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Per il primo problema usa
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\markboth{Introduzione}{Introduzione}
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DOPO il comando \chapter*; una cosa analoga dopo il capitolo asteriscato delle conclusioni.Per il secondo problema: mah, non lo so, perché non uso mai minitoc (che per altro sconsigliamo spesso di usare); però mi fa specie che tu divida l’introduzione e le conclusioni in sezioni, sottosezioni eccetera, tanto da avere bisogno di una “scaletta” iniziale (il mini indice) per aiutare il lettore a districarsi. Di solito l’introduzione, se è solo una presentazione del lavoro, non è un capitolo numerato, ma è lunga un paio di pagine non sezionate. Se invece l’introduzione è da sezionare, perché vi si parla di molte cose fra loro da distinguere con sezioni titolate, allora deve essere un capitolo numerato. A me pare che un capitolo conclusivo tanto complesso da dover essere sezionato, non sia un capitolo conclusivo, ma un capitolo che merita un titolo più adeguato e il numero.
Pensaci; la mancanza del numero probabilmente è la causa dell’apparire del mini indice del capitolo precedente.
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A me risulta normale che il primo autore sia elencato cominciando con il cognome, perché l’elenco alfabetico viene fatto sulla base del cognome del primo autore; se nonostante l’ordinamento per cogome, nell’elenco bibliografico il primo autore fosse elencato con il nome prima del cognome, l’elenco apparirebbe disordinato e comunque, in mancanza di label numerici, sarebbe quasi impossibile trovare il testo scritto da Abele Zuzzurro, visto che sarebbe l’ultimo dell’elenco 🙂
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Lo puoi fare se usi XeLaTeX come motore di composizione; non puoi farlo con pdflatex e meno che mai con latex, perché nessuno dei font che loro usano contiene quel disegno.
Oppure usi tikz e te lo disegni; non è difficile: peer esempio:
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\newcommand\MacCmd[1][2.5pt]{\tikz[x=#1,y=#1,thick]{\draw (0.5,-1)–(0.5,1);
\draw(-1,-0.5)–(1,-0.5);
\draw(-1,0.5)–(1,0.5);
\draw(-0.5,-1)–(-0.5,1);
\draw(-0.5,1) arc(0:270:0.5);
\draw(-0.5,-1) arc(0:-270:0.5);
\draw(1.5,1) arc(0:-90:0.5);\draw(1.5,1) arc(0:180:0.5);
\draw(1.5,-1) arc(0:90:0.5);\draw(1.5,-1) arc(0:-180:0.5);
;}%
}
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e lo puoi usare semplicemente mettendo nel testo \MacCmd\ oppure \MacCmd[.5ex] o qualunque altra dimensione esplicita ti piaccia; con 2.5pt il disegno si adatta benissimo la corpo 10pt.
Naturalmente devi caricare nel preambolo il pacchetto tikz.E se non ti piace questo disegno lo puoi rifare come meglio ti piace; per esempio con linee leggermente più spesse, o con archi di raggio maggiore.
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Ottimo, ma per fare questo non ti occorrono né i font Times, né la spaziatura doppia, né il corpo normale di 14pt. Le cose che vuoi fare, sono utilissime, ma ti basta far sì che tutte le parti di quel testo ti vengano fuori in modo corretto; non importa che le pagine escano identiche; poi quando sarai più pratico potrai fare anche esperimenti di alta acrobazia, ma per ora è già abbastanza difficile, e comunque molto utile, cercare di rifar venir fuori la tesi del tuo amico, e mostrandogliela, potergli dire: “vedi: è così che l’avresti dovuta fare”. 😉Le raccomandazioni del mio messaggio precedente sono perché tu ti astenga dal fare quelle cose non quando ti eserciti per imparare, ma quando produrrai davvero i tuoi documenti.
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Per cambiare corpo puoi usare una delle classi extbook, extreport, extarticle, eccetera e specifichi l’opzione 14pt nello statement \cocumentclass.Altrimenti uoi usare la classe memoir che ti permette di arrivare fino a 60pt.
Detto questo, ho risposto alla tua ultima domanda.
Ma questo non mi esime dal dirti: NON LO FARE!
Passi per il font Times. Non passa affatto la spaziatura doppia, che è una pratica da macchina da scrivere, o da Word, non per LaTeX che vorrebbe (e ci riesce) comporre in modo tipografico molto bene, se non gli si danno dei comandi d word processor.
Il corpo di default di 14pt è molto grande; può andare bene per la lettura di un documento da parte dei bambini di prima o di seconda elementare; può andare bene per una persona con grossi problemi di vista (e purtroppo ci sono molti anziani in queste condizioni). Ma tolte queste particolari destinazioni dello scritto, scrivere in copro 14 denota l’inesperienza tipografica di chi l’ha fatto.
Poi se vuoi comporre documenti che sembrino composti con Word o con Writer, perché non usi Word o Writer?
23 Marzo 2012 alle 21:19 in risposta a: File come pattern di sillabazione richiamandolo da documento #71454::
Anch’io aggiorno ogni sei mesi la mia copia di Ubuntu; ma ogni volta installo la TeX Live completa accanto alla TeX Live/debian di default; e aggiornando il sistema operativo la mezz’oretta che si consuma per installare al TeX Live completa bisogna spenderla lo stesso.Oppure tieni la tua distribuzione del sistema TeX e gli altri programmi personali su un dico a parte (esterno o interno) e l’unica coa da fare è montare il disco e aggiornare il PATH.
Le tua versioni personali, poi, te le aggiorni quando vuoi, ma non è la possibilità di installare i pattern per l’italiano durante la compilazione di un documento ti possa aiutare tanto; oltretutto è impossibile con pdfLaTeX e XeLaTeX; sembra che sia possibile farlo con LuaLaTeX, ma non ci giurerei.
23 Marzo 2012 alle 21:12 in risposta a: Usare di default font con/senza grazie che preferisco #71489::
OK, sarei il terzo a dire che la buona tipografia non usa font diversi dal disegno diverso se non per le tre famiglie di font principali; il fatto che Latex usi dei font di default diversi dai soiti times, Helveticca e Courier, non è un caso, perché per la buona tipografia occorrono font con i corpi ottici, e non un solo font di corpo 10pt da ingrandire e rimpicciolire a piacere; e la stragrande maggioranza dei font commerciali arrivano disegnato per uns olo corpo, e in scala unitaria possono anche essere gradevoli. poi se devi scrivere della matematica la maggior parte dei font commerciali non ce la fanno proprio. Ecco perché per usare font di default è meglio usare pacchetti preconfezinati, come txfonts, pxfonts, mathpazo, mathptm, e simili. usare il pacchetto iwona permette di sostituire solo la famiglia senza grazie, con un font gradevole, ma con il quale bisogna astenersi dal comporre matematica. nell’Arte, poi vengono usti i font Euler per la matematica, che son gradevoli, ma non servono per scrivere la matematica delle scienze applicate e della tecnologia, perché non disitnguono il corsivo matematico da una forme diritta sufficientemente diversa. Nell’Arte se ne parla, anche se gli autori sono (giustamente) innamorati dei font Euler; per quel testo sono abbastanza adatti.Perché con Word fino a poco tempo fa non si poteva comporre la matematica in modo decente? perché i font Times, Helvetica, Courier, non erano adatti, e nemmeno Arial, Verdana, e compagnia.
Da qualche tempo Word dispone del font Cambria che permette una composizione decente, ma sempre anni luce distante da quella che si può ottenere con LaTeX.Tuttavia, tanto per tornare in tema, la buona tipografia richiede che si usino due, talvolta tre famiglie di font; la terza occorre solo in casi specialissimi, trattandosi dei font a spaziatura fissa, che servono per scopi particolari. Ogni famiglia sarebbe bene che fosse dotata della serie nera e della seria di media nerezza, e in ciascuna serie un font diritto e un font corsivo o inclinato.
Il testo da leggere continuità, dicono i sacri testi dei maestri tipografi e book designer, deve essere con grazie; i font senza grazie possono venire usati per i titolini, i titoli correnti e simili brevi testi, ma non per testo da leggere con continuità, non per brani lunghi di testo.
Vedi quindi che con LaTeX non si fa come con Word; certo le famiglie si possono scegliere, ma non si può fare una “ratatouille” di font in un documento, come si può fare con Word.
L’Arte sta bene così; quando si sarà diventati abbastanza esperti da poter scegliere in font con cognizione di causa, allora si sarà anche abbastanza esperti per trovare la documentazione tecnia, per consultarla, capendo i pro e i contro, e si saprà come creare anche un testo in LaTeX contenente un catalogo di font. Prima è meglio affidarsi alle impostazioni di default, abbandonando il mito dei Times, Helvetica Couriier, ma continuando a comporre tsti e anche continuando a esaminare con occhio “tipografico” i testi che capitano per le mani cercando i scoprire se le scelte fatte dalla casa editrice sono indovinate, facili da leggere, con il giusto avanzamento di riga (generalmente chiamato impropriamente interlinea), eccetera; solo in questo modo si affina il gusto e si possono fare la scelte adatte per i font da usare nei propri documenti.
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A te può non piacere, ma è quello che non solo fanno tutte le case editrici, che piuttosto evitano il numero della pagina nella pagina iniziale del capitolo (in effetti lo scopo per il quale si mette un numero in ogni facciata, serve per cercare qualcosa usando el informazioni dell’indice, non per sapre a che pagina si è arrivati nella lettura — il titolo del cpaitolo, così evidente, attrae l’attenziano molto meglio di un numerino di pagina).Anche i book designer più quotati consigliano di usare uno stile di pagina diverso per la pagina iniziale dei capitoli.
Poi fai tu.
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Il tuo messaggio è arrivato nel cuore della notte, e non dico di essere stato sveglio tutta la notte, perché sarebbe una bugia immensa, ma ci ho pensato a lungo. sono arrivato alle stesse conclusioni di Enrico con l’aggiutna di qualche cosetta.Divisa al bibbia in tanti file quanti sono i capitoli, ciascuno colo nome ottenuto agglutinando la sigla del libro col numero del capitolo (per esempio Mt2.tex), lo stesso programma (esterno a TeX, per esempio ono script perl, o python, o simili) dovrebbe provvedere a cirodare ogni versetto con le graffe precedute da un \@namedef{numero del versetto>}. In questo modo i 1000 file o giù di lì che si creerebbero sul disco, sarebbero tutti di dimensioni modeste e completamente marcati con il markup di LaTeX.
Il comando \branobibbia[opzioni]{Mt:2,5-16} oltre a scrivere il titolino “Dal Vangelo di…” e poi in fondo “Parola del Signore”, dovrebbe aprire un gruppo dove si imposta \makeatletter, poi
0) dovrebbe separare la stringa Mt:2,5-16 nelle sue componenti Mt, 2, 5-16 mediante l’uso dei comandi delimitati; al fine di generare il nome del file a leggere e di definire il versetto iniziale e quello finale;
1) importare con \input il file Mt2.tex
2) verificare se c’è un intervallo di versetti da comporre o se ce ne è uno solo
2a) se ce ne è uno solo, deve eseguire \@nameuse{}
2b) se c’è un intervallo di versetti da scrivere deve eseguire un ciclo \@for, del nucleo di LaTeX, impostato con il numero iniziale e quello finale in modo da ripetere il ciclo il numero giusto di volte per eseguire iterativamente il comando \@nameuse{}
3) chiudere il gruppo ed eseguire le operazioni finali, tipo scrivere “Parola del Signore”.L’uso del gruppo fa sì che le definizioni eseguite con \@namedef con l’input del file del capitolo spariscono dalla memoria appena chiuso il gruppo; quindi l’operazione può tranquillamente essere ripetuta per ognuna delle tre lettura senza pericolo di sfondare la main memory del motore di composizione. Ci sarebbero anche alcuni dettagli da mettere a punto per i “libri” brevi non divisi in capitoli, come alcune lettere degli apostoli, ma sono dettagli rispetto all’intera operazione. Un altro dettaglio da mettere a punto potrebbe essere il testo da usare per il titolino: “Dal libro della Genesi”, “Dal libro dell’Esodo”, “dal libro dei Numeri”, dal primo libro dei Re”, “Dal vangelo di Matteo” “Dagli atti degli Apostoli”, “Dalla lettera di Paolo ai Romani”, “Dalla prima lettera di Pietro”, e via discorrendo, visto che fra maschili e femminili, preposizioni articolare, numeri ordinali, autore, e compagnia bella, ci sono molte svariate forme per comporre il titolino, quindi la cosa più semplice sarebbe quella di lasciare questo compito al compositore, magari imponendo due argomenti obbligatori, uno con il titolino, e uno con la sigla del libro, capitolo, versetti.
Spezzare l’intera Bibbia nei suoi capitoli sotto forma di database o di file marcati con il markup di LaTeX è un lavoro che deve venire eseguito a macchina, evidentemente, altrimenti a mano si ha tutto il tempo di diventare vecchi e di commettere infiniti errori, ma sostanzialmente le due cose si fanno con comandi diversi, ma sostanzialmente nello stesso modo.
Usare i file con il markup di LaTeX mi sembrerebbe più semplice che non caricare datatool, per esempio, ed eseguire ogni volta il parsing del database.Tuttavia queste sono solo idee; tra il pensarle e il realizzarle ci sono di mezzo tante cose (“tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare”); per giunta bisogna realizzare con i comandi opportuni, il programma/script per spezzare la Bibbia come detto sopra.
23 Marzo 2012 alle 7:33 in risposta a: File come pattern di sillabazione richiamandolo da documento #71452::
No, non è possibile; i pattern devono venire preventivamente essere digeriti nel file di formato perché devono formare un hash scritto in linguaggio macchina.Ma non è chiaro che cosa vuoi dire quando dici:
Mi farebbe comodo perché mi capita di compilare i file su macchine diverse e mi darebbe noia dover settare singolarmente tutte le configurazioni.
Infatti oggi ogni distribuzione completa del sistema TeX contiene già nei vari formati tutti i pattern di sillabazione di tutte le lingue che il sistema è capace di gestire. Quindi per scrivere in italiano basta specificarne il nome (in inglese) come opzione a babel; se lo specifichi per ultimo viene usato come lingua predefinita per l’intero documento, altrimenti devi usare il comando \setlanguage oppure usare il comando \foreignlanguage oppure l’ambiente otherlanguage.
Se hai una versione minimale o comunque incompleta del sistema TeX, allora con MiKtex devi parire il dialogo di MiKTeX Settings, scegliere la sezione Languages, spuntare l’italiano e le altre lingue che ti interessa usare, togliere il segno della spunta dalla ligue che non ti interessa usare, dare OK, tornare alla sezione General, e cliccare sul bottone per ricreare i file di formato.
È una operazione da eseguire una volta per tutte e non devi “settare singolarmente tutte le configurazioni”, se non, appunto una volta per tutte.
Con la versione TeX Live/Debian su Ubuntu e altre macchine Linux soggette ai vincoli Debian, devi usare apt-get, o Synaptic, o Aptitude, o quel che hai per installare pacchetti, e installare le opzioni di TeX Live per ciascuna lingua che ti interessa usare; anche questa operazione una volta per tutte.
Se le macchine che usi non sono tue ma appartengono ad altre persone, queste ti saranno molto grate di aver fatto questo lavorino per loro, se non l’hanno già fatto, visto che comunque si tratta di un lavoro da fare una volta per tutte, non da ripetere ad ogni compilazione di documento. In ogni caso si tratta di una operazione di pochi minuti, ripeto una tantum.
Ma mi stupisco che ci siano in giro in Italia ancora tante macchine da configurare per l’italiano da dar “noia dover settare singolarmente tutte le configurazioni”.
La mia raccomandazione, come sempre, è: INSTALLARE SEMPRE LA VERSIONE COMPLETA DI TEX LIVE O DI MIKTEX!
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Non so perché la divisione ti sembri strana, ma onestamente non s perché sia stato fatto così.La guida di Enrico del 2009 da scaricare dal suo sito è quella a cui alludevo.
Non disperare, prima o poi ci riusciamo tutti; poi naturalmente bisogna vedere dove si vuole arrivare. Tuttavia oggi quasi tutto quello che può venire in mente si può fare caricando opportuni pacchetti (e in questo è utilissima la guida di Enrico, qui nella Documentazione, per sapere quali sono i pacchetti più utili). Le poche volte che non si trova il pacchetto giusto si tratta o di una richiesta stravagante da parte di chi ti affida la composizione di un testo, specialmente una richiesta che dipende dalle impostazioni di Word, oppure di una cosa tipograficamente sbagliata; le due cose spessissimo coincidono. Talvolta invece viene in mente qualche personalizzazione che potrebbe essere tipograficamente accettabile, ma che è difficile da fare.
Le cose utili da programmare sono certe automatizzazioni che permettono di risparmiare tempo da parte del compositore o della persona che deve impaginare. Dopo tutto lavoriamo con un programma di calcolatore, una cosa che richiede di “programmare” la composizione del testo mediante l’opportuno markup; e ognuno di questi comandi è sì descrittivo di quello che il brano di testo coinvolto rappresenta, ma spesso è anche prescrittivo: fai così e non fare cosà, il che implica un minimo di programmazione, nel senso di usare comandi come \if, \open, \write, e altri comandi che si trovano spesso in altri linguaggi di programmazione. Ma questo capita solo quando si deovno fare cose complesse.Ricordati le tre regole generali:
1) se puoi evitarlo, carica i pacchetti che te lo fanno già, leggine la documentazione usando la finestra comandi e dando da tastiera comandi del tipo texdoc usrguide (per leggere al guida utente per l’uso di LaTeX standard); i comandi per richiedere l’uso dei pacchetti vanno inseriti nel preambolo, prima di \begin{document};
2) nel preambolo, puoi dare tutte le deifinizioni che vuoi di nuovi comandi e nuovi ambienti usando il linguaggio LaTeX;
3) se vuoi usare dei comandi di basso livello, specialmente quelli il cui nome contiene il segno @, lo puoi fare ancora nel preambolo, ma devi convincere LaTeX che @ è un segno dell’alfabeto; oppure cresi dei pacchetti di estensione personali, con estensione .sty, e li incorpori nel preambolo usando il solito \usepackage; per creare i pacchetti personali leggi la guida con texdoc clsguide e no ti preoccupi più del segno @.La maggior parte della documentazione è in inglese “tecnico”, che rifugge dalle forme colte dell’oratoria del periodo elisabettiano, e quindi è facilmente comprensibile anche da chi ha solo una infarinatura di inglese; basta via via predenre dimestichezza con qualche termine tipografico o tecnico.
Prenditi il tuo tempo; qualunque cosa tu legga, anche semplice, non è divertente come la letteratura di intrattenimento o di svago…
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Mira, la guida di riferimento in italiano è quella di Enrico Greorio: Programmare in TeX e Latex; alcuni esempi sono difficili, ma è un libro scritto con una bella progressione, quindi si comincia dal facile e si arriva al difficile.Qualcosa più discorsivo c’è sulla GuidaGuit che puoi scaricare dal pannello di Documentazione di questo forum; non la consiglierei a un principiante puro, ma tu non lo sei. C’è qualcosa anche sull’Arte nel capitolo sulla personalizzazione.
Noi più anziani abbiamo imparato leggendo i file di classe e di estensione, visto che ai nostri tempi non c’era nessuna documentazione sul linguaggio di LaTeX. Lettura difficile, ma non credo che sia adatta a fare qualcosa in fretta; permette di imparare moltissime cose, ma richiede molto tempo — parlo di anni, se uno non vuol fare indigestione.
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Per i font se usi i font vettoriali/outline/TrueType/Type1/OpenType, valgono sempre i comandi di corpo di basso livello, oltre che di alto livello, naturalmente, che valgono con qualunque classe e qualunque motore di composizione che usi il markup di LaTeX.
La documentazione di riferimento è texdoc fntguide.Per esempio se volessi usare font di copro 50pt con un avanzamanto di riga di 60pt dovresti scrivere:
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\fontsize{50}{60}\selectfont
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naturalmente avendo cura di racchiudere dentro un gruppo sia quel comando sia il testo che componi con quel corpo.
Se ti serve per un titolo in lettere maiuscole non sei tenuto a rispettare la regola che l’avanzamento di riga sia il 20% maggiore del corpo; al limite potresti anche comporre sterlineato, con un avanzamento di riga leggermente inferiore al corpo, visto che con le sole maiuscole mancano i discendenti (attento però alla Q). Poi con le sole maiuscole e con il maiuscoletto puoi anche spazieggiare un poco le lettere; se usi XeLaTeX e fontspec, la documentazione di fontspec ti permette di definire convenientemente l’ammontare del maggiore spazio fra le lettere (con le sole maiuscole a seconda della forma potrebbe andare bene 50/1000 di un em, mentre con il maiuscoletto si potrebbe arrivare fino a 100/1000 di un em).Ma ovviamente questo dipende dallo stile che vuoi dare alla tua pagina del titolo, dalla lunghezza delle parole, eccetera.
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Be’, certo: intanto predisponi un gruppo affinché il font sia valido solo entro il gruppo; poi usa \fontspec con le stesse informazioni che scrivi quando scegli un main font, un sans font, eccetera. a quel punto il font che usi è quello e lo puoi usare nelle sue varinati di corsivo e di neretto e, se ne dispone, dei corpi ottici, usando i soliti comandi/dichiarazioni di forma, serie e corpo.La documentazione di riferimento è quella del pacchetto fontspec: texdoc fontspec
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La cosa non è semplicissima; in un certo senso può sembrare banale se si mette l’ambiente tabular come argomento di una scatola realizzata con \makebox di larghezza specificata:
`
\makebox[\textwidth][]{ }
`
dove [tt][/tt] sarà la lettera [tt]l[/tt] quando la tabella cade nella pagina di destra/dispoari e [tt]r[/tt] quando la tabella cade nella pagina di sinistra/pari. Lo si può fare a mano, ma bisogna farlo soltanto quando il lavoro è finito e non ci sono più modifiche da fare.
La cosa difficile è farlo in modo automatico, perché quando si scrive l’ambiente table che contiene la tabella e la sua didascalia, non si sa su quale pagina la tabella verrà fatta muovere; il codice allora diventerebbe una cosa del genere
`
\newcounter{paginavera}
…
\begin{table}
…
% codice opportuno per recuperare il numero della pagina da un \label creato apposta oppure dal label della didascalia
% e per assegnarlo al contatore paginavera.
…
\makebox[\textwidth][\ifodd\value{paginavera}l\else r\fi]{}
…
\end{table}
`
e la parte difficile sta proprio in quello che è descritto mediante il commento che prevede anche due alternative a seconda che si sia caricato il file hyperref oppure non si usino i collegamenti ipertestuali.Probabilmente esiste qualche pacchetto che permette di fare simili cose e non mi stupirei se fosse proprio ctable, che non uso spesso, anzi quasi mai, ma so che ha moltissime utili funzionalità, anche se ha dei trabocchetti nascosti.
Io mi sono scritto le macro sia con sia senza hyperref, ma dubito che siano modelli da seguire, anche se a me funzionano. Sai queste cose artigianali funzionano spesso per chi le ha realizzate, mentre se le usa un’altra persona è facile che succedano le cose più turpi.
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