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Le code degli oggetti flottanti hanno posto solo per 18 oggetti. Sembra che ci sia un pacchetto, che mi pare si chiami morefloats (che non ho mai usato), che i miei ricordi offuscati della lettura della documentazione mi fanno pensare che si possa arrivare a 36 oggetti.Tuttavia non bisogna creare oggetti che intasino le code e bisogna gestire i parametri opzionali di collocamento in modo intelligente.
Io conosco due modi per evitare le code troppo lunghe:
1) usare il parametro p da solo, come in
`
\begin{figure}[p]
…
\caption{…}\label{…}
\end{figure}
`2) usare \clearpage.
Infatti questo comando svuota le code “di forza”.
Lo si può usare intelligentemente se lo si dà come argomento a \afterpage (pacchetto afterpage), per esempio mettendo ogni tanto una riga con il codice
`
\afterpage{\clearpage}
`
Io lo metterei dopo ogni oggetto flottante che sembri un po’ grande.Leggi poi l’appendice E dell’Introduzione (link qua sopra). Vi è spiegato con ogni dettaglio quali sono le regole che LaTeX usa per mettere nel file di uscita gli oggetti flottanti. Si capisce meglio perché LaTeX qualche volta dà dei dispiaceri quando si usano oggetti troppo grandi.
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Non ti basta lo spazio che l’ambiente center inserisce prima e dopo il suo contenuto?A me parrebbe più che sufficiente, in ogni caso prima e dopo l’ambiente center lascia delle righe vuote; se vuoi aumentaro lo spazio in quelle righe vuote puoi sempre inserire dei comandi di spaziatura verticale; non ha che l’imbarazzo della scelta.
\newline non serve per inserire una linea bianca ma per andar a capo quando un capoverso non è ancora terminato.
😀 la documentazione … 😀
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Guarda, la cosa non è così semplice come si potrebbe desiderare.
In primis bisogna considerare la piattaforma. Io lavoro su un Mac e molto saltuariamente su Windows e su Linux/Ubuntu.
Sul Mac posso fare confronti fra TeXShop, TeXworks, Aquamacs e TeXmakerX (non ne ho installati altri).
Sul Mac TeXShop e TeXworks mi vanno benissimo, specialmente par la possibilità nativa di eseguire la ricerca diretta e inversa senza bisogno di configurare niente. Entrambi hanno la possibilità di completare i comandi e si possono aggiungere altre liste di comandi, estendendo per esempio ai pacchetti più frequentemente usati. Di simboli entrambi ne offrono molti; ma… tutto dipende da come usi l’editor; io per esempio non uso mai la word completion e non mi servo delle liste di simboli; forse sbaglio, ma la prima mi da fastidio e la seconda non mi viene mai in mente di usarla.
Aquamacs ha la forza di Emacs applicata tramite il pacchetto auktex preinstallato per essere particolarmente adatto a lavorare con i file del sistema TeX; lo uso poco, ma lo uso; non posso quindi dire di essere diventato un esperto. È sincronizzabile con Skim ma in modo non nativo e ci vuole un po’ per convincere i due programmi ad andare d’accordo.Ora sul mio Mac tengo TeXShop configurato epr lavorare con l’encoding latin1 e TeXworks per lavorare con l’encoding utf8, quindi mi sono tolto tutti i fastidi di ocnfigurare l’editore a seconda dei formati richiesti, per esempio dalla redazione di ArsTeXnica 🙂
TeXmakerX presenta tutti i “bells and wistles” e il look dei programmi per piattaforme Windows (anche sul Mac) e sembra offrire più possibilità degli altri, ma non riesco assolutamente a sincronizzarlo con Skim; ci ho perso ore, ho letto tutto quello che si trova in rete in merito, ma non trovo il bandolo della matassa; finché non risco a sincronizzarlo con il visualizzatore pdf, per me TeXmakerX è inutilizzabile (sul Mac).
Sempre secondo me la possibilità di sincronizzare il file sorgente con il file composto i formato PDF è essenziale.Su un vecchio Windows avevo installato LEd, e fu la prima volta che mi provai in una situazione di sincronizzazione predisposta in modo da avere le due schermate parallele ed entrambe presenti sullo schermo in modo da sfruttare bene la sua superficie. Ma non offre niente di più rispetto a a quello che potevo avere con MiKTeX con il visualizzatore dvi YAP e l’editor WinEdt, con i quali ho lavorato per ua quindicina d’anni con la massima soddisfazione, prima di passare a un Mac. Ma, almeno allora, la sincronizzazione era possibile solo con i file dvi, non con quelli pdf. Non dico che sia l’unico motivo, ma è uno di quelli che mi ha spinto a passare al Mac.
Ora su un piccolo netbook Windows ho MiKTeX con TeXworks e la cosa funziona alla perfezione per i miei gusti e pe mie abitudini. Vi ho provato l’accoppiata TeXmakerX+SumatraPDF ma non ne sono rimasto soddisfatto. Ripeto: per me la sincronizzazione con il formato pdf è la cosa essenziale, tutto il resto per me è apparenza.
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Come nomenclatura dovresti mettere le unità principali senza prefissi decimali. Però nessuno ti vieta di fare un glossario/nomenclatura con un breve testo di premessa nel quale dici che le unità i misura indicate, benché conformi allo standard SI, sono espresse attraverso i multipli e sottomultipli quali sono stati usati costantemente nel testo; questo però ti impegna anche a indicare tutte le varianti usate nel testo, dagli hPa ai mPa se hai usato le pressioni in etto pascal e in milli pascal 🙂
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Caro 1188680,
ti ho già detto di leggere la documentazione toptesi-doc.pdf, Lì avresti visto che il programma di composizione preferito è pdflatex e che questo NON accetta immagini eps.
Queste si possono usare solo usando il programma latex. Non confondere il programma latex con il linguaggio LaTeX.Se guardi nei topic passati trovi che anche altri hanno chiesto il logo al centro in testa. Ho prodotto una variante del file frontespizio.sty, ma il risultato è decisamente brutto e non lo distribuisco più.
Quello che mi sorprende è come ci siano tante università che danno istruzioni per comporre il frontespizio (e l’intera tesi) che sono tutto fuorché tipograficamente a posto.
Visto che ti è stato suggerito di usare la classe saptesi, ti suggerisco di usare quella che a quandto pare è in grado di mettere il logo dove uno sceglie di metterlo.
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Sì, ma se intento lasci che la parbox interna sia larga \textheight la riduzione cè ma è troppo forte. Inoltre la scatola, se metti \textwidth correttamente, è/era più larga di \textwidth a causa del fatto che le tre colonne erano larghe 1/3 di \textwidth e non si teneva conto degli spazi intercolonna e degli spazi esteramente alla prima e alla terza colonna, quindi la tabella produceva una overfull \hbox finché era/è dentro laparbox, ma \resizebox vede la larghezza della \parbox, non quella del suo contento e quindi non lavora correttamente.Inoltre see tu metti \centering dentro a un gruppo e non finisci con un \par esplicito o implicito, \centering non ha nessun effetto (intestazioni della tera riga non centrate}.
Era notte e ho tirato un po’ via a risponderti, e non ho messo il perché le cose andavano corrette in quel modo; scusami.
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Prova questo:
`
\begin{center}
\begin{sffamily}
\noindent
\resizebox{\textwidth}{!}{%
\parbox{\textwidth}{%
\begin{tabular}{*3{p{.29\hsize}}}
\toprule
\multicolumn3c{SCHEMI DI CONNESSIONE}\\
\midrule
\multicolumn1{m{.29\hsize}}{Argomenti quasi logici}
& \multicolumn1{m{.29\hsize}}{\centering Argomenti basati sulla struttura del
reale}
& \multicolumn1{m{.29\hsize}}{\centering Argomenti miranti a fondare la
struttura del~reale}\cr
\midrule
Ricorrono a relazioni di:
& \centering Dipendono da legami di:
& \centering Sono basati su:\cr
\midrule
\begin{enumerate}
\item contraddizione
\item identità
\item transitività
\item parte\,/\,tutto
\item uguaglianza e differenza
\item frequenza
\end{enumerate}
& \begin{enumerate}
\item successione
\begin{itemize}
\item argomento pragmatico
\item argomento dello spreco
\item argomento di direzione
\item argomento di superamento
\end{itemize}
\item coesistenza
\begin{itemize}
\item persona
\item autorità
\item doppia gerarchia
\end{itemize}
\end{enumerate}
& \begin{enumerate}
\item caso
\begin{itemize}
\item esempio
\item illustrazione
\item modello
\end{itemize}
\item analogia
\begin{itemize}
\item analogia
\item metafora
\end{itemize}
\end{enumerate}\\
\bottomrule
\end{tabular}}%
}
\end{sffamily}
\end{center}
`
All’occorrenza riduci ancora un poco la percentuale della larghezza di pagina assegnata alle tre colonne. Così però la tabella è un po’ meno larga della giustezza di default di book.
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Non voglio infierire con il solito commento che non ti documenti abbastanza.Se il codice h da solo (\begin{figure}[h]) ti manda la figura in fondo al capitolo, vuol dire che è troppo grande. Se tu non specificassi niente dove te la metterebbe? probabilmente in testa alla pagina successiva.
Non te la mette nemmeno nella pagina successiva e continua a metterla in fondo al capitolo? allora è veramente grande.LaTeX con la classe book e senza ulteriori modifiche colloca le figure in modo da:
1) non metterne più di due figure in testa alla pagina;
2) non metterne più di una in calce;
3) le figure in testa non devono superare in altezza, compresa le didascalie e gli spazi bianchi di separazione, più di 5/10 di pagina;
4) le figure in calce non devono superare in altezza, compresa la didascalia e gli spazi di separazione, più di 3/10 di pagina;
5) il testo che rimane sulla pagina non deve essere più corto di 2/10 di pagina.Per pagina si intende la griglia del testo, non l’altezza del foglio.
Nota che le disuguaglianze sembrano compatibili, ma in realtà sono verificate in momenti successivi, quindi potrebbero anche venire specificati valori che non si sommano all’unità.
Esistono ulteriori disuguaglianze per la pagine che contengono solo oggetti flottanti.
Allora hai alcune possibilità:
1) riduci l”altezza della figura specificando una frazione di altezza compatibile, per esempio:
`
\includegraphics[height=0.4\textheight]{00}
`
2) specifichi direttamente:
`
\begin{figure}[p]
`
3) Se non bastasse il metodo precedente, nel preambolo chiama il pacchetto afterpage e poi usa il seguente codice:
`
\begin{figure}[p]
\centering
\includegraphics[scale=0.40]{00}
\caption[Schema ECG]{Schema ECG}
\label{fig:float}
\end{figure}\afterpage{clearpage}
`
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Be’, per quel che ne so multicols funziona componendo una colona e poi spezzandola in due due monconi alti \textheight se la colonna è più alta di 2\textheight; per quel che resta dopo itera il procedimento finché non resta l’ultimo pezzo di colonna meno alto di \textheight. A questo punto divide questo ultimo pezzo di colonna in due pezzi di altezza peri a metà dell’alteza rimasta.Fin qui è semplice. Per fare questo deve usare il comando primitivo \vsplit specificandogli l’altezza del moncone che si vuole estrarre; se questa altezza corrisponde a (N-1)\baselineskip +\splittopskip (questa è l”altezza della prima riga del moncone) bene, la divisione vene fatta correttamente, ma se a causa di discendenti o altre piccole cose l’ultima riga sporgesse fuori dal moncone che \vsplit dovrebbe estrarre (cioè fosse complessivamente più alto dell’altezza specificata per il moncone, allora taglia il moncone con una riga in meno e allunga il moncone stiracchiando la gomma che si trova fra le righe (generalmente nulla) o fra i capoversi. In questo caso \parskip vale 0pt plus 1pt; l’allungabilità è piccola, ma è stirabile quanto si vuole, aumentando contemporaneamente la bruttezza del taglio. Siccome a quel taglio mancava poco meno di una riga, lo stiracchiamento di quel punto di allungabilità lo porta ad essere visivamente una riga bianca.
Giocare con \vsplit non è semplice; anche il cuore di \LaTeX qualche volta fa fatica a comporre il testo su due colonne, ma bisogna riconoscere che il meccanismo di LaTeX provvede anche alle note, agli inserti a giustezza piena in testa alla pagina e agli inserti con la giustezza della colonna all’interno della colonna stessa. Il meccanismo non è perfetto, tanto che esiste il pacchetto fixltx2e per aggiustare un pochino i difetti che nascono per il meccanismo dello spezzare le colone. Ciò nonostante non si riescono a inserire gli inserti a metà colonna o in calce alla colonna. e non si iresce a bilanciare i due ultimi ezzi di colonna (se non con dei trucchetti manuali, come viene fatto dal curatore della redazione di ArsTeXnica).
Multicols riesce a pareggiare a meno di una riga gli ultimi monconi e consente di cominciare la composizione multicolonna anche a metà pagina, ma non consente gli inserti nelle colonne. Né multicols né la routine di output riescono a mantenere le righe in pari se le colonne contengono titolini di sezionamento, equazioni, e simili inserzioni con gomma attorno. E nel tuo caso specifico è successo proprio questo fatto.
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Con la L ribassata e il disegno parametrizzato, tikz richiede il comando \cl definito così:
`
\usepackage{tikz}% va nel preambolo oppure nel pacchettino di macro personali\newcommand\cl{%
\tikz[x=1ex,y=1ex,line width=0.2ex,baseline=0pt]{%
\draw(0,0.75) arc(180:30:0.75);
\draw(0,0.75) arc(-180:-30:0.75);
\draw(0.75,1)–(0.75,-0.5)–(1.5,-0.5);}}
`Per la L sulla linea di base basta modificare la specifica di baseline: baseline=-0.5ex e magari aggiustare un pochino il fattore di scala.
Una cosa del tutto simile si può fare con i simboli delle tastiere a cui si rimandava in una precedente risposta.
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Le strade indicate da chi mi ha preceduto sono tutte valide, sia per CL sia per i simboli delle tastiere Mac e Windows.Io penso che una strada alternativa si quella di usare tikz; non dico che si meglio o peggio, ma è una strada alternativa che io ho seguito e ho trovato particolarmente interessante; infatti tikz consente di inserire un disegno nel testo, appoggiato alla linea di base semplicemente scrivendo:
`
testo testo \tikz ,disegnino>; testo testo testo
`Quindi se uno si prepara un piccolo file di macro personali dove definisce le varie macro, per esempio, \maiu, \cmd, \alt, e simili, incluso magari anche \cl, che corrispondano ai disegnini tikz di cui sopra, non ha che da richiamare il proprio pacchettino e semplicemente usare i comandi lì definiti con i disegnini parametrizzati.
Infatti l’astuzia nel comporre i disegnini consiste nel parametrizzarli, cioè nel definire le unità di misura per le ascisse e le ordinate x=… e y=… in termini di ex, cosicché i simboli introdotti vengono ingranditi o rimpiccioliti a seconda del corpo, o meglio, dell’occhio del font in uso.
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