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Mettiti il cuore in pace; a tutt’oggi non si può fare direttamente.
Ti posso suggerire il programma pandoc; se ne parla sia in vecchio articolo di ArsTeXnica (cercalo nella sezione ArsTeXnica di questo forum); sempre su ArsTeXnica 25 (ancora disponibile solo per i soci del GuiT, almeno fino ad aprile prossimo, c’è la cronostoria di una tale conversione eseguita dal presidente del GuIT, e la sua conclusione è che si può fare, ma è difficilissimo e ci vuole un mucchio di lavoro manuale, perchée si tratta di superare una diversità eistenziale; LaTeX serve epr produrre pagine perfette, e-pun non ha il concetto di pagina,ma di videata, dove il testo piò rifluire a piacere a seocnda della dimensione del rettangolo della videata.
Pandoc, cercalo in rete, e trovi i file sorgente da compilare per la tua macchina specifica, serve per trasformare un documento scritto in una lunga lista di linguaggi i molti altri formati, fra i quali compare anche il passaggio da latex a e-pub. ma il risultato è solo un primo passo; bisogna poi a mano e con l’aiuto di appositi programmi di editing, provvedere a quasi tutto quello che pandoc non è riuscito a fare.
Sulla Introduzione all’arte della composizione tipografica con LaTeX (sezione Documentazione) ci sono diversi paragrafi destinati a pandoc e alle limitazioni di e-pub. MA se il tuo documento contiene solo testo, senza formule e senza figure, puoi provarci.
::Black Goku” post=115377Salve a tutti, ho colorato l’indice / TOC con il blu (che ho personalizzato per la guida).
Il risultato ottenuto è di vedere colorato la parola “INDICE” e tutti i numeri dei capitoli, sezioni e sottosezioni (quando ci sono), compresi i relativi titoli.Restano in nero i puntini che portano al numero di pagina e i numeri delle pagine.
Prima di andarmi a impelagari con codici strani e strampalati, chiedevo a voi, che siete più esperti: conviene colorare anche tutto il resto dello stesso colora, oppure è buon norma lasciare questa “doppia” colorazione (lasciatemi passare il termine)??

Diffile dirlo senza vederlo.
Tuttavia sei tu il primo a sapere come verrà letto il tuo documento: a schermo o a stampa? il colore diverso potrebbe avere un significato a schermo (per indicare che quei tioli sono linkati alle rispettive pagine); il colore uguale potrebbe avere un aspetto migliore a stampa.
Non ci sono regole per l’uso del colore. Ci sono abitudini. Nei libri a stampa di solito si mantiene per tutto il colore nero; è ovvio che nel tuo manuale la funzione del colore è diversa, quindi devi decidere tu.
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Nella guida tematica “ComporreItaliano” (Sezione Documentazione di questo sito) c’è il paragrafo 3.6, pagina 48, sui dialoghi e l’oso delle virgolette in casi complessi come quello descritto da @heinrich. Non è la legge, ma è un esempio di che cosa si può fare alternando le virgolette alte inglesi sempli e doppie con quelle caporali semplici e doppie. In italiano si usano preferibilmente i caporali per i dialoghi e le virgolette alte per le frasi pensate o riportate. Tuttavia non esiste una regola assoluta; l’importante è che ci sia uno schema gerarchico di frasi virgolettate e annidate uniforme in tutto il testo, in modo che il lettore abbia una chiave di lettura e di interpretazione unica.
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Tu poi essere di parere diverso, ma stsi prendendo dimestichezza con queste cose. Va benissimo.
Ma in quello che hai descritto hai ripetuto quello che ho descritto io, tranne una cosa, quella del rispetto dell’ordine delle figure. Questo vuol solo dire che non hai capito che cosa sia una coda FIFO e che tieni conto solo di quello che fai tu e non quello che fa la coda.
Comunque fai bene a sperimentare, perché solo sperimentando si capisce la teoria, come senza teorian non ri riesce a prevedere l’esito delle propri decisioni.Per tua conoscenza le penalità per widow penalty relativa alle righe vedove, e club penalty relativa allae righe orfane (valore conservato anche in \@clubpenalty) sono quele di default. Scrivendo in italiano il modulo per l’italiano di babel e di polyglossia le mette entrambe a 3000. In inglese sono penalità troppo basse; forse in italiano sono troppo alte.
Comunque, qualunque siano i valori di queste penalità, si tratta solo di parametri che servono per attribuire un valore di demerito in ogni possibile break di riga e di pagina per comporre i capoversi al meglio e suddividere le pagine al meglio. Quando l’algoritmo di Knuth esegue queste cose, esegue un sottoprogramma di ottimizzazione fra l’analogico e il discreto, difficilissimo da gestire, anche perché l’ottimo nello spazio multi-variabile dell’ottimizzazione del minimo della funzione di merito è osculato da un paraboloide presumibilmente ellittico e quindi il fondo di questo paraboloide (se fosse gestito con variabili continue) non è ben definito algoritmicamente (analiticamente lo sarebbe, ma purtroppo il problema della formazione dei capoversi e delle pagine non dipende da una funzione continua) quindi le vedove e le orfane ci sono lo stesso: molto rare, tuttavia non impossibili, nemmeno se mettessi una penalità pari a 9999 (il massimo valore finito gestibile da TeX).Capisco che questa disquisizione ti possa sembrare fuori luogo, ma sono concetti da tenere sempre presenti quando si usa un programma per calcolatore; un tipografo che lavorasse a mano potrebbe forse fare meglio, ma dovrebbe essere molto, molto abile.
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Allora non mi sono spiegato bene, temo.Il codice di posizione H NON si deve usare mai. Punto e basta.
Non ci sono giustificazioni per fare una cosa simile.Se proprio ci tieni a mettere una figura sufficientemente piccola in modo che non sia flottante, potresti usare l’ambiente center con la didascalia delle figure:[\code]…
\begin{center}
\includegraphics[…]{…}
\captionof{figure}{[…]{Didascalia}
\end{center}[/code]Quello che era in coda potrebbe mettere una figura prima dell’ambiente centrato, e quindi lo numererebbe con un numero che fiene prima di quello della didascalia centrata. Se nessuna float ancora in coda va a finire nella pagina della figura centrata la numerazione è corretta anche se quei float in coda vi erano andato prima di specificare l’ambiente center.Una cosa che è facile scordare è che il numero viene assegnato alle didascalie nel momento in cui vengono spedite nel file di uscita, quindi quando sono davvero inserite nelle pagine.
Vediamo gli inconvenienti:
1) ambiente center non da problemi particolari se la figura con in suoi spazi di separazione e la didascalia ci sta lasciando di sotto o di sopra un numero sufficiente di righe di testo tali da non produrre righe vedove e/o righe orfane (vedi sotto). Se non ci sta o se ci sono forti penalità per righe vedove e/o orfane il’ambiente center viene autmaticamante spostato all’inizio della pagina successiva, ma allarga gli spazi verticali nella pagina corrente per non lasciare la pagina mozza; si rimedia con un \newpage prima di center se e solo se serve, ma rimane comnque la pagina mozza. Come dice il proverbio non si può avere la botte piena e il/la coniuge ubriaco/a. Ma c’è la soluzione 2)
2) la procedura corretta, comunque è quella semmai di usare il posizionatore h. Se nella pagina ci sta, bene, il problema è risolto. Se nella pagina non ci sta, vene rimandato in testa ad una pagina successiva, perché viene riaccodato come se avesse il posizionatore t. Se non ci sono figure un coda, la figura h viene in testa nella pagina immaediatamante successiva, senza lasciare né la pagina mozza, né capoversi eccessivamente spaziati. Se ci sono altri oggetti in code, che ricordiamo è una coda FIFO, First In First Out, la figura h verrà emessa con la sua brava didascalia col numero giusto quando sarà il suo turno.Conclusione di tutta questa disanima? Usare h si può, meglio se non da solo, magari specificando htb, invece che solo h.
Usare l’ambiente centrato può dare risultati ottimi in prima battua, ma se rivedendo le bozze si eseguono delle correzioni che allungano o accorciano il testo che precede l’ambiente centrato, potrebbero nascere dei problemi con pagine mal composte.Con il posizionatore H tutto ciò non si verifica, non è la stessa cosa dell’ambiente centrato e non è la stessa cosa di un ambiente caratterizzato dal codice h o htb.
::samiel” post=115350Mi serve avere una tabella con i glifi di un font e il corrispondente valore Unicode.
Ora, da quel che so il pacchetto fonttable fa appunto questo, ma vuole il nome di un file .tfm.
Tuttavia a me questo serve per un .otf. Esiste un pacchetto apposito di cui ignoro l’esistenza?
O un sistema diverso perché il fine giustifica i mezzi?Grazie
mFonttable è un vecchio pacchetto che serviva (serve ancor) per avere i font codificati a 8 bit; non per i font UNICODE. Credo che alcuni aspetti derivino anche da qualche mio modesto contributo. Ricordo di avere inviato all’allora presdente del tugo un mio file che faceva la rabella scrivendovi accanto i codici per ricavare gli indirizzi ottali ed esadecimali e in ogni caselle, piccolo piccolo, c’era il codice decimale. Io lo uso ancora con qualche ulteriore arricchimento, ma molte di queste cosine non sono state inserite nel pacchetto fonttable.
Per i font UNICODE la cosa è veramente improponibile, perché forse si potrebbero stampare le singole pagine di 256 glifi ciascuna, ma certamante per stamparli tutti bisogna aspettarsi centinaia di pagine, perché i glifi contenuti in un dato font possono anche essere decine di migliaia. Non mi ci sono mai messo a scrivere un simile pacchetto, perché già il solo dialogo iniziale diventerebbe difficilissimo da fare.
D’altra parte non ho bisogno, perché lavorando su un Mac apro l’app FontBook.app, scelgo il font, clicco l’opportuna icona, e zac posso far scorrere tutti i glifi in una opportuna finestra. Mi pare strano che una simile app non sia stata portata anche su Linux; fa tante cose oltre a quella che ti ho descritto, ma almeno mostrare tutti i glifi sarebbe una cosa decisamente semplice per chi sa programmare come si deve questo genere di cose. Credo che, volendo, la cosa si potrebbe fare anche con Lua; non escludo che una delle infinite funzioni di Lua non esista già. Ma a questo punto interviene @robitex.
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Yum è qualcosa di equivalente ad apt-get; gestisce i pacchetti Debian scaricandoli controllando le dipendenze e impostando tutto quel che occorre per renderli accessibili all’uso.TeXLive, di per se non scrive niente nei path, ma l’installatore che lo installa da rete o da disco ISO, predispone tutto quel che occore per rendere accessibili gli eseguibili e i file di classe, pacchetti, definizioni, documentazione, font, e compagnia bella. e vi accede tramite kpse… che ha diverse varianti, per esempio kpsewhich per scoprire dove si trova un dato file. Per fare questo ha bisogno di disporre di un certo numero di variabili d’ambiente descritte nel documento texlive.pdf accessibile con texdoc texlive. Tuttavia almeno la cartella con i file binari deve essere accessibaile al sistema operarativo, perché kpse…& Company stanno nella caterlla texlive/
/bin/… (con i puntini sostituiti da sotto percorsi che dipendono dal particolare sistema operativo e dalla particolare piattaforma. Ecco perché la cartella texlive/ /bin deve essere accessibile al sistema operativo e quindi deve esserci un symlink o un nome esplicito da qualche parte; Enrico consigliava di inserirlo in /opt sulle macchine Linux, ma lo faceva solo per le installazioni da ISO o da CTAN. per le versioni debianizzate, come quelle che si installano con yum, apt-get, synaptic, e simily valgono regole diverse. Come sai, @samiel, qui sconsigliamo sempre di usare le versioni debianizzate, ottime nel loro insieme, ma non ottime dal punto di vista dell’utente del sistema TeX; per esempio non dispone di tlmgr, perché questo aggiorna e installa solo da CTAN, non dai repository Debian. Quindi, di fatto, si è soggetti ai “ritardi’ (molto minori di una volta) che avvengono almeno una volta all’anno, talvolta prima, ma raramente. Questa osservazione vale anche per @mickey: la sua installazione con yum lo può accontentare, ma se non la installa completa e se non si tiene al corrente con gli aggiornamenti, rischia di trovarsi un bug e di trascinarselo per un anno o finché i ragazzi del consorzio Debian non sono riusciti a correggere il bug e a rendere disponibile il pacchetto corretto..
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Come avere le informazioni sui dettagli di un font OpenType è descritto nella documentazione del pacchetto fontspec; i font OpenType sono piuttosto complicati, quindi il processo per estrarne le informazioni è complicato. Certo è troppo lungo per descriverlo qui nel forum. Per cui: texdoc fontspec.
Sai inoltre che i font OpenType si possono usare solo con XeLaTeX e LuaLaTeX. Per usarli con pdfLaTeX prima bisogna spezzarli in frammenti non superiori a 256 glifi e la cosa si può fare generando appositi font virtuali; ma questo è ancora più complicato, anche se il programma fontinst, distribuito con il sistema TeX ,viene in aiuto: un po’ meno complicato, ma sempre complicato.
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Se una installazione passata è stata fatta usando le indicazioni di texlive-ubuntu.pdf, di Enrico, lì vi si consigliava di mettere un link simbolico di quel genere, in modo che, se si decidesse di mantenere sul disco anche versioni degli anni precedenti, basterebbe solo cambiare quel link simbolico per cambiare “annata”.
Quando installavo su un mio Ubuntu virtualizzato sul mio vecchio Mac, impostavo quel link seguendo le indicazioni di quel manualetto di Enrico e mi sono sempre trovato bene, anche se di fatto non ho mai usato quella funzionalità. Ma se @mikey ha installatola 2018 da un repository Debian, e quella vecchia istruzione è ancora lì, potrebbe essere quello il motivo per il quale di nuovo il suo sistema operativo cerca di lanciare l’installazione del 2013, invece di quella appena installata.
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Nei due casi apri il file con Adobe Reader oppure con Adobe Acrobat; premi ctrl+D oppure command+D a seconda della piattaforma su cui lavori e nella finestra che si apre clicca la linguetta Fonts. Vedrai che se usi i Garamond questa lista ne contiene il nome. Se commenti solo \setmainfont vedi che i font usati sono i Latin Modern. Se commenti anche la riga di \fontspec, non sono siucro, ma dovresti/ptresti ottenere dei font ulteriormente diversi. E naturalmente non è detto che abbiano le stesse proprietà, in particolare la crenatura eventuale fra W e la lettera a che la segue; se tutta la parola Waterman è nell’argomento di \textsc la crenatura entra in azione; se la W è fuori, la crenatura non può avere luogo.È una finezza, ma l’occhio esercitato la nota. E il tuo è un occhio ben esercitato.
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Non hai preso un abbaglio, con quella sequenza di \expandafter si cerca di espandere la o prima della m, èvero che quella cosa non serve a granché, ma il punto è che dovrebbe venire espansa prima di chiamare \RequirePackage, perché il test per verificare la corretta corrispondenza fra il nome richiesto del file e quello che il file ha ricevuto vine fatto sulla stringa passata come argomento a \RequirePackage prima di caricare il pacchetto richiesto. Nell’eseguire l’output del messaggiola stringa viene espansa ed è questo è il motivo per il quale il Packcage Warning non è comprensibile con le due stringhe dei nomi che vovrebbero essere diverse e sono invece uguali.Se definisi \moderncvfoot con `\newcommand\moderncvfoot[1]{\RequirePackage{moderncvfoot\romannumeral#1}}` Il file verrebbe caricato giusto, ma ci sarebbe lo steso il Warning incomprensibile.
::mickey” post=115320Non riesco assolutamente a vedere se manca una graffa (non manca direi) anche se se elimino tutto il documento e lascio solo \begin e \end (cioe’ solo il titolo), compila.
In attesa di qualcuno che sappia darmi indicazioni su cosa fare con la variabili di ambiente (dato che per ora è un mistero come abbia potuto funzionare teXlive 2013 e come faceva a partire), cosa mi dite di questi Warning?
`
LaTeX Warning: You have requested package `moderncvfooti', but the package provides `moderncvfooti'
`EDIT: ora mi riparte di nuovo pdflatex 2013 lamentandosi del file mancante di cui al primo post. Mistero (mi si pianta anche teXworks)
Perché ti riparta pdflatex 2013 è un mistero che puoi risolvere solo tu con l’aiuto di altri utenti Linux. Se riparte quello dopo che l’hai cancellato, vul dire che non l’hai rimosso bene e non hai aggiustato bene le variabili di ambiente che si trovano impostate nei file che ti ha detto @samiel. Ma solo gli utenti Linux ti possono dire che cosa fare.
Invece il warning che ricevi dipende da un errore nel file moderncv.cls: il fatto che ricevi il warning vuol dire che tutto sommato l’errore è ininfluente. Quindi dimenticatene.
Per i curiosi di sapere perché il codice è sbagliato, lancio un concorso: il codice di moderencv è il seguente:`% loads a footer variant
% usage: \moderncvfoot{::
Preferirei che qualche utente di Linux ti spiegasse perché prima partiva pdftex del 2013.Invece per qul che riguarda l’errore alla linea 22 la mia sfare di cristallo mi fa supporre che nel tuo file prova minima.tex manchi una graffa chiusa prima di esegure la riga 22, e che se ne accorga solo nel momento di eseguire quell’istruzione.
Senza avere sotto mano il tuo file di prova, non posso andare più in là della sfara di cristallo… 🙁Però ti posso dare un consiglio; non lasciare mai spazi nei nomi dei file da dare in pasto ai programmi di ocmposizione del sistema TeX; non sostituire nemmeno gli spazi con un punto o con una linea ribassata _ Che differenza ti fa a chiamare un file prova-minima.tex oppure ProvaMinima.tex invece di prova minima.tex? Si leggono altrettanto bene e TeX non fa fatica a gestirli. Con gli spazi per ora sembra che tu non abbia avuto problemi, ma è solo fortuna.
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