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Mi fa piacere che lmodern ti abbia risolto il problema, ma la soluzione vera sta specialmente nell’aver specificato la codifica T!, l’hai fatto vero? se non l’hia fatto e hai risolto ugualmente il tuo problema, allora sei fortunato (cioè il risultato è frutto della fortuna).Le legature fi ffi, fl e ffl sono presenti sia nei font CM (codificati OT1, la codifica di default e font di default), sia nel font CM-Super (codificati (T1, e usati di default quando specifichi la codifica T1), sia nei font Latin Modern (usati se specifichi l’uso di questa collezione di font sia in codifica OT1, sia in codifica T1 sia in altre codifiche). Quindi non è la questione se i font contengano quelle legature (tutti i font che ti ho indicato le contengono); dipende da come interagiscono la specifica della codifica utf8 a inputenc, con la codifica specificata all pacchetto fontenc; e dipendono dal fatto che copiando e incollando si copi e incolli anche la legatura oppure si incollino i caratteri slegati.
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Il file creato da bibtex o da biber, con il file sorgente della bibliograifia contine il comando \chapter o \chapter* a seocnda dei casi, oppure \chapter* e poi l’auotre agginge \addcontentsline per mettere l’informazione anche nell’indice generale.
In questo modo ogni volta che compili la bibliograifa con bitex o con biber si viene creato un nuovo file e le eventuali modifiche apportate al file precedente svaniscono e edovrebbero venire iapplicate.Quindi invece ci aggiungere a mano la sottolineatura (vedi sotto) ai titoli dei cpaitoli ti conviene usare un pacchetto che te li cambi tutti ridefinendo i comandi interni, mi pare che sectsty faccia al caso tuo; leggi la documentazione dando da terminale il comando texdoc sectsty.
Per quanto riguarda la sottolineatura io non la considererei tale se fosse a distanza fissa e abbastanza distante dal titolo di cui costituisce una deconrazione (di dubbio gisto, ma i gusti sono gusti, come si sa bene). Tanto epr intenderci in tipografia non si sottolinea niente, basta cambiare font per mettere in evidenza quanto a mano o con le vecchie macchine da scrivere veniva sottolineato. In tipografia è consentito usare delle decorazioni; tutto sta a vedere se tali decorazioni sono di buon o cattivo gusto, ma come dicevo sopra, è una questione di gusti.
Se metti una decorazione costituita da un filetto orizzontale che prenda tutta la larghezza della gabbia di stampa, che sia distante dalla riga di base dell’ultima riga del titolo di uno spazio confrontabile con il corpo usato per comporre il titolo (quindi non adiacente all’ultima riga, ma distanziato in modo evidente), allora questo filetto non costituisce una sottolineatura ma una decorazione che separa visivamente il titolo dal resto del contenuto della pagina.
Io ne farei a meno, ma una decorazione come, ad esempio, un asterismo (tre asterischi sufficientemente spaziati l’uno dall’altro), centrati nella giustezza e distanziati dal titolo e dal testo sottostante, potrebbe svolgere una decorazione migliore; naturalmente, trattandosi di una decorazione, la distanza fra gli asterischi e fra questi e i testi sopra e sotto vanno determinati sperimentalmente in modo che l’occhio sia soddisfatto; sempre una questioni di gusti.
::Tempo fa mi sono trovato in maiuscoletto gli autori delle voci bibliografiche composte in francese
Il maiuscoletto per i nomi è lo standard francese; a me non dispiace, anzi lo preferisco ai nomi scritti in modo “normale” e mi piace che siano anche in maiuscoletto nei richiami del tipo autore anno. Certo quello che non va è cambiare stile nella composizione dei nomi in una bibliografia; ecco perché io userei il maiuscoletto sempre; per l’italiano è facoltativo, così come per altre lingue; per il francese è obbligatorio; quindi se il maiuscoletto è di default per tutti, si taglia la testa al toro e non ci sono più disuniformità di stile.
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Sì, in effetti geometry, se il driver e quindi il programma di composizione è pdftex (il motore di pdflatex), provvede a caricare le due variabili \pdfpagewidth e \pdfpageheight con in valori correnti specificati mediante le opzioni sia a geometry sia alla classe; la soluzione di Enrico è semplice, semplicissima, elegante e non richiede la conoscenza dei meccanismi interni del funzionamento di LaTeX2e né di pdftex o xetex o luatex o latex o…; inoltre vale sempre (ma implica il caricamento di poco più di 1100 righe di codice) mentre quello che ti ho suggerito io di fare espressamente nel preambolo è altrettanto semplice e richiede la scrittura di 2 righe di codice.
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Non è una impostazione automatica, quindi la devi specificatre tu nel preambolo:`\pdfpagewidth=\paperwidth
\pdfpageheight=\paperheight`
È una di quelle impostazioni di cui ci si scorda sempre, una volta installato il sistema TeX, perché fra le varie impostazioni c’è scritto anche di specififare il formato di default della carta; questa specificazione va a finire nel file di configurazione del programma pdftex (texlive/2013/texmf-config/tex/generic/config/pdftexconfig.tex).Se apri questo file vi trovi scritto fra altre cose:`\pdfpagewidth=210 true mm
\pdfpageheight=297 true mm`e i valori specificati in millimetri veri sono valori assoluti; quando specifichi l’opzione a5paper imposti la dimensioni della carta per il programma di composizione, ma non lo comunichi a pdflatex, solo al generico programma di composizione, che pottebbe essere latex, invece che pdflatex. Quindi tocca al compositore preoccuparsi di informare pdflatex che le dimensioni della pagina effettiva sono diverse da quelle di default, Se usi le specificazioni che ti ho sugggerito allinizio, quelle vanno bene sempre, anche se specificassi letterpaper oppure b5paper o qualsiasi altro formato.Questo è quello che avviene con le classi standard; ci sono altre classi, come memoir, che hanno una gestione complessa della carta(stockpaper, page, paper, eccetera) e consentono di gestire queste cose in modo un poco più complesso a secondo di quel che si vuo, fare; per esempio si potrebbe scegliere al carta A4, per scriverci pagine A5, da imporre a coppie sul foglio A4 in landscape, per poter comporre libretti più piccoli semplicemente piegando le pagine; le possibilità sono molto numerose, ma bisogna leggerne la documentazione per sapere esattamente come fare.
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Il problema si ripresenta regolarmente nonostante la specifica della codifica utf8 per il file sorgente e la codifica T1 epr il file di uscita; e la causa è la legatura.Allora può darsi che il rpoblmea si semplifichi con la codifica T1 per l’uscita, ma ne ho seri dubbi; il problema si risolve stando attenti che nel file sorgente non compaia la legatura.
Mi spiego meglio: quando si usa la codifca utf8 questa non viene immediatamante seguita dalla lettura del file *enc.def come per le altre codifiche a 8 bit; essa viene dilaziona al momneto del \begin{document} quanto tutto ciò che riguarda i font è già stato specificato; a quel momento sono note tutte le codifiche da usare per le uscite; OT1, T1, LY1, eventualmente LGR, T2A, eccetera. A quel punto vengono ricodificati tutti i caratteri utf8 codificati con più di un byte e che sono presenti nei font di uscita; quindi, se vogliamo, anche la legatura fi, o ffi, o fl, o ffl possono venire codificate correttamnte, in quanto non appartengono alla serie di font a aASCII codificati a 7 bit, che formano al prima mezza pagina dei font UNICODE.
Quando però copi da un file PDF avendo composto con un font che non è UNICODE, come succede per i fotn Type1 che si usano con la codifica T!, meno che mai con i font LGR ecc., vengono copiate delle legature che erano presenti in quei font, ma che non corrispondono a codici né unicode né a nessun’altra codifica. Se incolli questi caratteri in una finestra di un editor che per sua natura no usa di default le legature, probabilmente nella finestra di editing il carattere appare correttamante, ma successivamente il pacchetto inputenc con l’opzione utf8 non riesce a convertirlo nella sequenza dei due o più byte che corrispondono alla legatura T1, e quindi componendo appaiono caratteri strani. Oppure appare il warning che il carattere fi (legato) non ha un corrispondente e non può essere codificato. risultato restano nel flusso di caratteri da inviare all’uscita nel documento composto due o più bite che non hanno nessuna significato epr gli umani.Se si esamina con molta attenzione il file dove si è copiata la legatura, la si cancelli sostituendola con i due caratteri slegati, e tutto file liscio; questa operazione può venire eseguira con un find&replace globale, cosicché non si sostituisce una sola istanza, ma si sostituiscono tutte le istanze dei caratteri legati.
Non è tutto esatto quello che ho scritto, ma rende l’idea. Il fatto che a @franen sia andato tutto a posto esplicitando la codifica T!, secondo me è un caso, mentre non sarebbe, anzi non è un caso se la cosa si è aggiustata da sola perché usa un editor diverso con un diverso font’d’entrata e quindi salva i caratteri immessi i modo diverso.
Capisco che questa spiegazione sia complessa e volutamente imprecisa, perché sarebbe troppo complicato verificare quello che ho detto andando a leggere i codici dei vari pacchetti nominati e i file .def o .dfu coinvolti nelle specificazioni di codifica, ma sostanzialmente la cosa dovrebbe essere chiara: quando succedono queste cose, si eseguano delle sostituzioni globali dei glifi legati con i corrispondenti caratteri slegati.
PS: dopo aver inviato il messaggio precedente, sono andato ad aprire il file t1enc.dfu che viene usato da input enc per mappare i caratteri UNICODE in entrata nei comandi interni di LaTeX per gestire quei glifi; il file si trova (con Texlive) in texlive/2013,texmf-distr/tex/latex/base/
Se si scorrono le varie mappature non ce ne è nessuna per gestire le legature, perché in effetti non dovrebbe essercene bisogno; le legature sono una proprietà del font, non una proprietà della codifica.
::illinguista1972″ post=89925
In realtà la funzione che dici, o Claudio 🙂 , viene svolta anche da altri editor. Uno di questi, solo per Mac, è Latexian, a mio modesto parere pessimo. Lo provai a suo tempo, e vedevo con piacere che dopo qualche secondo il PDF si aggiornava anche senza rilanciare pdftex. Ma credo che il progetto si sia arenato. Come, del resto, si è arenato TeXworks, che non conosce aggiornamenti significativi da troppo tempo. E ce ne sarebbero da fare, credo. Pazienza.Un altro editor, sempre per Mac, da tenere sotto controllo, per me, è Texpad. Costa poco ma secondo me va alla grande. Diverso da TeXShop per chi ci è abituato, ma ugualmente scarno. Molto interessanti le preferenze e il concetto di typesetter. In pratica, si può scegliere con un semplice pulsante di avviare alcune catene di composizione come quelle che permette di attivare arara. Direi che non è male. Esistono video dimostrativi sul sito. Provatene la versione di prova, e dite le vostre opinioni.
Certo, si paga, anche se poco, ma forse sono soldi ben spesi. Bisognerebbe impegnarsi provare a usarlo per un progetto di una certa dimensione. Poi si vede come va.Ciao
TommasoSì, lo so, ed è per questo che ho provato Latexian e l’ho subito scaricato.
Ho anche comprato TeXpad, buono, ma non entusiasmante; sul Mac preferisco di gran lunga TeXShop; è anche una questione di abitudine, ma è anche questione di supporto; Richard Kich mi ha sempre risposto in occasione dei quesiti e dei presunti bug che gli ho segnalato, e ha eseguite delle modifiche, non direi espressamente per me, ma certamente su mia iniziativa. TeXwork sarebbe eccellente se…; Il suo pregio maggiore è quello di essere multipiattaforma e di gestire le codifiche in modo superlativo. Ma per il lavoro quotidiano preferisco TeXShop. Semplice, pulito, il primo a inventare le righe magiche; non saprei come fare senza di esse e mi fa piacere che siano subito state estese a TeXworks e a TeXstudio, non so se anche a Texmaker, che uso troppo poco; Mi pare che anche TeXpad le sappia riconoscere, almeno in parte.
Ma non userei mai BakomaTeX.
::Tra l’altro mi pare che l’ultima versione di LuaLaTeX permetta finalmente di spaziare il maiuscoletto. Ottimo!
Mah, questa funzione essenziale di spazieggiare il maiuscolo e il maiuscoletto sembra una cosa della quale non si possa fare a meno.
Con pdflatex questa funzionalità è arrivata con microtype.
Con xelatex microtype funziona a regime ridotto, perché non esegue l’espansione, ma la spazieggiatura la fa lo stesso grazie alle funzionalità dei font OpenType.
Con lualatex, a parte il fatto che possa spazieggiare direttamente, senza intermediari, funziona microtype a pieno regime e gestisce anche i font OpenType.Forse non uso abbastanza la spazieggiatura per rendermi conto di quanto sia importante; eppure nel passato relativamente recente, c’era chi diceva che chi spazieggia dovrebbe essere trattato come chi ruba le pecore (in Inghilterra l’abigeato un tempo era punito con l’impiccagione!). Io non la trovo una cosa cosi abominevole, la spazieggiatura intendo, ma non la pratico mai.
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Bakoma TeX, così come il buon vecchio Textures per il Mac, cercano di rendere sincrona la compilazione, nel senso che ti tengono accanto alla schermata di editing anche la schemrata di preview compilando di continuo in modo da avere la schermata di preview aggiornata quasi in tempo reale; con un software estrinsecamente asincrono come quello die programmi di composizione del sistema TeX, quei due software, Bakoma TeX e Texture fanno tutto il possibile per dare la sensazione del “what you see is what you get..
In realtà qualunque utente che non sia stato colpito dal virus mentale del WYSIWYG, anche se usa quei programmi, ne disabilita la compilazione continua o si rivolge ad altri editor.Texture è apparentemente defunto, perché l’azienda che lo produceva per il Mac ha avuto un grave disastro (mi pare che sia andato a fuoco tutto quanto, come apparentemente succede spesso negli USA — a me non sembra che in Italia e in Europa ci siano tanti incendi disastrosi come negli usa — forse è una impressione errata, ma…).
Quindi BakomaTeX sembre essere rimasto l’unico o uno delle poche GUI (interfacce grafiche per l’utente) che svolge quella funzione. L’unico svantaggio è che il processore e il sistema operativo ne vengono sovraccaricati, quando invece i processori moderni lavorano in multiporocessing e quindi devono dividere le loro attività su ogni calcolatore in un numero di processi che va da 50 a 100; non importa quale sia il sistema operativo; tutti gestiscono un numero inimmaginabile di processi simultaneamente, ricorrendo sia ai vari core, sia all’uso sfrenato della memoria RAM. Con una RAM molto grande (oggi si vendono calcolatori personali di varie marche che hanno normalmente 4GiB di RAM, ma se ne vendono anche con 8GiB di RAM); nel mio calcolatore con 4GiB da quando ho avuto un aggiornamento del sistema operativo, noto una certa lentezza di reazione ai comandi sia da tastiera sia attraverso el varie GUI dei vari programmi, mentre con la versione precedente la risposta era sostanzialmente immediata. tutta colpa della RAM diventata improvvisamente troppo piccola per il nuovo sistema operativo.In conclusione usa pure BakomaTeX, se le funzioni dell’editor ti piacciono, ma disabilita la sincronicità, attivandola sporadicamente, quando fai gli ultimi ritocchi.
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Nel documento Saper Comunicare (distribuito agli studenti del Politecnico di Torino) e scaricabile anche dalla sezione Documentazione di questo sito, c’è una lunga tabella di simboli matematici e in particolare si parla anche di matrici coniugate, trasposte, associate e paraconiugate, quali vengono usate nella matematica delle sciente sperimentali. Seguono le norme ISO e quelle CEI; ma i matematici per la loro matematica pura non sono tenuti ad osservarle; la norma ISO specifica “per la fisica e la tecnologia”, quindi dipende da te se seguirle o non seguirle.Non dico che l’ortografia matematica dei matematici sia ambigua, per carità, ma se insegni ad allievi che ancora non conoscono bene la differenza fra l’ortografia matematica per la matematica e quella per la fisica e la tecnologia, io mi permetterei di suggerire l’uso di quest’ultima ortografia, cosi da non confondere, per esempio, il segno di differenziale con il simbolo della distanza, dello spessore, e di un’altra manciatina di grandezze fisiche indicate con la `d’; per non confondere la costante e=2.718281828459045… con la carica dell’elettrone, o la costante i, unità immaginaria, con la corrente elettrica, e via di questo passo. Per una persona esperta queste distinzioni probabilmente non sono necessarie perché capiscono dal contesto, ma per gli allievi di un liceo scientifico potrebbero essere di grande aiuto.
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\input o \include, con le loro sostanziali differenze sono entrambi usabili;\include ti permette di eseguire una compilazione selettiva, senza sostanzialmente cambiare il main file che include tutti gli altri, ma facendo sì che i riferimenti incrociati siano rispettati almeno per i file già compilati almeno una volta. il file principla edeve contenere nle preambolo il comando \includeonly{…} il cuoi argomento contiene la lista dei file da compilare.
Il tutto è spiegato:
1) nella guida tematica Il LaTeX Reference Manual commentato e tradotto in italiano scaricanile dalla sottosezione delle guide tematiche della sezione Documentazione di questo sito;
2) nella guida L’Arte di scrivere con LaTeX da scaricare dalla sezione Documentazione
3) la cosiddetta Guida GuIT da scaricare dal sito Documentazione.Naturalmente l’approccio della classe standalone è validissimo e raccomandabile; una volta compilata ogni tabella e figura in modalità standalone, le immetti con \input e non rallenti più la compilazione. Come ti ha suggerito @alegen, leggi la documentazione di standalone dando da terminale il comando texdoc standalone
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Non ho nessun motivo di dubitare dei tuoi relatori e collaboratori. Riferivo un brutto esempio macroscopico di mala-università che per quel che mi risulta è più diffuso di quanto non si creda.Se tu avessi spiegato fin dall’inizio la necessità di usare Google Drive che accetta solo formati docx e odf (cioè in sostanza varianti del formato XML) allora credo che ci si possa rivolgere a programmi come lualatex, che se non sbaglio ha fra i suoi formati di uscita anche l’XML; mi pare di avere letto qualcosa del genere anche a proposito di ConTeXt mk-iv, ma il mark-up di ConTeXt è molto diverso da quello di LaTeX.
Poi trasformare l’XML in docx o in odf/odt non dovrebbe essere un grosso problema.
Ma quello che osservo, se lo scopo finale è quello di co-operare con i commenti e modifiche praticamente in tempo reale, allora il problema non è tanto quello di trasformare il sorgente LaTeX on docx, quanto quello di trasformare il file docx di uscita in file pdf, sia perché solo questo formato, soddisfacendo ad opportune restrizioni, può essere archiviabile, sia perché consente la composizione tipografica in modo corretto; sia chiaro, anche Word e LibreWriter e OOoWriter possono essere usati per comporre tipograficamente in modo corretto, ma bisogna saper usare i relativi programmi in modo perfetto e molto avanzato, cosa che poche persone sanno fare; mentre con LaTeX anche dei dilettanti come noi — scusate, volevo dire: come me — possono farlo senza grossi sforzi.
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