorazione, come, per esempio, nel frontespizio. Io ho sempre usato la versione elettronica e ho visto la versione a stampa solo molte edizioni fa; mi pare di ricordare che fosse monocromatica, ma non ricordo se fosse stampata in tonalità di grigio (rendendo i colori della versione elettronica con tonalità di grigio) oppure se fosse una versione composta in bianco e nero fin dalla nascita. Il trucco di stampare in tonalità di grigio può essere valido se le tonalità sono adeguatamente scelte, ma ci sono alcuni colori che risaltano bene sullo schermo e sono sbiaditissimi in tonalità di grigio; quindi la stampa in tonalità di grigio di solito è un ripiego per ridurre i costi, non una soluzione editorialmente valida.
Naturalmente la tesi è tua e decidi di comporla come ritieni più opportuno; le mie osservazioni sono solo per mettere in evidenza i pro e i contro e sta a te valutarli.
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Vedi che Maecenas sporge nel margine. Questo perché è preceduto “troppo da vicino” da un macro, quella per scrivere il numerino del versetto ad esponente.Ti suggerisco allora di definire:
`
\newcommand{\printbibbiavernum}[1]{% comando per stampare i versetti
\ifbibbia@numvers%
\textsuperscript{\vernumsize#1}\nobreak\hskip\z@
\fi}
`Quel \z@ significa 0pt; ma quel grumetto di gomma di larghezza nulla permette all’algoritmo di sillabazione di funzionare a dovere. il \nobreak impedisce che la riga possa essere spezzata in corrispondenza del grumetto di gomma lasciando il numero del versetto solo solotte in fondo alla riga.
la parte \else\relax può servire a te per ricordarti che l’altro ramo dell’if non c’è, ma non fa niente.
Hai provato ad usare una chiamata del brano indicando un solo versetto, così: \branobibbia{Gn:1,1}; vedrai che non funziona; poco male, nel senso che basta dirlo che se si vuole un solo versetto bisogna specificarne il numero due volte, ma la macro estrae i dati potrebbe essere riscritta per considerare anche il caso che manchi il secondo numero di versetto e in mancanza imposti VerFin uguale a VerIniz 😉
Il test ti funziona correttamente perché esegui l’input di Gn1.tex in modo verticale e quindi gli spazi dopo le graffe chiuse non sono significativi in modo verticale, ma se leggi il file mentre sei in modo orizzontale, ti rispuntano fuori tutti gli spazi spuri che lamentavi nei messaggi precedenti. Sappiamo già come si cura questo problema: commento dopo ogni graffa chiusa.
Per il resto bravo! va bene hai scritto il tuo primo pacchetto. Funziona e fa quello che vuoi; richiede qualche piccolo ritocco, come succede sempre a tutti, ma vedrai che l’appetito vien mangiando :grin:. Ne scriverai molti altri (o, anche, aggiungerai molte macro ai pacchetti che avrai già scritto).
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Mi viene in mente che il comando \@namedef definisce una macro corta, che non piò contenere più di un capoverso, e nemmeno la fine di un capoverso.bisogna vedere se le macro definite nel pacchetto etoolbox (sempre utili e sanz segni @) prevedono anche la definizione di un comando lungo a partire da una stringa di caratteri qualsiasi.
Ci darò un’occhiata, ma nel frattempo anche tu puoi studiare la documentazione di questo pacchetto con texdoc etoolbox; ci sono molti comandi per eseguire questo tipo di definizioni e ci sono anche dei comandi per sostituire il comando \@whilenum e anche \@nameuse. La lettura non è elementare e bisogna stare attenti perfino alle virgole. 😉
Incidentalmente a me la serie dei tre versetti specificati separatamente mi produce tre capoversi distinti se metto \endinput dop due righe bianche dopo il terzo versetto, ma apparentemente non protesta se metto una riga vuota prima della graffa chiusa del terzo versetto. Se metto \endinput nella riga dopo la graffa chiusa del terzo versetto ma non metto un segno di commento attaccato alla graffa chius, lo spazio dopo la graffa è singigficativo e quindi lo spazio dopo ogni versetto è sempre troppo grande.
Poi con il tuo esempio più lungo ho messo il segno di commento dopo ogni graffa chusa e il prefisso \long prima dei \@namedef che contengono una o più righe vuote., oltre a \enfinput dopo l’ultimo versetto
Con il comando \branobibbia{Gn}{1}{1}{23} viene stampato tutto il file Gb1.tex come previsto che sia, con i nuovi capoversi dopo ogni riga vuota; mentre se non metto i comandi \long la composizione si ferma al primo versetto che contiene una riga vuota.
Mi sempra tutto in regola. Il punto è che quando il file Gn1.tex viene letto gli spazi dopo le graffe chiuse sono significativi e le righe vuote richiedono delle definizioni \long
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Ho smontato dal mio Mac sia Texmaker che TeXstudio, quindi non posso parlare con certezza, ma gli indirizzi di accesso ai file della tesi sono tutti relativi alla cartella che contiene il main file, quindi sono eventuali spazi a valle della cartella (che anche su windows si chiama e si indica con .\) che non devono avere spazi.Per altro il problema degli spazi nei nomi dei file dà sempre problemi ai programmi del sistema TeX, ma per quel che riguarda Texmaker e TeXstudio, se ben ricordo, i comandi che erano indicati nella sezione Motori del dialogo di configurazione permettevano di racchiudere il nome del file (indicato mediante l’agglutinazione di caratteri come % o $ con l’estensione giusta) fra virgolette doppie alte; questo è il metodo per far trangugiare a TeX anche nomi di file e di cartelle contenenti spazi.
Se poi, invece, prendi l’abitudine di eliminare gli spazi dai nomi delle cartelle e dei file (usando, per esempio, _ per riempire lo spazio fra due parole) tutti i problemi derivanti dagli spazio spariscono.
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Se modifico Gn1.tex così, va tutto bene:
`
\@namedef{1}{Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. }\@namedef{2}{Ut
ut neque purus, ut ornare augue.
Cras vitae ipsum enim, vitae venenatis justo. }\@namedef{3}{Donec condimentum est a metus
iaculis tincidunt. Nullam felis augue, ultricies in auctor sed, euismod ut eros. Cras vel
purus sit amet elit luctus blandit eget eget tellus. Donec ultricies risus a sapien lacinia
dignissim nec sit amet massa. }\endinput
`In buona sostanza è lo spazio/EOL/EOF dopo l’ultima graffa quello che da fastidio e viene letto e riletto ad ogni input del file.
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OK, il bar non è SI, ma è accettabile anche dal CIPM (Comitato Internazionale dei pesi e delle Misure), ma leggi attentamente quello che c’è scritto nel § 5.2 del documento che ti ho indicato. Poi esamina attentamante se il tuo cmapo è di quelli dove il bar si usa abitualmente, ed è tollerato dall’SI, e in ogni caso se hai espresso il valore in SI, mettendo quello in bar fra parentesi 🙁Ora con gnuplot puoi fare poco, ma con pgfplot puoi cambiare molto facilmente i valori sull’asse delle oridnate che invece di partire da 0,01 bar partono da 1kPa e poi crescono di decade in decade a 10, 100 e 1000.
Questo per raggiungere la perfezione; altrimenti lascia in bar, ma poi ti tocca mettere nella legenda delle ordinate “Pressione $p$ in bar (1 bar = 100 kPa)” per ottemperare alle norme.
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Qualunque guida dice che per colorare del testo bisogna usare \textcolor{}{ }. Il colore e il maiuscoletto hanno funzioni diverse: il maiuscoletto serve per evidenziare i nomi delle persone, il colore, a parte i maggiori costi di stampa, serve per evidenziare qualunque cosa. Per evidenziare nelle citazioni e nella bibliografia il nome dell’autore è consuetudine usare il maiuscoletto, anche se non è obbligatorio; il colore in una citazione potrebbe far pensare ad un collegamento ipertestuale.
Dunque ti sconsiglio vivamente di usare il colore.
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Ora sono quasi le 2 di notte e non sono abbastanza lucido; però ti suggerisco di leggere il mio articolo su ArsTeXnica di due o tre anni fa intitolato qualcosa come Comandi con argomenti delimitati.Domani a mente fresca forse riuscirò ad essere più preciso.
Ti ricordo che i vari articoli pubblicati su ArsTeXnica sono scaricabili direttamente dal sito nella sezione ArsTeXnica di questo forum
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LaTeX, o meglio, il suo programma di composizione pdftex, fa miracoli. Nel TeXbook c’è anche un capoverso sagomanto non mi ricorso se sia a forma di cuore o a forma di bicchiere o semplicemente come un cerchio; è insieriro come nota quasi marginale, nel seso che metà del capoverso è nel margine e l’altra metà è avvolta dal testo normale, che si “ritrae” seguendo il contorno esterno del capverso sagomanto.Si tratta ovviamente di acrobazie fatte solo per mostrare la potenza del programma di composizione, non da usare per davvero! Ma, avrai notato, ho sempre detto “il capoverso” al singolare.
Ebbene sì, i motivi tecnici sono che si può specificare la sagoma dei bori di un solo capoverso e, quando questo finisce, vengono ripristinati i margini di default.
Wrapfig, se ben ricordo, dovendo ritagliare il capoverso avvolgenre solo secondo un profile rettangolare, riesce in qulache modo a contare quante righe restano per l’inserzione da avvolgere quando il capoverso finisce, e riesce a traferire questa informazione al capoverso successivo. Non ne sono sicuro, ma mi pare di ricordare che sia così.
Ammesso e non concesso che si davvero così, gli \item di una lista non sono capoversi “normali”; la loro forma stampata induce a pensare che siano dei normali capoversi, ma non lo sono; e quindi non possono ricevere in eredità dallo pseudo capoverso precedente il resto della sagoma non ancora usata dall’oggetto da avvolgere..
Soluzione (ipotetica): se ti pare che una foto, una figura possa aiutare il lettore a capire meglio quanto scritto nella lista, potresti in linea di principio mettere due minipage affiancate, in quella di sinistra, per esempio, componi la lista e in quella di destra includi la figura; naturalmente è meglio che i=tu includa entrambe le minipage affiancate dentro una minipage a giustezza piena, perché non si scomponga il loro assemblaggio, poi devi incrociare le dita affinché quel brano di testo non cada a fine pagina; e a quel punto ti converrebbe usare il pacchetto float, definire un nuovo float da chiamare come ti pare, e poi rendere flottante l’oggetto formato dalle due minipage affiancate, affinche LaTeX lo metta dove c’è posto e a cui fare riferimento con un \label, un \ref e una didascalia.
Vedi dunque che anche senza usare wrapfig, che non può funzionare di fianco ad una lista, qualunqe altro metodo per affiancare al figura alla lista richiede acrobazie di altro genere che ne sminuiscono l’efficacia.
Soluzione pratica: metti la foto o l’immagine in una figura flottante, e nella frase che introduce la lista, o in quella che la segue subito dopo, metti una frase che dica esplicitamente che quanto scritto nella lista è reso graficamente con la figura “tal.dei.tali” nella pagina “quella.lì”
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La cosa non è difficile e, se ben ricordo, ne ho scritto anche nella guida tematica sulla creazione di classi; comunque se ne parla nella GuidaGuIT, e nella documentazione della classe memoir, e in molte altre documentazioni, persino quella di fancyhdr; anche in un articolo scritto su ArsTeXnica qualche anno fa. Ma il trucco, a parte uno stile di pagina che va creato come raccontato nelle guide suddette, sta nel mettere nel comando che genera il lemma anche l’istruzione\markboth{lemma}{lemma}
che carica gli appositi marchi (marks) e poi nello stile della pagina se ne recuperano i valori con \lefmark e \rightmark.
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Non so che cosa dirti sull’uso di gnuplot e di psfrag (quest’ultimo mi pare che sia abbastanza obsoleto, ma, onestamante, non lo so; lo dico soltato perché sarà una decina d’annni che non sento nessuno che lo sua…)Però ti posso dire con assoluta certezza che le unità di misura a fianco delle grandezze che etichettano gli assi (e in qualunque altra situazione, per la verità) non vanno fra parentesi quadre.
Lo dicono le norme italiane CNR UNI, lo dicono le norme ISO, Lo dicono le guide (certamente non ufficiali quanto le norme che ho citato) che si trovano qui sopra nella documentazione.
Ti suggerisco l’ottimo documento gratuito (visto che l’acquisto delle norme comporta prezzi esorbitanti) sp811.pdf Lo scarichi facilmente scrivendo il nome del file nella campo Cerca del tuo browser. È scritto epr gli americani, quindi alcune cosine relative al separatore decimale e ai plurali delle unità di misura sono valevoli solo per loro, ma è un documento validissimo emesso dal National Institute for Science and Technology ( una volta era il National Bureau of Standards degli USA). Vale la pena averlo, anche perché ci sono le tabelle di conversione da e per le unità SI di unità di misura stranissime e mai sentite nominare, che però di tanto in tanto saltano fuori.
Quel documento non solo è conforme alle norme ISO, ma da anche utili consigli per scrivere correttamente i documenti che devono uscire dall’Istituto e devono essere ineccepibili. quindi…
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