OldClaudio

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  • in risposta a: libretto messa #44119
    OldClaudio
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      Non so se esistano delle norme ISO in merito, ma certamente per le citazioni bibliche sono in uso almeno otto stili di citazione; quale sia quello “ufficiale” diventa quindi un problema, se non esiste una norma internazionale.

      Date un’occhiata al pacchetto bibleref con texdoc bibleref nella tabella 1 alla pagina 3.

      La distribuzione di TeXLive contiene i pacchetti: bibleref, bibleref-french, bibleref-german, bibleref-lds, bibleref-mouth, bibleref-parse.
      Nelle caselle …2013/texmf-distr/doc/latex/bibleref* (con le suddette appendici che sostituiscono l’asterisco) ci sono diversi documenti PDF, non solo quelli il cui nome coincide con nome del pacchetto) in particolare in bibleref-french/ c’è il documento Lacroux-Bible.pdf il cui incipit è il seguente:
      \quote]
      Abréviation des livres bibliques *

      Il n’y a pas de liste d’abréviations normalisées des titres des livres bibliques. C’est normal, légitime, heureux. Ce qui l’est moins, c’est que la plupart des traducteurs et des éditeurs ne respectent aucune règle et confondent visiblement la formation des abréviations et celle des symboles scientifiques, des unités de mesure… (voir : Abréviation).
      Le tableau suivant donne les « abréviations » employées dans cinq ** éditions récentes de la Bible : la traduction d’Émile Osty (Le Seuil, 1973), la Bible de Jérusalem (Desclée de Brouwer, 1973), la traduction de Louis Segond, révision 1910 (La Maison de la Bible, 1959), la Bible en français courant (Alliance biblique universelle, 1983), la traduction des moines de Maredsous (Brepols, 1973). J’indique en gras les formes qui respectent les règles de formation des abréviations et, parmi celles-ci, en italique gras celles qui doivent être rejetées pour cause d’ambiguïté ou d’inutilité patente. La dernière colonne (••) donne quelques variantes et les formes « correctes » pour les livres qui n’en bénéficient, selon moi, dans aucune version***.[/quote]

      La dice lunga sulla situazione dei riferimenti biblici, specialmente scritta da un francese, quando in Francia sono piuttosto attenti alla normalizzazione francese: nemmeno in Francia si usa consistentemente un solo modo di citare. Io personalmente preferisco lo stile Jerusalem e preferisco i simboli senza punto finale, ma non sono certamente un’autorità in merito, quindi è meglio consultare altre forme.

      Posseggo il Novum Testamentum Graece et Latine; che ha la sua tabella di abbreviazioni/simboli; è pubblicato dalla Tipografia Vaticana, quindi lo considero un testo attendibile, ma non mi sono mai preoccupato di verificare se segua uno qualunque degli otto stili indicati nella documentazione di bibleref.

      in risposta a: suftesi collection 2 #90773
      OldClaudio
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        Già; il discorso dei punti “target” e “anchor” è complicato, ma appunto la cosa dipenda dalla mancanza di comandi di sezionamento. [tt]\phantomsection[/tt] in effetti introduce una sezione fantasma, ma non così ectoplasmatica da non lasciare tracce sufficienti per hyperref che così può rendere unici i collegamenti fra i punti “target” e i punti “anchor”.

        La cosa è descritta nel manuale di hyperref. Quando ho scritto che mancavano comandi di sezionamento era giusto, ma mi ero scordato che anche le pagine, benché vi si potesse fare riferimento, non erano univoche per mancanza di quelle tracce ectoplasmatiche. 😉

        in risposta a: suftesi collection 2 #90770
        OldClaudio
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          Mi sembra logico che non ti appaia niente: infatti non hai incrementato nessun contatore a cui si possa fare riferimento, tipo il contatore dei capitoli o dei paragrafi, o simili; al massimo invece di \ref potresti usare \pageref, (usando una tilde per legarne il contenuto con la preposizione che lo precede); il numero di pagina è contenuto in un contatore a cui si può fare riferimento.

          in risposta a: Carattere lineare #90758
          OldClaudio
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            Marco, evidentemente mi sono espresso male.

            Ho detto che (per applicazioni mirate o non mirate) è difficile abbinare un font graziato con un “corrispondente” font sgraziato; Palatino e Iwona vanno bene se usati bene, evidentemente; probabilmente Iwona è il più bel font sgraziato che ci sia e si accorda con quasi tutti i font graziati; bisogna osservare al forma delle este, la differenza degli spessori, la “nerezza complessiva dell’uno e dell’altro font, l’occhio delle minuscole, eccetera. Ci sono certamente altri font senza grazie che vanno bene accoppiati con tanti altri font con grazie, come ci sono font con grazie con i quali gli Iwona non stanno bene; non c’è nessun limite alla fantasia, ma…

            Una cosa è la fantasia e un’altra la correttezza tipografica e il buon gusto; sono solo un dilettante che ha cominciato a fare l’autodidatta con LaTeX molto tempo fa, visto che sono Old io stesso. Ma non credo di essere dotato di buon gusto creativo; riesco a rendermi conto delle cose che non vanno, ma non sono capace di creare al primo colpo le cose che vanno, allo stesso modo con cui riesco a sentire una nota stonata, ma non sono capace di cantare intonato.

            Ecco perché consiglio di limitarsi ai font graziati; un consiglio non è un ordine; è in invito a non usare i Comic Sans per scrivere un’edizione critica sulla “Ragion pura” di Kant 😉

            in risposta a: Carattere lineare #90756
            OldClaudio
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              la famiglia dei font “sgraziati” (senza grazie) serve apposta come carattere di contrasto rispetto ai font graziati; Si afferma che la sua lettura sia più faticosa rispetto a quella dei testi scritti con font graziati, ma questa affermazione, che discende da studi psicometrici, non è dimostrata scientificamente; non è un fenomeno la cui misura sia riproducibile entro una ragionevole tolleranza metrica. Recentemente su TUGboat è apparso uno studio di questo genere svolto in Russia con caratteri cirillici; le metriche usate sui campioni di lettori erano simili, e i risultati del tutto simili. Studi fatti negli USA tempo fa davano misure a favore dei font graziati per testi lunghi; non so quanto i “due” esperimenti siano riproducibili, perché quando il campione è formato da esseri viventi, la dispersione dei dati metrici è sempre piuttosto alta; gli psicologi e gli psicosociologi lo sanno benissimo, ma non possono fare di meglio.

              Il fatto è, come sempre, che i font sgraziati vanno abbinati con intelligenza ai font graziati; mi pare che nell’arte l’abbinamento sia piuttosto felice. Tuttavia, se uno non è un grafico professionista con una buona formazione alle spalle, è meglio astenersi dalle commistioni di famiglie graziate e sgraziate, ed è meglio seguire il consiglio di Tommaso, sicuri di non sbagliare.

              Io ho usato in alcuni miei testi i font sgraziati sia per i titoli, sia per le didascalie, ma anche per evidenziare esempi o altre considerazioni composte senza particolari altre evidenziazioni, come per esempio l’ambiente quote o quotation. In altri testi per i titoli ho usato solo il maiuscoletto e per le didascalie il tondo \small, (sempre graziati) e devo dire che l’affetto a me piace di più. Certamente è una questione di gusti personali, ma questo sottolinea il fatto che l’arte di abbinare famiglie diverse è difficile, e che la psicosociologia è una scienza a “tolleranza larga”. 🙂

              in risposta a: Indice a due colonne e/o a una #90628
              OldClaudio
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                OK, ho confuso io, tu vuoi il nome della lista delle figure nell’indice generale.

                Correggi il secondo argomento; ma non mettere “Indice delle figure” se non cambi anche il titolo delle lista delle figure;
                Alla fine del preambolo ridefinisci il titolo di questa lista e poi in questo \addtocontetsline usa questo nome simbolico.:
                `…
                \addto{\captionsitalian}{\def\listfigurename{Indice delle figure}}% oppure lascia stare la definizione di default e non mettere questa riga
                \begin{document}
                …
                \addcontentsline{toc}{section}{\listfigurename}
                \listoffigures
                …
                \end{document}
                `
                Ti faccio notare che non è vietato mettere l’indice delle figure dopo gli indici analitici,, ma di solito lo si mette dopo l’indice generale e si lasiano gl indici generali per ultimi in fondo al testo.

                Visto che vuoi fare “cose insolite”, credo che ti sarebbe utile avere a portata di mano il manuale di LaTeX, quello scritto dal suo creatore Leslie Lamport, ma tradotto in italiano e commentato; lo puoi scaricare tradotto in italiano dalla sezione Documentazione, sottosezione Guide tematiche di questo forum. Questo manuale si aggiunge alle informazioni contenute nell‘Arte di scrivere con LaTeX che rimane la guida numero 1; il manuale di Lamport la guida numero 2 e la Guida Guit la numero 3 (quest’ultima però e un mattone di quasi 900 pagine) Il libro pubblicato dalla Addison Wesley, The LaTeX Companion, di più di 1100 pagine è il riferimento ufficiale più completo che ci sia.

                in risposta a: Indice a due colonne e/o a una #90626
                OldClaudio
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                  Nota che le linee dei capitoli sono in maiuscolo nero e i rispetivi numeri di pagina ono neri; invece le righe dei paragrafi sono mediamante chiari, i loro numeri di pagina, uno dopo l’altro sono chiari, se non ci fossero i punti guida l’occhio potrebbe sbagliare riga. Con le righe dei capitoli ciò non succede di siscuro.

                  Nota che il discorso dei numeri delle pagine allineati sul margine di destra è una cosa che alcuni apprezzano ed altri non apprezzano per niente. Sa hai guardato l’indice dell’Arte di scrivere con LaTeX, vedi la differenza. Niente puntini in nessuna riga, numeri delle pagine vicino ai titoli.

                  Se tu volessi assolutamente i puntini anche sulle righe dei capitoli potresti farlo ridefinendo il comando del nucleo di LaTeX (in realtà anche della classe con cui componi) che si chiama \l@chapter.

                  Non te lo consiglio: se vuoi sapere perché, scaricati la lunga Guida GuIT dalla sezione Documentazione di questo sito e vai a leggere il paragrafo dedicato ai “leaders”.

                  Che cosa succede nell’ultima riga? È impossibile dirlo senza vedere almeno il tuo preambolo, o almeno un esempio minimo compatibile.Magari riguarda come hai scritto il comando con cui dici di volere il titolo dell’ultimo indice nel file sorgente; forse ti manca una graffa, forse sei indeciso se mettere \con \addcontetsline quella voce nella toc (table of contets, o nella lof (list of figures); occhio! ci vuole solo lof

                  in risposta a: Definire un condizionale come alias di un altro #90749
                  OldClaudio
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                    Ti riferisci a \ifbool e simili? La sintassi di ifthen non mi è mai piaciuta, quella di etoolbox sembra simile. Se posso evito i condizionali con graffe, che poi possono richiedere anche di metterci i %… Trovo molto più elegante e leggibile la sintassi nativa di TeX.

                    Secondo me la sintassi originale di TeX è fragile, perché è facile dimenticarsi di usare un numero sufficiente di \expandafter er non lasciare delle espressioni condizionali aperte.

                    Invece i comandi del tipo \ifcsdef, sono decisamente robusti anche se le due frasi vanno messe dentro due gruppi; garantiscono la robusezza, perché prima viene valutata la verità di qualcosa, poi con di debiti \expandafter viene eseguito con \@firstoftwo e \@secondoftwo solo il contenuto di no dei due gruppi; ciascuno di questi gruppi può contenere altri condizionali. Non dico che si debbano sempre usare quei condizionali lì e le espressioni logiche loro collegate, che rischiano di diventare complesse, ma quello è anche il principio dei condizionali di LaTeX (simili a quello del tuo esempio, ma robusti) come \@ifpackageloaded e simili. Sia quelli di LaTeX sia quello dell’esempio che riporti, pur cominciando con \if, non sono definiti come condizionali, ma come normali macro che, evidentemente, contengono almeno un condizionale al loro interno e, tranne l’esempio che riporti, i fatidici \@firstoftwo e \@secondoftwo. In certi casi ho visto usare il \@firstofone, e in hyperref ci osno anche i 5 \@firstoffive,…,\@fiftoffive.

                    Trucchi che dovremmo usare più spesso quando scriviamo pacchetti. Forse rendono più oscuro il codice, ma certamente lo rendo più robusto. Il codice del tuo esempio riportato da TeXbyTopic dovrebbe quindi essere con etoolbox`\def\ifEqString#1#2{\ifstrequal{#1}{#2}{vero}{falso}}` decisamente più semplice; se poi si mettono due semplici commenti è ancora più chiaro:`
                    \def\ifEqString#1#2{% confronta due stringhe
                    \ifstrequal{#1}{#2}{% vero
                    vero
                    }{% falso
                    falso
                    }}`

                    Non parliamo dei test di babel come [tt]\bbl@afterfi[/tt] e [tt]\bbl@afteresle[/tt] che dovrebbero essere robusti, ma non lo sono, proprio per la mancanza di gruppi.

                    in risposta a: Definire un condizionale come alias di un altro #90747
                    OldClaudio
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                      Mmmm

                      Non vedo la necessità di definire degli alias, specialmente perché ogni definizione di condizionale [tt]\newif\ifpippo[/tt] definisce in realtà tre control sequence [tt]\ifpippo, \pippotrue, \pippofalse[/tt] quindi i condizionali sono particolarmente fragili se non li manipoli correttamente.

                      È vero i condizionali vengono gestiti nella bocca (o negli occhi?) e i rami falsi vengono eliminati subito, in modo che eliminato input tokens direttamente all’origine; così dice il TeXbook in modo molto più elaborato. Invece di definire alias di condizionali, io ho trovato molto comodo gestire e testare l’esistenza di certi condizionali mediante i test definiti da etoolbox, in particolare quelli che fanno rifermento non alla macro ma al nome della macro( in sostanza non a \ifpippo, ma a ifpippo) le cose si gestiscono molto meglio e i comandi sono robusti, molto più robusti di quelli che si hanno con il pacchetto ifthen (ammesso che esista un grado di robustezza; in realtà un comando o è robusto o non lo è; ma è incerto sapere quando si rompe e quando rimane integro. Le regole ci sono, evidentemente, ma le circostanze le oscurano spesso e volentieri).

                      in risposta a: Interlinea solo per una pagina #90727
                      OldClaudio
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                        Tanto per completare, [tt]\linespread{1.241}[/tt] non serve per aumentare lo spazio di avanzamento di riga per il crpo 12pt; serve epr aumentare di quel fattore l’avanzamento di riga che la particolare classe ha stabilito per quel particolare font.

                        Normalmente l’avanzamento di riga è del 20% superiore al corpo; quindi per il copro 10pt l’avanzamento è di 12pt; per il copro 12pt dovrebbe essere 14.4pt, invece di solito è 15pt; dunque se moltiplichi questi valori per 1.241, l’avanzamento per il corpo 10pt diventa di 14.892pt; con il corpo 12pt l’avanzamento diventa 18.615pt.
                        Se vogliamo la spaziatura 1.5 ([tt]\onehalfspacing[/tt]) si riferisce al corpo, invece che all’avanzamento di riga; quindi il danno è minore di quel che si potrebbe temere. Tuttavia, mentre un avanzamento di riga così grande è passabile per le bozze da correggere scrivendo le indicazione nello spazio di interlinea, ma non è tollerabile per la bella copia.

                        Ti ricordo: l’avanzamento di riga, spesso chiamato impropriamente interlinea, è la distanza fra due linee di base di due righe adiacenti composte completamente con lo stesso carattere al quale la classe ha assegnato quel valore di distanza. l’interlinea vera, che prende il nome dalla striscia di metallo che veniva interposta fra due righe di caratteri metallici per distanziare le righe, componendo in corpo 10/12 (le impostazioni normali per il corpo 10pt), vale 2pt; se quel fattore moltiplicativo di 1.241 venisse applicato all’interlinea vera, i 2pt diventerebbero 2.482pt, e quindi la composizione sarebbe fatta in corpo 10/12.482, piccolo danno, ma talmente piccolo che nessuno se ne accorgerebbe.

                        Le definizioni di onehalfspacing e di doublespacing derivano da certe regolazioni che si potevano fare sulle macchine da scrivere meccaniche prodotte negli USA. In Italia le macchine da scrivere meccaniche riportavano dei numeri progressivi che corrispondevano al numero di denti di avanzamento che venivano azionati quando si riportava il carrello a all’arresto di destra; quindi i numeri italiani non corrispondevano a 1.5 e a 2 rispettivamente.

                        in risposta a: Pacchetti inutilizzati #90734
                        OldClaudio
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                          È vero, ma per forza bruta non intendo forza cieca…:wink:

                          in risposta a: Pacchetti inutilizzati #90731
                          OldClaudio
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                            Soluzione di forza bruta.

                            Dopo i primi 4 pacchetti segnalati da Enrico, procedi in ordine e commenta la chiamata a ciascun pacchetto uno alla volta; se la compilazione non va a buon file quel pacchetto era necessario, se la compilazione NON va a buon file puoi eliminare quel pacchetto.

                            Forza bruta ma in pochi minuti te la cavi.

                            in risposta a: Tex Live 2012: disinstallazione. #90610
                            OldClaudio
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                              Hai letto la documentazione di tlmgr? Se non l’hi fatto leggi nella pagina 13 dopo aver aperto la documentazione con texdoc tlmgr dando questo comando da u terminale.

                              Se hai già installato al versione 2013 e vuoi disinstallare la 2012 sta molto attento, perché ti potrebbe succedere di disinstallare la 2013 invece di quella vecchia. In particolare aspetta di leggere il promo messaggio che ti dà tlmgr, senza specificare l’opzione –force, altrimenti non può verificare se stai concellando la versione giusta.

                              Se ti proponesse di cancellare la versione 2013, ovviamente rispondi NO, ma poi per cancellare la 2012 devi essere un maghetto con il sistema operativo perché devi fare credere al sistema operativo che l’ultima versione installata sia quella del 2012.

                              C’è sempre la suzione di forza bruta che ti ha suggerito Enrico; non mi ricordo se per disinstallare un versione vecchia ho tribolato una mezza giornata su una macchina Windows o su una macchina Linux; ma ricordo che la cosa è stata penosa. Se avessi disinstallato prima di installare la versione successiva avrei risolto il problema in due minuti; ora ho imparato al lezione e so che cosa devo fare: disinstallare prima!.

                              in risposta a: problemi Lyx dimensione note, divisione sillabe #90718
                              OldClaudio
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                                Benvenuta Anna.
                                come ti ha detto alegenn, qui sul forum difficilmente troverai aiuto per usare LyX, di cui sconsigliamo l’uso.

                                I motivi sono indicati nel documento L’Arte di scrivere con LaTeX che ti ha cosigliato alegenn.

                                Te ne aggiungo una breve spiegazione, come la vedo io, naturalmente.

                                LyX è solo un editor, non ha niente a che vedere con i programmi del sistema TeX, se non nella sua pretesa di simulare una schermata di editing quello che ti potrebbe venire fuori in seguito alla compilazione; naturalmente si tratta solo di una simulazione, non è un vero editing sincrono come potresti avere con MS Word o con Libre Writer, ma insieme a questi condivide il fatto che nel tentativo di simulare l’output, le sue prestazioni sono limitate. Infatti per ogni pacchetto da usare con LaTeX, LyX avrebbe bisogno di una sua interfaccia per simulare quello che il pacchetto farebbe per conto suo; ma la simulazione è solo una approssimazione del risultato finale, quindi si tratta di uno sforzo del tutto inutile, anzi dannoso.

                                Se usi un editor che non cerchi di perdere tempo a simulare l’output, come TeXworks (dall’interfaccia molto pulita ma scarna per un principiante) o come TeXstudio (dall’interfacci ricca di icone e di barre verticali e orizzontali, che al principiante appare più “amichevole”) ha molta maggiore versatilità e puoi usare le configurazioni di LaTeX nel modo migliore con l’uso di qualunque pacchetto, con la definizione di nuove macro, e puoi davvero essere padrona del modo di comporre, col risultato che il file finale risulta composto molto meglio.

                                Prima lasci perdere LyX (salva il file della tua tesi in formato .tex, e poi dimenticati di LyX) prima vivrai felice.

                                Leggi l’Arte e vedrai che padroneggiare LaTeX senza i bastoni fra le ruote poste da LyX non è difficile, anche se devi consumare un po’ di tempo per leggere quella guida (non occorre leggerla tutta inizialmente, viene sempre il momento per approfondire in un secondo tempo) è tutto tempo guadagnato in seguito.

                                in risposta a: File .pdf con nome diverso dal file .tex #90713
                                OldClaudio
                                Partecipante
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                                  Grazie Enrico, mi hai dato un ulteriore motivo per essere meno ostile ai programmi che fanno tutto…:smile:

                                  Io posso seguire le tue indicazioni, che mi sembrano più comprensibili dei quelle di @Elrond (non ho provato, ma ho qualche dubbio; devo provare e capire meglio perché ci vedo sotto sotto una interazione fra l’editor e il programma di compilazione, tuttavia finché non o provato resto dubbioso…).

                                  Il punto è che mi sarebbe piaciuto sfruttare l’interattività di pdfLaTeX tramite \typein[…]{…} per rendere l’operazione interattiva e indipendente dall’editing del file sorgente. Posso però trasferire questa interattività in un file bat o bash.

                                  Enrico, ero al corrente che il nome del file di uscita è stabilito di norma dal nome del file sorgente e una volta lanciata la compilazione non si può fare più niente; speravo che il linguaggio interno di pdftex (contrariamente a quello di tex) permettesse questo genere di cose, ma la mia attenta lettura del manuale pdftex non mi aveva permesso di trovare niente, speravo che mi fosse sfuggito.

                                  Grazie mille a tutti
                                  Claudio

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