OldClaudio

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  • in risposta a: Sillabazione in Bibtex #24537
    OldClaudio
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      Caro mjfan80,
      il lungo file .log è un po’ invadente nel forum; una cosa che avresti potuto fare sarebbe stata quella di allegarlo ad un messaggio personale cliccando sul bottone mp in fondo ad ogni messaggio al forum.

      Tuttavia rilevo quanto segue:

      1) nella tua classe TesiStandard ti rifai a memoir, ma chiami babel con la sola lingua italiana, che risulta caricata nel formato di latex ed è effettivamente funzionante; naturalmente sillabando in italiano le parole inglesi vengono sillabate in modo moooolto strano 😉 Se guardi le ultime righe del file .log, diciamo da quando trovi la stringa Tesi.bbl, trovi diverse righe di warning dove LaTeX si lamente di righe Underfull hbox; ognuna di queste righe (sono in effetti le righe di testo lasche) sono mostrate con il loro contenuto marcato dai cambi di font (non guardarli) e dalle parole presenti nella riga divise in sillabe. sono tutte righe della bibliografia e la sillabazione è eseguita in italiano anche per le parole inglesi…
      Le parole non divise sono quelle all’inizio della riga; questo succede sempre per la prima parola dopo \item e \bibitem e anche per la prima parola di ogni capoverso; Spiegazione nell’Introduzione all’arte…

      2) vedo che l’uso del pacchetto caption, e dello stile Lenny, tanto criticato da egreg9, non funziona: se vedi il file .log trovi ad un certo punto che c’è un warning per una possibile incompatibilità fra memoir e caption e poi più avanti c’è caption che dice di non poter ridefinire il comando perché è stato modificato da un programma che non conosce. Quindi sarebbe meglio seguire i consigli di egreg9 e usare direttamente la classe memoir sfruttando appieno le sue opzioni e le sue capacità di personalizzazione dei titolini e delle didascalie e lasciare perdere il pacchetto caption.

      3) Offesa da lavare nel sangue… 😈 hai ridefinito i comandi \guilemeotleft/right
      `
      \begin{thebibliography}{14}
      \ProvideTextCommand{\guillemotleft}{OT1}{%
      \leavevmode\raise .27ex\hbox{$\scriptscriptstyle\ll$}}
      \ProvideTextCommand{\guillemotright}{OT1}{%
      \leavevmode\raise .27ex\hbox{$\scriptscriptstyle\gg$}}
      \providecommand{\enquote}[1]{\guillemotleft#1\guillemotright}
      `
      Si vede proprio che non hai letto la documentazione di babel relativa all’italiano; circa la meta della documentazione e metà del codice per le prerogative della lingua italiana si riferiscono alle virgolette uncinate, oltre ad un utile shortcut per aggirare l’assenza del “back tick” dalla tastiera italiana. In particolare, per quel che riguarda le virgolette uncinate «…» si fanno acrobazie indescrivibili per evitare di usare i segni di “molto minore” e “molto maggiore” che usi tu. Se poi tu usassi, come dovresti il fontencoding T1 e i font Latin Modern (o qualunque altro font con la codifica T1, tranne gli AEfonts) avresti direttamente le virgolette uncinate fra i caratteri usabili e usabili comodamente tramite le legature <<...>>; per comodità e omogeneità di composizione se usi unvece “<..."> i comandi generati dal carattere attivo ” che agisce sul carattere successivo permettono di togliere gli spazi fra le virgolette uncinate e il testo fra loro racchiuso:
      `
      “< bla bla bla ">
      `
      produce lo stesso effetto di
      `

      `

      4) Un purista potrebbe anche obbiettare sull’uso dei comandi come \introduzione definto così:
      `
      \newcommand{\introduzione}[1]{\newpage \chapter{Introduzione} \input{#1}}
      `

      Casomai ci vorrebbe \clearpage, ma è del tutto inutile visto che \chapter comunque esegue un \clearpage; invece il comando \chapter con il suo argomento andrebbe nel file introdotto con ‘input e il tutto sarebbe meglio che fosse introdotto con \include, invece che con \input; che cosa risparmi a scrivere
      `\introduzione{introduzione}`
      invece di
      `\include{introduzione}`
      anzi si scrive di meno (e si sbaglia di meno) scrivendo nel secondo modo; Inoltre usando \include, nel preambolo puoi usare \includeonly con la lista dei file da includere selettivamente; durante la lavorazione della tesi puoi compilare un capitolo alla volta, per esempio, lavorando speditamente fra una compilazione e l’altra. Guarda sull’Introduzione all’arte.

      Tutto ciò premesso, ammesso che tu abbia avuto voglia di leggere fin qui, non ho trovato nessun motivo per il quale nella bibliografia i nomi degli autori non vengano sillabati; la sillabazione italiana funziona benissimo; se lo stile di composizione della bibliografia lo impedisce, questa è un’ altra questione; Bisognerebbe che vedessi come è fatto il file tesi.bbl. Ti prego: invialo in allegato ad un messaggio personale.

      in risposta a: Sillabazione in Bibtex #24535
      OldClaudio
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        Io darei un’occhiata al file ,log.

        Se la distribuzione del tuo sistema TeX è correttamente configurata per l’uso dell’italiano, la sillabazione deve venire eseguita senza ricorrere a \hyphenation.

        Poi esistono altre possibilità; per esempio, pdflatex e/o latex hanno i rispettivi formati costruiti senza la lingua italiana; in questo caso o viene usata di default la sillabazione inglese, oppure la sillabazione “nohyphenation”, guarda caso…

        Un’altra possibilità è che la tua versione crei una file di bibliografia, quella con estensione .bbl contenga la direttiva qualcosa come \selectlanguage{nohyphenation}.

        Oppure che sia la classe memoir stessa che disabilita la sillabazione nella bibliografia.

        Nel file log cerca la parola italian; se c’è fra le prime righe del file la sillabazione per l’italiano è correttamente configurata. Cerca allora nohyphenation; oltre che nelle prime righe può darsi che la trovi proprio quando componi la bibliografia.

        Come rimediare non saprei senza esaminare con attenzione il file .log ed eventualmente un file minimo dove si presenti il problema.

        in risposta a: dove trovare e come installare yfonts…. #43509
        OldClaudio
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          Vai su CTAN inserisci la parola yfonts nella casella di ricerca e ti viene fuori un lungo elenco; in questo compare
          `macros/latex/contrib/yfonts.zip`
          cliccaci sopra e scarichi il file zip; aprilo, leggi le istruzioni e installa.
          Se vuoi c’è anche la possibilità di scaricare i file con gli yfonts in formato postscript; ma in questo caso devi anche configurare il file updmap.cfg ed eseguire con le prerogative di amministratore (se occorre) il programma updmap per rendere questi font vettoriali accessibili al programma pdflatex.
          Se usi MiKTeX non è escluso che fra i pacchetti installabili ci sia anche yfonts (non so se con o senza le versioni postscript), e per questo ti basta cominciare da Start|MiKTeX|MiKTeX settings poi cliccare su packages, scegliere il pacchetto (se c’è) e dare ordine di installarlo.
          Certo che senza conoscere l’inglese la cosa è dura, lo capisco benissimo; consolati pensando che esistono alcuni pacchetti, per fortuna pochi, dove le istruzioni sono in tedesco. Io ho con il tedesco lo stesso rapporto che tu hai con l’inglese
          😕

          in risposta a: Le ragioni “logiche “dello stile alphabetic #43351
          OldClaudio
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            Vasco, non sono molto affezionato allo stile alphabetic, di solito uso lo stile numeric; ma, per esempio, ArsTeXnica richiede lo stile autore-anno senza parentesi e quindi bisogna modificare le frasi rispetto a quando si usano i riferimenti numerici.

            Per altro io scrivo in ambito scientifico, ma “non sono familiare in niente”; brutto anglismo che ti pregherei di evitare quando scrivi in italiano. Ti pregherei anche di ricordare che l’aggettivo “quale” subisce il troncamento e non l’elisione, quindi “qual è” e non “qual’è”.
            Enrico si arrabbia molto quando vede questo genere di errori, e fa bene; sono sempre d’accordo con lui.

            in risposta a: Inserire campo per immagine vuoto con didascalia #43491
            OldClaudio
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              Prenditi un qualunque manuale come LaTeX per l’impaziente, e vai a leggerti le spiegazioni relative all’impostazione delle lunghezze e delle scatole con o senza riquadro.

              Come sempre non c’è da inventarsi niente per leggere il codice standard: basta leggere la documentazione. Nessuno pretende, nemmeno i vecchi lupi come me, di ricordarsi tutto a memoria; l’unica cosa da ricordare è dove è la documentazione?

              Enrico ha ragione a reimpostare `\fboxsep`; ponendolo uguale all’opposto dello spessore del filettino `\fboxrule` non solo leva quello spazio di distanziamento fra contenuto e cornice, ma recupera anche lo spessore del filetto della cornice.

              in risposta a: Alle prime armi… #41959
              OldClaudio
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                Caro Alfy88,
                ti hanno risposto in molti e ti hanno dato ottimi consigli.

                Quindi non aggiungo altri consigli, tranne uno, molto importante e di carattere generale:

                LEGGI LA DOCUMENTAZIONE!

                A differenza di altri software la documentazione è tutta sul tuo PC; ce n’è fin troppa! Qui sul sito ce ne è dell’altra. Leggila; merita documentarsi prima e provare poi, che non provare alla cieca.

                Una cosa che non hai letto certamente, benché sia scritta dappertutto, è che l’editor, si esso WinEdt (ottimo ma legato alle piattaforme Windows), TeXmaker, Kile, TeXworks, eccetera, sono solo degli editor con un numero di pulsanti molto comodi per lavorare con LaTeX e pdfLaTeX, ma sono solo degli editor, non hanno nulla a che vedere che il linguaggio LaTeX.

                Quando dici che in WinEdt (per esempio) qualcosa non c’è, domandati prima se non c’è davvero una cosa che serve per l’editing o se la cosa che non trovi è qualcosa che ha a che vedere con LaTeX; per esempio, quando scirivi:

                `\documentclass{pincopallo}`

                la classe pincopallo.cls manca dalla distribuzione del sistema TeX oppure l’editor manca dell’apposito bottone perché scriva direttamente nel file da salvare con estensione .tex quella riga dichiarativa della classe di documento che ti accingi a scrivere?

                Non confondere mai l’editor con i programmi eseguibili del sistema TeX.

                Se ormai non fai più questi errori, come abbiamo fatto tutti da principianti, sei sulla buona strada; se ti scappano ancora questi errori da principiante, cerca di imprimerti nella mente la raccomandazione che ti ho dato. 😉

                Chi ben comincia è già a metà dell’opera!

                in risposta a: Precedere l’inizio di un capitolo da una foto #42837
                OldClaudio
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                  Sempre che sia una buona idea…

                  Il codice che ti ha dato corretto Enrico va bene e con qualche piccola aggiunta lo può adattare al tuo scopo; aggiungi un po’ di centering e di \null vfill pria e \vfill\null dopo e inserisci la figura dentro ad un ambiente picture di dimensioni nulle; colloca nell’origine di questa picture con \pit il tuo include graphics con le opzioni di larghezza e altezza pari a \paperwidth e \paperheight, ma mantieni keepaspectratio.

                  Non ti scrivo il codice, cosi puoi sperimentare se LaTeX questa volta ti consente di fare le cose semplici…

                  in risposta a: Problema testatina, backmatter #41842
                  OldClaudio
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                    MaryJo, per \makeatletter e \makeatother c’è poco da scrivere; ricorda:

                    1) In LaTeX “normale” (accessibile ad un normale utente) una macro ha il nome composto da \ seguito da una stringa di sole lettere,oppure da \ seguito da un unico segno non leterale (una cifra, un segno di inpterpunzione, eccetera).

                    2) @ non è una lettera;

                    3) giusto o sbagliato che sia, fin dai primordi di plain TeX (antecedente a LaTeX) tutti i comandi del “kernel” (il nucleo del linguaggio) da non rendere accessibili agli utenti sono stati scritti attribuendo al segno @ il codice di lettera; è una forma di protezione per evitare che inavvertitamente e inconsapevolmente un utente possa ridefinre un comando del kernel.

                    4) Leslie lamport, il creatore di LaTeX, nel suo stesso manuale scrive che per ridefinire certi comandi interni protetti mediante la presenza di @ nel loro nome bisogna racchiudere la ridefinizione fra \makeatletter e \makeatother; il primo dichiara che @ (in inglese si chiama “at sign”) diventi una lettera e il secondo riassegna a questa lettere il codice di “altro segno”.

                    Infine per quanto riguarda \if e \fi: \if inizia una frase condizionale come in qualunque linguaggio di programmazione (a parte lo slash che è specifico dei comandi e delle macro del linguaggio di programmazione interpretabile dal motore di composizione del sistema TeX) e \fi, che è scritto all’opposto di \fi ha il significato opposto, cioè chiude la frase condizionale.

                    In alcuni altri linguaggi di programmazione case inizia una frase di scelta fra diversi casi e esac finisce la frase; questa è veramente per i patiti di programmazione 😯

                    in risposta a: Controllo file sorgente #42904
                    OldClaudio
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                      I pattern di sillabazione per l’italiano contemplano anche prime e ultime sillabe di una sola lettera,, ma LaTeX non usa questa possibilità, che Enrico ha usato, ma non ti dice come ha fatto per motivi che condivido al 100%.

                      Quando ho creato i pattern per l’italiano ho pensato anche alla composizione in colonne strette (per esempio “giornali”, oppure per le note marginali); però non ho creato nessuna macro per ricorrere all’espediente della prima o ultima sillaba di una sola lettera.

                      Come letterato potrebbe interessarti leggere l’apposita appendice dell’ “Introduzione all’arte della composizione tipografica con LaTeX”.

                      Sempre come letterato potrebbe interessarti sapere che non hai bisogno né dei txfonts, né dei pxfonts per scrivere le lettere greche, per giunta solo in modo matematico (anche se sono in grado di scriverle anche diritte, invece che solamente inclinate come fa LaTeX in modo matematico); se hai davvero bisogno di scrivere parole greche o interi capoversi, usa l’opzione greek per babel e se scrivi greco classico, specifica
                      `
                      \languageattribute{greek}{polutoniko}
                      `

                      Se hai bisogno di usare notazioni critiche sul testo greco usa il pacchetto teubner (dopo aver letto attentamente la sua documentazione). Esempi, oltre nella documentazione di teubner, anche sulla precitata Introduzione.

                      in risposta a: unità di misura nelle formule #42947
                      OldClaudio
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                        In una tesi di fisica posso anche ammettere la notazione “scientifica, con gli esponenti scritti come nei linguaggi di programmazione, ma lo trovo bruttissimo. Invece di scrivere \SI{12.5~E-10} io preferire scrivere $12,5\cdot10^{-10}$, molto più corretto e meno “slangish” della scrittura da linguaggio di programmazione. In una tesi di ingegneria o di chimica o di… invece farei ampio uso dei prefissi decimali che consentono di gestire senza sforzi grandezze con range che vanno da 10^{24} a 10^{-24}.

                        SIunits è molto utile, formatta le unità di misura molto bene e usa i simboli giusti e le spaziature giuste;

                        Tuttavia se uno sa che cosa sta scrivendo SIunits non serve molto; anche se certamente non è una palla al piede. Io trovo che formatti sempre le unità di misura in modo matematico attraverso un \ensuremath implicito. Questo in modo testo non va bene; in un titolo di sezione dove si scrive in neretto, se fosse necessario inserire il valore numerico di una grandezza, questa, con SIunits verrebbe co la misura in neretto e le unità in serie media… certamente non bello, ma ogni programma fa quello che può. Meglio saperlo per sapersi comportare correttamente.

                        Invece, Francesco, non ci viole lo spazio fine fra il prefisso k e l’unità g. I prefissi decimali fanno parte integrante dell’unità di misura, tanto che se devi scrivere $\unit{ms}^{-1}$, l’esponente -1 serve per il complesso dell’unità col suo prefisso e non servono parentesi di nessun genere. Lo spazio fine ci vuole solo quando c’è il prodotto di più unita e c’è il pericolo che un prefisso, come “m” possa essere scambiato per metro invece che inteso per milli.
                        Invece raccomando di scrivere sempre le unità di misura anche quando nelle nelle espressioni matematiche si usano dei valori specifici di grandezze; in questi casi sarebbe un errore madornale scrivere i numeri senza unità perché le equazioni fisiche diventerebbero delle equazioni fra misure, mentre devono sempre e soltanto essere espressioni fra grandezze.

                        in risposta a: Precedere l’inizio di un capitolo da una foto #42829
                        OldClaudio
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                          Poi crearti un comando che accetti un argomento, l nome del file che contiene la figura; butto giù così a braccio:

                          `
                          \newcommand*\chapterfigure[1]{\clearpage
                          \ifodd\value{page}\thispagestyle{empty}% oppure plain
                          \null\clearpage\fithispagestyle{empty}%
                          \includegraphics[width=\textwidth,height\textheight,keepaspectratio]{#1}}
                          `

                          Dopo dari il solito comando \chapter, il quale andrà direttamente sulla successiva pagina dispari, e il giochetto mi parrebbe concluso.

                          Il comando dopo il primo \clearpage, controlla la parità della nuova pagina; se è dispari, ne emette una vuota o col solo numero di pagina in calce, se scegli plain invece di empty, e po nella nuova pagina, necessariamente pari, include il file grafico specificato come argomento al comando (attenzione al formato compatibile con il motore di composizione che usi!); sono specificati sia lo scalamento in verticale, sia quello in orizzontale, ma per deformare ;l’immagine si richiede di conservarne il rapporto di forma quindi verrà usato quel fattore di scala globale che permette di far stare tutta la figura al suo posto senza deformarla.

                          Ti ho spiegato la filosofia che ci sta sotto, perché se quello che ho scritto non dovesse funzionare, sapendo quello che bisogna fare sai anche come correggere.

                          in risposta a: Comportamento anomalo del comando \par e rientro citazione #43001
                          OldClaudio
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                            Scusate se mi inserisco tardi nella discussione, quando ormai è stato detto quasi tutto quanto quello che si poteva dire.
                            Premetto che io uso la raccomandazione di Bringhurst, (anche per le citazioni)ma è una scelta personale..
                            Tuttavia vorrei ricordare che nella tipografia francese si rientra sempre il primo capoverso di qualsiasi cosa; ma come voi sapete benissimo, la tipografia francese è anche quella che lascia spazi prima dei segni di punteggiatura “alti” che lascia spazi dopo i caporali aperti e prima di quelli chiusi; se ben ricordo anche dopo le parenesi aperte e prima di quelle chiuse. Mettono anche l’esponente maschile o femminile, singolare o plurale agli ordinali scritti con i numeri romani. Non è il caso di seguire queste idiosincrasie che non sono errori, come dice Lorenzo, ma consuetudini; consuetudini che per altro mancano di una ragione logica, secondo me, e può darsi benissimo che io mi sbagli.

                            Resta il fatto che per un certo periodo di tempo, con l’influenza della cultura francese in Italia a partire almeno dalla metà del XIX secolo, dopo la caduta di Napoleone, ma, direi, prima delle guerre di indipendenza, la tipografia italiana si è adeguata allo stile di quella francese. Non sono uno storico, e non ho fatto uno studio accurato degli stampati italiani dell’800, ma direi che non dovrei essere lontano dal vero. Secondo quello che ho potuto vedere, sempre in modo empirico, lo stile tipografico francese è rimasto dominante fino a dopo la prima guerra mondiale, ma dopo la seconda guerra mondiale lo stile americano ha influenzato pesantemente anche la tipografia italiana.

                            Dunque, mi pare che il rientro del primo capoverso sia più o meno quel che rimane delle tradizioni francesi; a me pare che si possa eliminare anche questo dettaglio, ma come ha detto sia Enrico, e ha ribadito Lorenzo, si scelga lo stile che si preferisce e si sia consistenti.
                            In più raccomando di guardare ogni libro che capita per le mani e di osservarne gli elementi compositivi; si cerchi di imitare gli stili sobri e comunicativamente efficaci, Cì sempre da imparare.

                            in risposta a: Data in formato anglosassone: numeri ordinali #41162
                            OldClaudio
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                              Ci sono rarissimi casi per usare \ap e \ped in modo testo. L’unico esempio che sono riuscito a trovare per controllare il funzionamento è stato il logo di quel vecchissimo programma per DOS che si chiamava Word\ped{star}.
                              Per il comando \ap ho immaginato di usarlo per mettere le terminazioni ordinali maschile o femminile, ad apice di numeri come “\dots\ in 3\ap{a} elementare\dots”; in ofndo anche le cosifiche latin1 e unicode hanno il masculin e feminine ordinal symbols.

                              Che poi sia meglio farne un uso moderatissimo, sono perfettamente d’accordo, ma per aggiungere la terminazione ordinale a un numero non userei mai la notazione tedesca
                              “\dots\ in 3.a elementare\dots”, che è molto razionale, ma è molto localizzata.

                              in risposta a: richiesta di help. #41187
                              OldClaudio
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                                Certo, è impossibile con i comandi \LaTeX. ma nella formula che tu citi:

                                grimione ha scritto:
                                praticamente la formula è questa $ \widetilde{P\cdot \{L^{-1}(-{\bf B})+A(-{\bf B})\}^{-1}\cdot \widetilde{P}}$ e la tilde dovrebbe essere lunga da P a \widetilde{P}

                                che cosa ci fanno quei {\bf A{ e {\bf b} ?

                                Bisogna usa \mathbf{A} e \mathbf{B} per tanti motivi, compreso quello che quei vecchi comandi sono residui di LaTeX209, defunto nel 1994, e perciò sono “deprecati”.

                                Che cosa ci fa una \widetilde sopra l’ultima P ? una tilde che riesce a coprire tre simboli per coprirne uno solo?

                                Per il resto, a voler giocare con le possibilità grafiche di LaTeX , con un apposito \resizebox forse si riesce a sovrapporre una tilde enormemente larga sopra la restante formula, ma bisogna arrampicarsi su per i vetri in modo non banale.

                                Sei sicuro che non puoi spezzare la formula con una variabile ausiliaria?

                                in risposta a: Non riesco a mettere una didascalia a una tabella tabularx #41208
                                OldClaudio
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                                  Sono d’accordo con Enrico, ma aggiungo: \caption[…]{…} funziona solo dentro agli appositi ambienti flottanti (figure, table, etc.) perché ha bisogno di sapere di che tipo di oggetto si tratti al fine di usare il contatore giusto e di inserire la parolina Figura, Tabella, o altro, prima del numero.

                                  Esistono dei pacchetti, che non so citare, che ridefiniscono \caption in modo da poterli usare anche senza che si trovino dentro ambienti flottanti, ma comunque gli deve essere fornita una indicazione adatta per usare il contatore giusto e la parolina giusta.
                                  Esistono anche dei pacchetti che definiscono \caption* che si comportano più o meno come \section*, dove non viene usata la numerazione e dove non si usa nemmeno la parolina. Per quel che vale un comando del genere, che assicura solo l’uniformità stilistica, si può usare un qualunque ambiente per evidenziare il testo, per esempio quote, e la didascalia non identificata e non numerata appare prima della tabella non flottante, già distanziata dalla tabella stessa. Soluzione di ripiego, evidentemente.

                                  Ma chi vorrebbe mettere una tabella tabularx dentro ad un testo senza lasciarla flottante, e senza una didascalia identificativa e numerata? Le note alla tabella è poi meglio che restino insieme alla tabella, dentro alla scatola che la contiene, flottante o non flottante che sia; per cui la tabella andrebbe composta dentro ad un ambiente miniipage, che sembra fatto apposta per conservare le note (numerate con lettere) dentro alla scatola dove appare la tabella.

                                Stai visualizzando 15 risposte – dal 11,236 al 11,250 (di 11,287 totali)

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