Risposte nei forum create
-
AutoreRisposte
-
::
Certamente proverò il file.
Vorrei segnalare che in babel “< e "> non si limitano a mettere i caporali, ma eliminano anche gli spazi spuri dopo i caporali aperti e prima dei caporali chiusi.
Mi piace molto che fra le caratteristiche stilistiche della composizione italiana ci sia frenchspacing.
A proposito delle widowspenalty, clubpenalty e finalhyphendemerits: osservo quanto segue:
1) non so se XeLaTeX usi anche \@clubpenalty; credo di sì perché ho fatto un tracciamento di debug e mi pare di ricordare di aver visto anche \@clubpenalty.
2) \finalhyphendemerits ci vuole assolutamente: mi è già capitato di avere una riga vedova composta solo dall’ultima sillaba di due lettere della parola finale del capoverso: terribile!
Forse i valori di 3000 e 4000 per quelle penalità per le orfane e le vedove sono un po’ alti, ma le vedove sono veramente una pestilenza; le orfane mi dispiacciono un po’ meno ma sono brutte anche quelle.Grazie mille, Enrico
Ciao
Claudio
::
Grazie Enrico degli ottimi suggerimenti.Certo, lo so, per ” si può discutere. è per questo che sto pensando ad un pacchettino personale; io “pirsonalmente di pirsona” non ne posso più fare a meno, ma è probabile che la maggior parte delle persone ne faccia tranquillamente a meno.
Ciao
Claudio
19 Marzo 2011 alle 11:45 in risposta a: impaginazione equation per evitare troppi spazi bianchi #57334::
La cosa dipende anche dal fatto che le equazioni “equation” non dovrebbero mai stare all’inizio di un capoverso; è per questo che ci sono gli ambienti del pacchetto amsmath, tra i quali gather, che ti permettono di raggruppare diverse equazioni, numerate o non numerate, con spaziature fra l’una e l’altra conformai alla natura del tipo di composizione.
::
Polyglossia contiene solo il richiamao alla giusta tabella di sillabazione e definisce i veri contenuti dei comandi \chaptername, \figurename, eccetera; definisce la data in italiano e basta.
Le altre comodità son il doppi apice attivo (detestato da tanti, e apprezzato dai pochi che lo usano, i comandi \ap. \ped, \unit, eccetera per soddisfare alcune delle norme ISO, la virgola intelligente. Forse è giusto che queste cose non compaiano solo per un lingua; ed è per wuesto che devo scrivere un piccolo file .sty che permetta di far funzionare quelle cose anche quando si usa XeLaTeX e si invoca il pacchettino.
::
Dipende: se hai usato la classe article potrebbe essere normale (in realtà con article non pasticciato le figure hanno una sola numerazione che comincia all’inizio del documento e non viene riazzerata mai); se hai pasticciato con impostazioni strane per la composizione delle didascalia (caption) o con i contatori delle figure e tabelle, o simili, la cosa si potrebbe manifestare; ma se hai fatto così i contatori delle figure e delle tabelle dovrebbero venire definiti in modo che contengano tuta la catena gerarchica dei contatori che precedono quelli delle figure e delle tabelle: tipo: Figura 3.4.12 per la dodicesima figura del quarto paragrafo del terzo capitolo. Se questa era la tua intenzione, ripensaci: una numerazione del genere è molto pesante per il lettore.
18 Marzo 2011 alle 8:31 in risposta a: Eliminare quel dannato spazio spurio dopo \ProsodicMarksOn #57240::
Lorenzo, capisco la tua posizione in merito al fatto che il sistema TeX dovrebbe essere privo di difetti e non debba obbligare l’utente a correggere a mano i piccoli difetti che si presentano qua e là.Ma il problema tuo, secondo me, ma posso sbagliarmi, dipende dal fatto che dimentichi che in modo orizzontale gli spazi o i fine riga dopo una graffa chiusa sono significativi; la soluzione di Enrico va in quella direzione; naturalmente se tu metti l’ambiente foreign language dentro l’ambiente sidebyside, la graffa che chiude sidebyside è seguita da un fine riga e questo si presenta come uno spazio spurio. Hai provato, sulla falsa riga del suggerimetno di Enrico a dare i comandi seguenti?
`
\begin{sidebyside}%
\begin{otherlanguage*}{latin}%
\ProsodicMarksOn
ros^a \\
ros=a
\end{otherlanguage*}
\end{sidebyside}
`Io non ho provato (pura pigrizia: non ho voglia di andare a cercare quale pacchetto definisca l’ambiente sidebyside…), ma qualcosa mi fa pensare che quello commento in rosso risolva il problema.
::
Con pdflatex microtype funziona se si usano i font giusti.
Con xelatex per ora microtype non funziona neanche con i font giusti.I font CBgreek NON sono font giusti. Che cosa vuol dire font giusto: vuol dire che per quel font esistono delle tabele che dicono carattere per carattere quanto può protrudere, quanto può venire compresso o espanso orizzontalmente, eccetera.
Io queste tabelle non le ho mai fatte; so che richiederebbero un tempo infinito e non mi ci sono mai messo; preferisco — preferivo fino a ieri — usare il mio tempo in modo diverso.Ieri ho cominciato a trasformare l’Introduzione per renderla compatibile con XeLaTeX. Ovviamente non posso usare microtype nemmeno con i font latini per i quali esistano le tabelle che li rendono giusti, perché la prima uscita di una compilazione xelatex è uno speciale file dvi che dietro le quinte viene subito trasformato in pdf; la cosa è talmente rapida che se si guarda la schermata della console so nota appena un secondo o due di sospensione alla fine prima che si chiuda questa finestra e si aggiorni o si apra la finestra del documento compilato in pdf (suoi nostri Mac).
Quello che ho notato è che lo stesso testo che con pdflatex+microtype veniva perfettamente giustificato, virtualmente senza una sola overfull o underfull hbox, compilato con xelatex senza microtype richiede numerosissimi aggiustamenti a mano, senza contare che polyglossia non fornisce le comodità che offre invece babel per gestire la lingua italiana.
Spero quindi che presto xelatex possa essere compatibile con microtype; nello stesso tempo mi rendo conto dell’importanza dei file specifici per i font greci e magari presto mi metterò a colmare questa lacuna con i CBgreek. Almeno la cosa potrà funzionare con pdflatex, intanto. poi per il resto si vedrà.
::
Che ne diresti di questa?
`
\begin{equation}
S_k=\left\{
\begin{aligned}
&d_kw_k+d_{k+1}\Bigl(\sum_{i\in C_k} h(i)w_i\Bigr)+
\lambda_{k+1}\Bigl( \sum_{i\in C_{k+1}} d_{k+1}w_i\Bigr)+ \dots\\
&\quad{}+ \lambda_{n_{k+1}}\Bigl(\sum_{i\in C_{n_{k+1}}}d_{k+1}w_i\Bigr)
:\lambda_{k+1},\dots,\lambda{n_{k+1}}\in A_{k+1}
\end{aligned}
\right\}
\end{equation}
`Ho tolto il + dalla fine della prima riga, e ho aggiunto un \quad all’inizio della seconda; mi sembra che così si renda meglio l’idea di una espressione su due righe; ma per avere allineato a sinistra ci vuole il segno & all’inizio di ogni riga del contenuto di aligned
::Chi usa Latex non è superiore a chi usa Word. Chi usa Latex ed Emacs, non è superiore a chi usa Latex e Winedit. Chi usa Latex ed enfatizza in corsivo, non è superiore a chi usa Latex ed enfatizza con il sottolineato. Con simpatia.
Nicefrac
Mi permetto di non essere d’accordo con te, Nicefrac; chi usa Word non ha fatto sforzi per imparare a fare qualcosa bene (qualunque cosa si intenda per “bene”); chi usa LaTeX lo sforzo l’ha fatto e ne è stato ricompensato.
Io non uso emaca e ho usato per una quindicina d’anni WinEdt; ma quest’ultimo è restato indietro, ancorato alla piattaforma Windows e alle sue dll; ottima scelta quando Aleksandr Simonic ha cominciato a scriversi un buon editor per comporre la sua tesi, ha avuto successo, è diventata una sua fonte di reddito, ma si è legato le mani e ora non riesce a trasporre le sue eccellenti idee su un programma che sia multipiattaforma. Mi sono dovuto “accontentare” di TeXShop, meno performante di WinEdit, ma adatto al Mac che uso ormai da cinque anni. Emacs è troppo difficile per me e, pur avendo tentato, non si è sviluppato in me quell’ardore che anima molti utenti di emacs e le sue varianti; mi guardo bene a considerali superiori o inferiori o comunque su una qualunque scala di valori.
L’arte della composizione tipografica con LaTeX o con Word è sempre un’arte; con LaTeX è più facile perseguirla, a meno che non si faccia in modo che LaTeX non possa svolgere il proprio lavoro; se in tipografia non si sottolinea, per esempio, non è perché sia difficile inserire i filetti orizzontali sotto alle parole (pensa a quando si componeva in piombo); la sottolineatura è solo una pratica usata in dattilografia, quando le macchina da scrivere non disponevano di nessun altro mezzo per evidenziare qualcosa.
D’altra parte il modo di comporre riflette anche il modo di scrivere: tu usi il verbo enfatizzare, io uso il verbo evidenziare. Non voglio convincerti affatto che evidenziare sia meglio o peggio di enfatizzare; semplicemente sono due modi diversi di esprimersi che si accompagnano a diversi altri modi appartenenti allo stesso registro espressivo.
Però se mi chiedi un consiglio, e sul forum si chiedono consigli, appunto, io consiglierò sempre di non sottolineare per evidenziare alcunché. Un consiglio non è un comportamento da unto del Signore, è semplicemente un consiglio.
Il primo lavoro che ho fatto con LaTeX è stato quello di mettere un filetto orizzontale sotto le testatine, come appariva nel manuale di Lamport (nel lontano 1985); sono riuscito a fare meglio (filetto a distanza costante, indipendente dai discendenti delle lettere minuscole che compaiono nella testatina) di quel che aveva realizzato Lamport: almeno questo è quello che pensavo 26 anni fa. Oggi non sarei così convinto; mutan coi tempi i saggi lor consiglio (ammesso che io possa considerarmi saggio).
L’importante è avere dubbi e cercare di risolverli studiando, provando, confrontandosi, correggendosi, sbagliando, accettando i consigli altrui.
::
Il numero della pagina non è noto finché la pagina non viene accodata al file di uscita; tuttavia il numero dovrebbe essere noto (è un’ipotesi) nel momento in cui il programma di composizione comincia ad eseguire la routine di uscita; per cui ptrebbe funzionare questo codice:
`
\begin{figure}
…
\ifodd\value{page}\makebox[\textwidth][l]{\includegraphics[…]{}}\else
\makebox[\textwidth][r]{\includegraphics[…]{…}}\fi
…
\caption{…}
\label{…}
\end{figure}
`\se non funzionasse si potrebbe lavorare sul numero di pagina che compare nel label, e verificare quel numero. Solo che le macro di basso livello che bisogna creare sono diverse a seconda che si usi o non si usi il pacchetto hyperref. Se non lo si usa, il numero di pagina è il secondo di due argomenti di una certa macro interna; se lo si usa il numero di pagina è il secondo di 5 argomenti di una certa macro.
::Inoltre questo link è semplicemente il numero dell’elemento, quindi nel mio caso 1.1
Io vorrei rendere cliccabile “tabella 1.1” cioè anche la parola tabella.
Al momento il codice è
`\ref{tab:simbologiaLogicaPrimoOrdine}`
Si può fare qualcosaSì si può fare qualcosa; devi definire \tableautorefname e devi usare \autoref al posto di \ref, ma per fare le cose bene devi leggere la documentazione di hyperref;comando da terminale:
`
texdoc hyperref.pdf
`
devi specificare l’estensione altrimenti fdi default texdoc ti apre manual.pdf relativo al pacchetto hyperref.
-
AutoreRisposte