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Tommaso, fai attenzione agli esempi presentati nel sito; non ce ne è uno che rispetti le norme ISO. Capisco che sono solo esempi, ma…Gli assi vano sempre graduati; la graduazione dovrebbe corrispondere alle coordinate che si danno ai comandi sia per le ascisse sia per le ordinate; risultato gli esempi sono incomprensibili; li si può usare solo se copi e incolli quello che scrive lui, ma metteresti nell’Arte della roba che non può servire da modello.
Se il tutto avesse un minimo di coerenza fra quello che si scrive nel codice e quello che appare nell’immagine, sarebbe un pacchetto prezioso.
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Attenta: non sono andato oltre il preambolo, quindi non so rispondere alla tua richiesta,, ma devo farti notare che il pacchetto teubner non è ancora compatibile con xelatex; ci sto lavorando da tempo, ma non è facile conciliare gli accrocchi che avevo realizzato per gestire i miei font greci con codifica LGR e i font greci che si possono usare con xelatex, tutti i font greci OpenType, compresi gli OldStandard che stai usando tu.
Se eliminando la chiamata a teubner ti sparisce anche il tuo problema, tanto meglio, ma non ti ho scritto per risolverlo in questo modo, bensì per dirti solo che con xelatex e i font OpenType non puoi usare teubner.
21 Agosto 2012 alle 19:35 in risposta a: Introduzione alla definizione della geometria della pagina #77221::
Credevo di averlo spiegato bene nell’introduzione al disegno della pagina; evidentemente non mi sono spiegato bene.La gabbia del testo o lo specchio di stampa è quel rettangolo ideale che contine essenzialmente il testo; può contenenre anche le testatine e i piedini se questi sono otticamente “ingombranti” ed è per questo che esistono comandi come \headinclude o \headexclude, \footinclude \footexculde.
Che cosa vuol dire “otticamante ingombranti”? è difficile dirlo con una definizione “euclidea”; ma un esempio vale piì di mille parola: se un piedino è abitualmente vuoto e quando non lo è contiene solo il numero della pagina, allora questo NON è otticamante ingombrante; se invece contiene tutte quelle parti che ci si pososno mettere dentro usando fancyhdr, tipo Dipartimeto, destinatorio del rapporto, data di compilazione, data di revisione, chi ha redatto la versione oriaginale, che ha curato la revisone corrente. eccetera (cose possibili e che richiedono un piedino denso di informazione, specialmente nei rapporti tecnici, allora il piedino è ingombrante. Cose analoghe si possono dire per le testatine; queste di solito sono già abbastanza pine con il titolo del capitolo a sinistra e il titolo del paragrafo a destra; oserei dire che le testaine siano sempre dentro la gabbia, ma non escludo che anche testaine abbastanza ingombranti, ma scritte in carattere medio o chiaro possano stare fuori dalla gabbia.
Nell’introduzione al disegno della pagina verso il fondo ci sono molti disegni che mostrano la gabbia del testo in grigio e le testine e i piedini come rettangoli bianchi; in tutti quei diesegni testaine e piedini sono assunti guori dalla gabbia a meno che non sia esplicitamente detto il contrario.
21 Agosto 2012 alle 15:50 in risposta a: Introduzione alla definizione della geometria della pagina #77219::
Con \geometry puoi impostare i rapporti che vuoi; con \areaset delle classi Koma Script, può scegliere in quante strisce dividere in veritcale e in orizzontale, ma quel processo mette sempre due strisce per il margine esterno e per quello inferire e una striscia per il margine interno e per quello superiore; dunque con quel metodo il rapporto fra i margini è sempre 1:2. Anche Gutenberg, che non conosceva il metodo delle strisce, ma usava una costruzione equivalente, otteneva lo stesso risultato che si ottiene con 9 strisce; una per il margine piccolo, due per il margine grande, in totale tre strisce per i margini, e il doppio per il testo, ciò 6 strisce, per un totale di 9 strisce.Come dice giustamante Enrico, si tratta di una questione di gusti personali; fino ad un certo punto, nel senso che sarebbe tipograficamente errato prendere du strisce per il margine “piccolo” e una per il margine “grande”; il disegno della pagina sarebbe capovolto e sarebbe una porcheria agli occhi di tutti, e se ne accorgerebbe anche il malcapitato che avesse inavvertitamente invertito gli spazi per i due margini.
A me, come gusto personale, piace di più se il rapporto fra la gabbia e il totale dei margini, e la suddivisono dello psazio totale fra i margini abbio lo stesso rapporto di forma della pagina. Ma è una questione di gusto personale, che era condiviso anche da alcuni tipografi di un tempo che usavano questa regola anche per i loro prodotti tipografici. Il metodo va benino quando il rapporto di forma è abbastanza alto, diciamo maggiore di 1,414,; già per la carta di formato americano letter, secondo me non va bene; se la pagina avesse un rapporto di forma aureo (1,618) sarebbe perfetto; con un rapporto di forma più alto la gabbia risulta troppo piccola.
Prima o poi mi decido a misurare i rapporti usati da Gian Battista, sommo tipografo, nel suo Manuale di tipografia; dubito che oggi useremmo lo stesso rapporto, perché i suoi margini sono molto grandi e la gabbia è piccola e incorniciata con un filetto piuttosto nero; erano i gusti della fine del ‘700, inizio ‘800 — oggi farebbe senso. ma varrrebe la pena avere dei numeri da confrontare.
::Ho installato Geany su Windows: simpatico con le sue scorciatoie da tastiera per cancellare, incollare copiare intere righe.
Ho poca esperienza con geany e quel poco mi ha convinto che non mi serve. tuttavia, @robitex, questa tua osservazione mi fa supporre che non usi le scorciatoie da tastiera di TeXworks, che le ha e fanno le stesse cose. Direi anche che ctrl+c, ctrl+v, ctrl+x per fare le tre cose che indichi siano “universali”; solo sul mac invece di ctrl devi premere cmd, ma è un dettaglio insignificante.
@Dr Spencer Reid, anche TeXworks è multpiattaforma come TeXmaker, ma gestisce le codifiche molto meglio; TeXmaker pretende di identificare in automatico le varie codifiche, ma l’unica che azzecca con certezza è la utf-8; tutte le altre le clasisfica come Iso Latin 1, il che può essere corretto, ma può anche essere sbagliato. Le scorciatoie dagli elenchi non mi piacciono anche perché l’ultima volta che l’ho usato (e dopo l’ho scaricato dalla macchina e non mi occupa più spazio utile per altre cose) al posto di È selezionato nella tabella dei caratteri speciali, mi scriveva \`{E}. Per carità, non è questo un difetto terribile, ma gli editor che uso non ce l’hanno: TeXshop e TeXworks. Ho provato anche TeXnicle, bellissimo su un Mac a grande schermo, ma non riesco a produrre nemmeno il più semplice dei file con le sue rigidezze; quando sarà più maturo, magari potrà essere utile. Se poi verrà portato su altri sistemi operativi, tanto meglio; richiede sono un grande schermo, e un laptop non è molto adatto. Kile va bene su Linux; non l’ho mai usato su altre piattaforem; TeXmaker e TeXstudio sono troppo simili per dire quale sia il migliore, ma li ho scaricati entrambi.
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Con il teletype è sicuramente meglio la composizione in bandiera come suggerisce Enrico, ma sillabare il teletype non è impossibile; basta un solo piccolo semplice comando primitivo di TeX (nemmeno di LaTeX) che però nell’Arte sembra fuori luogo. Accontentati della composizione in bandiera; in fondo il teletype è nato per non essere sillabato; se usassi i font del pacchetto cfr-lm, potresti facilmente sillabare il teletyoe a spaziatura variabile lasciando integro non spezzato il teletype a spaziatura fissa. Peccato che i font Latin Modern, anche gestiti con cfr-lm non siano graditi nell’Arte, che per altro usa font bellissimi 😉
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Impossibile non saprei, a difficile senz’altro, molto difficile; pensa a un topic qualsiasi; uno fa una domanda e riceve via via ddieci risposte delle quali una solleva un polverone, su cui si scatenano altre risposte che spesso non hanno nulla a che vedere con la prima domanda; oppure che generano alte domande nello stesso filone. Le risposte cominciano ad intrecciarsi e non si capisce più chi stia rispondendo a chi, sebbene la lettura del filone di discussione sia spesso molto interessante per la varietà dei punti di vista e per la dinamica che nasce da questi dialoghi “in piazza”, “nel foro (romano)”.
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Le note in una tabella andrebbero evitate come ti hanno già detto altri.
I suggerimenti che ti hanno dato (tranne quello di usare \subsection) sono tutti validi.Il motivo per cui \footnote, senza adeguati provvedimenti, non funziona è che lo usi dentro un oggetto mobile. La soluzione che tutti i pacchetti propongono ti risparmiano di sapere il perché e il percome, ma Leslie Lamport stesso (il creatore del markup LaTeX) ha fornito un ottimo modo per usare le le note in una tabella che si rinchiusa dentro una minipage; la mini pagina creata con questo ambiente contiene le sue stesse note; se la mini pagina contiene anche tabular, non ci sono problemi e se a sua volta è contenuta dentro table, la mini pagina viene resa mobile come qualunque oggetto racchiuso dentro l’ambiente table o l’ambiente figure. Leslie Lamport ha anche fornito la scissione di \footnote in \footnotemark e \footnotetext, non necessario ma talvolta utile, per esempio a diversi elementi della tabella si possono applicare gli stessi richiami di nota, cosicché una nota sola vale per diversi elementi (bisogna usare quei comandi con l’argomento facoltativo). I richiami di nota sono indicati con lettere corsive ad esponente e le note vengono scritte alla fine della mini pagina.
Quindi un costrutto del tipo`\begin{table}\begin{minippage}{\textwidth}
\begin{tabular}{…}
…\\
…& 748\footnote{Dato obsoleto} &….\\
…
\end{tabular}\end{minipage}
\caption{…}\label{…}
\end{table}`Evidentemente il tutto va adattato un poco, ma l’idea dei vari pacchetti è questa, cioè di racchiudere la tabella in una mini pagina.
Io, comunque, eviterei note nelle tabelle.
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Per quanto riguarda gli spazietti bianchi nelle graffe, la comprensione del problema ha due facce; da una parte leggere attentamente e non frettolosamente quanto scritto nel capitolo 11, in vicinanza della figura 11.9, dove sono presentati i simboli estensibili. Tra le altre cose c’è scrittoSi notino anche i mezzi delimitatori e i pezzetti che permettono, sovrapponendoli in modo scalato, di disegnare qualunque delimitatore con qualsiasi dimensione sia in altezza per quelli che devono espandersi in verticale, sia in larghezza per quelli che devono espandersi in orizzontale.
Di qui si capisce che quei piccolissimi gap sono le giunzioni dei pezzetti componenti, ma si capisce anche che se ingrandendoli essi non si vedono più, la cosa dipende dalla risoluzione dello schermo (di solito dell’ordine di un punto al pixel, cioè 72 pixel al pollice, o poco più) e da come il visualizzatore del file gestisce la grafica a schermo, in particolare come esegue il filtraggio bidimensionale per rendere meglio l’idea di continuità della rasterizzazione a schermo.
Come vedi alcune cose sono già spiegate nella Guida GuIT, altre dipendono dalla conoscenza che l’utente ha del suo calcolatore personale; questa conoscenza è di solito molto bassa, per cui spiegare come funziona un visualizzatore PDF nella “Introduzione all’arte della composizione tipografica con LaTeX” a me sembra un “fuori tema” assoluto.
Anche gli altri problemini che proponi sono variamente spiegati nell’Arte e nella Guida; basta leggere, capire e agire. Poiché invece molti frequentatori del forum non sanno come accedere alla documentazione (eppure nella Home page del forum c’è chiaramente indicata la sezione di documentazione) e, se vi accedono, restano spaventati dalle 200 e più pagine dell’Arte e dalle 600 e più pagine della Guida, non leggono nemmeno l’indice, dove nove volte su dieci c’è indicato il paragrafo relativo al loro problema, allora capisci che anche una appendice sui problemini più diffusi diventerebbe una appendice inutile, perché non verrebbe letta; o verrebbe letta frettolosamente e superficialmente come nel caso dei gap nei grandi delimitatori.
Il suggerimento di @robitex è un ottimo suggerimento; il tuo contributo, più snello e di poche pagine, potrebbe essere un’ottima risposta ai problemi di intimorimento descritti sopra…
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Aggiungo che caricare inputenc con utf8 dopo gli altri pacchetti che gestiscono font è raccomandabile, ma non è necessario; tutte le impostazioni di inputenc con la codifica utf8 vengono automaticamente differite all’esecuzione di \begin{document} quando tutti i pacchetti che gestiscono sono già stati caricati.Come apparirà su una guida tematica di prossima pubblicazione.
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Infatti le testatine di toptesi non sono da modificare, come non lo sono la quasi totalità delle classi create per uno scopo specifico.Se le tue modifiche sono ragionevoli scrivi all’autore di toptesi, che potrebbe prendere in esame alcune ragionevoli varianti, come lo fece per la facoltà umanistiche dell’Università di Trieste, che non hanno nessuna relazione con le facoltà tecnologiche del PoliTO.
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Non so bene che cosa faresti con una “guida pratica all’uso di questo linguaggio”. Certo le sue funzionalità di macchina di Turing gli consentono di fare cose molto belle, e sul ArsTeXnica di qualche anno fa (vedi ArsTeXnica nella sua sezione, qui sopra) c’è un bell’articolo del prof. Battaia che ha insegnato questo linguaggio ai suoi allievi di scuola secondaria superiore per insegnare loro la geometria facondo costruire loro attraverso il linguaggio PS le varie strutture geometriche che portano alla dimostrazione di un teorema o alla costruzione di certi elementi geometrici, tipo: disegnare le otto circonferenze tangenti a tre circonferenze date.
Tuttavia se è per pura curiosità, lascia perdere, nel senso che perderesti il tuo tempo. Devi avere uno scopo preciso per metterti a studiare questo linguaggio (per me difficile). dove sono le difficoltà? nell’uso dello stack e nella notazione polacca inversa per ogni operazione aritmetica o logica o qualunque altra operazione che il linguaggio consenta. La teoria della notazione polacca inversa la conosco ma trovo difficilissimo il suo uso.Per altro oggi si evita quasi sempre di scrivere direttamente in linguaggio PostScript; per i documenti ci sino degli ottimi traduttori, tra i quali il programma dvips del sistema TeX, che trasforma un file “device independent” in un file PostScript.
Il linguaggio PDF, che è un figlio minore di PS, ma ha acquisito delle funzionalità in più, è altrettanto difficile da leggere, ma per farlo bisogn decomprimere i file, in modo che tutto sia scritto in caratteri ASCII. Apparentemente sono molto diversi, ma le parole chiave del linguaggio PS sono parole intere o anche intere locuzioni verballi o nominali; le corrispondenti istruzioni PDF sono stringhe molto concise di due o tre lettere al massimo (in genrale) Scrivere direttamente in PS o in PDF oggi non lo fa più nessuno a mano, se non quei programmatori che scrivono programmi di interfaccia per evitare ai comuni mortali la fatica di usare quei linguaggi.
I miei sono solo consigli e commenti personali, tu poi fai e decidi come meglio credi: in ogni caso in libreria esistono diversi manuali sul linguaggio PS, alcuni dei quali sono libri di iniziazione, mentre altri sono “reference manuals” per programmatori esperti.
Se la tua curiosità nasce d quelle dipende del 1997 scritte in PS, lascia perdere; Sbagliò chi le scrisse a non traformarle in PDF, avrebbe messo in rete anche parecchi MiB in meno, mettendo in rete lo stesso quantitativo di informazione, e riducendo la fatica dei neofiti per trovare un qualche modo fi leggere quei documenti.
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